Quando si parla di istruzione, almeno per noi occidentali, appare difficile immaginare luoghi del mondo dove alle bambine e alle ragazze sia negato questo diritto. Eppure è quello che accade nei paesi più poveri del mondo: India, Etiopia, Nigeria, Pakistan. Un diritto semplice ma fondamentale come quello all’istruzione non dovrebbe essere vietato in un paese che si ritenga civile e moderno. Difatti esso contribuisce ad aprire la strada per l’esercizio degli altri diritti umani, questo perché oltre a garantire lo sviluppo economico rende le persone consapevoli dei propri diritti aiutandole ad emanciparsi dal loro stato di povertà e schiavitù, cercando di ottenere uguaglianza e pace.

Ma non è così nei paesi più poveri e arretrati del terzo mondo. Qui l’analfabetismo è altissimo, soprattutto tra le bambine alle quali viene negata la possibilità di istruirsi. Immaginare solamente di essere nate donne in un paese dell’Africa sub-sahariana o dell’Asia meridionale o occidentale significa andare incontro ad un amaro destino. Una bambina che nasce e cresce in un paese arretrato e conservatore deve rinunciare ai propri sogni, alle proprie potenzialità e aspirazioni perché deve districarsi tra famiglia e matrimoni precoci. L’istruzione, quindi, non solo non è necessaria ma viene vista addirittura come un peccato. Tutte le bambine o le ragazze che provano a sottrarsi a tale destino subiscono punizioni corporali, fustigazioni, violenze fisiche o come è accaduto in Nigeria possono venire rapite da gruppi armati, ferite o uccise mentre si recano a scuola.

Del dramma delle oltre 200 ragazze nigeriane di età compresa tra i 12 e i18 anni sottratte con l’inganno e la forza dai loro dormitori di Chibok sono arrivate notizie sconvolgenti ma anche poco chiare. Le ragazze sono state rapite dal gruppo estremista “Boko Haram”. Il gruppo terrorista ne ha rivendicato il rapimento ed ha minacciato di venderle sul mercato. Apprensione da parte dei genitori delle ragazze, che sperano di poter riabbracciare presto le loro figlie. Appelli e mobilitazioni da parte di tutto il mondo non sono mancati. Michelle Obama e l’attrice Angelina Jolie sono soltanto alcuni dei personaggi noti che hanno aderito alla campagna che si sta diffondendo a macchia d’olio nei social network: #BringBackOurGirls. Un semplice appello che forse potrebbe servire a mobilitare l’opinione pubblica per intervenire concretamente in una faccenda tanto delicata.

Malala Yousafzai, la studentessa pakistana di 16 anni che nel 2012 fu ferita alla testa da due uomini armati mentre ritornava da scuola, ha parlato del rapimento delle oltre 200 ragazze nigeriane ed ha invitato tutte a fare il proprio dovere perchè non si resti in silenzio dinanzi a tali atti di violenza. Rimbombano nella testa le sue parole passate:

Non mi importa di dovermi sedere sul pavimento a scuola. Tutto quello che voglio è istruzione. E non ho paura di nessuno. 

Ed ha ragione. Se le ragazze nigeriane sono nelle mani di un gruppo estremista e molto violento è solo perché hanno avuto il coraggio di ribellarsi, sperando, per se stesse e per tutte le altre donne “prigioniere”, una realtà in cui avere un diploma tra le mani e sognare di diventare medico, architetto o ingegnere possa essere non solo un sogno accantonato in un cassetto ma il coronamento di quella libertà tanto amaramente combattuta.