Tonelli vs Raimo vs Vice vs Il Sole24Ore. In questi giorni stanno tutti indossando la toga da giudice unico e supremo dell'universo per discutere della legittimità o meno della chiusura del Circolo Dal Verme di Roma.

notare il cartello "Parlate piano…"
in foto: notare il cartello "Parlate piano…"

Perché il problema non è la chiusura del circolo in sé, bensì le modalità con cui è arrivata, con un cavillo presente nell'articolo 100 del TULPS (testo unico delle leggi di pubblica sicurezza), ovvero un regio decreto risalente al 1931. Più di un semplice "disturbo della quiete pubblica", insomma, anche a causa di ripetute denunce da parte dei vicini, alcuni dei quali avrebbero chiamato la guardia pubblica persino quando il Circolo era chiuso. O almeno così vuole la leggenda.

Se per Raimo la vicenda va a posizionarsi nel filone degli ingiusti sfratti alle case occupate, palestre popolari e attività culturali dal basso, Tonelli mistifica tutto riconducendo al tema dell'illegalità di alcune di queste situazioni, per esempio il teatro Valle o l'Angelo Mai. Vice getta nel calderone persino l'antifascismo, intervistando la bravissima Claudia – co-gestore e co-direttrice artistica del Dal Verme – mentre Il Sole24Ore afferma che il problema è il realtà non è la chiusura del locale in sé ma la difficoltà burocratica di aprire un'attività. E' come dire che il problema non è che ho i panni fuori mentre piove, ma gli sbarchi degli immigrati.

Personalmente sono stato diverse volte sia al Dal Verme che agli eventi organizzati dai suoi gestori. E al Circolo ci sono andato sia come cliente che come musicista. In entrambe le situazioni ho trovato un ambiente confortevole – nei limiti dello spazio consentito – con gestori attenti a rispettare le regole: si entra solo con la tessera di socio, non si possono portare i bicchieri fuori, non si può lasciare la porta aperta per evitare che il chiacchiericcio arrivi in strada e non si può parlare a voce troppo alta all'esterno del locale per non disturbare il vicinato.

Ma forse una chiave di lettura l'ho trovata incrociando i vari articoli e le varie fonti: ammettendo – come sostiene Raimo – che il commissario Tronca stia utilizzando cavilli di legalità per chiudere gli spazi culturali e per rendere Roma una sorta di città dormitorio, più facile da gestire, e convenendo con Tonelli che in realtà non è detto che gli spazi dove si fa cultura debbano per forza vivacchiare nell'illegalità, allora potremmo anche legittimare la tesi del Sole24Ore che afferma che il problema sia la burocrazia che non permette a un imprenditore di poter iniziare un'attività in regola, in special modo in casi di "urgenza" come quello di alcune occupazioni – non il caso del Dal Verme, sia chiaro.

E' troppo complicato? Probabile. In ogni caso sia Tonelli che Il Sole24Ore non hanno fatto i conti con una solida realtà. Che il fatto non sussiste.

In tutto questo bailamme di opioni – tutte legittime, per carità – la realtà è che uno spazio di ricerca musicale come era il Dal Verme, una mosca bianca rispettata nella programmazione musicale di Roma, che ha fornito un'alternativa alla classica #scenaromana, diventando la base addirittura di un movimento come quello del nuovo psychrock all'italiana – che sta avanzando in Europa – è chiuso. Se offrire cultura è disturbo della quiete pubblica, a me disturba la quiete pubblica.