Ho visto il finale di Breaking Bad da solo, di pomeriggio. Oggi era una giornata di inaspettato tepore a Londra. Ho fumato una sigaretta prima di accendere il computer, volevo darmi il tono del tormentato all’ultimo atto.

Lunedì scorso avevo portato a termine un’altra serie a cui avevo affidato le gioie e i dolori: Dexter.  L’episodio finale, in quel caso, mi aveva lasciato talmente atterrito, per la totale sciattezza del girato, la mancanza di solennità dell’epilogo e l’insopportabile indeterminatezza del finale aperto che oggi ero pronto ad aspettarmi il peggio (le sigarette sono diventate due in attesa che lo streaming caricasse), a vivere un’altra delusione, proprio lì, in quel mondo dorato e perfetto di sussulti e frenesia che solo le serie televisive possono darti. La mia vita è molto noiosa se non lo si fosse capito.

Eppure stavolta sentivo che le cose sarebbero andate diversamente. L’epopea di Walter White non poteva che concludersi con un degno finale.

Non mi sbagliavo.

Vince Gilligan non tradisce affatto le attese e porta a termine un lavoro esemplare, una serie complessa e completa. Le regala un finale solido, epico e definitivo.

Walter White si rivela finalmente per ciò che è: non il timido professore del liceo costretto al doppio lavoro in un Car Wash, non il geniale scienziato in grado di sintetizzare la fantastica e super remunerativa Blue Sky, non l’implacabile imperatore del crimine capace di radere al suolo il Cartello della droga.

Walter White è in realtà un piccolo uomo, uno dei tanti che passano la vita inosservati, condannati a un’esistenza anonima, un piccolo uomo che ha scoperto il suo talento e lo ha sfruttato al massimo, diventando il migliore nel suo campo. Un uomo che si è nutrito del proprio successo fino a consumarsi.

In quest'ultima puntata, intitolata Felina (pare sia un acronimo, fatevi un giro online per capirne il significato), l'enigmatico personaggio magistralmente interpretato da Bryan Cranston toglie la maschera di padre e marito, di vittima del cancro; rinuncia alla bugia che continuava a raccontare a sé stesso almeno da tre serie (dopo, cioè, che aveva guadagnato i 700 mila dollari o giù di lì che avrebbero consentito alla sua famiglia una vita serena anche dopo la sua morte). Ammette cioè che tutto ciò che ha fatto l’ha fatto per sé, perché gli procurava gioia nel farlo, lo rendeva vivo

“It was for me. I liked it. I was good at it. And I was really—I was alive.”

Walter White

Il cerchio si chiude magnificamente nel laboratorio di metanfetamine dove Jesse era stato rinchiuso dagli allegri bifolchi nazi e dove Walt cammina per l’ultima volta, quasi riassaporando i momenti di gloria: il camper sgangherato della prima puntata, la prima partita di anfetamine, gli 80 milioni di dollari guadagnati, la fama acquisita in America e oltre. Tutto viene rivissuto in quegli attimi finali.

La carezza alla caldaia scintillante ci regala il riflesso di un uomo certamente sconfitto, solo e malato, ma compiuto. La storia di Walter White riecheggia così splendidamente nella colonna sonora che chiude l'episodio e la serie, Baby Blue dei Badfinger che cantano: "Guess I got what I deserved" (immagino di avere ottenuto ciò che meritavo).

Ci si aspettava il ritorno di Heisenberg e della sua furia omicida, ci ritroviamo invece di fronte la più cristallina rappresentazione dell’uomo dietro la leggenda.