La connotazione principale di BoJack Horseman è il racconto della depressione dal punto di vista di un cavallo, BoJack appunto. Non siamo di fronte alla solita serie animata, anche perché non è adatto ad un pubblico di minori. È comunque la storia umana di quanto, alle volte, diamo per scontato certe cose, tra tutto i rapporti umani. E quando ce ne accorgiamo, questo ci porta a intraprendere una spirale di scelte sbagliate, nonostante le premesse possano essere delle migliori.

Le prime tre stagioni ci avevano lasciato con tanta amarezza, ma non per l'opera in sé. Il cavallo-attore di Hollywoo tenta invano di migliorarsi, di combattere la propria condizione di autoemarginamento, di essere un amico e un amante migliore, e di non cedere alle menzogne che il proprio ego gli raccontava. Ma, puntualmente, ogni singolo sforzo di BoJack veniva vanificato: vuoi per coscienza personale, vuoi per condizioni esterne sfavorevoli, vuoi per la troppa ruggine creatasi in un rapporto.

BoJack l'abbiamo imparato a studiare empaticamente, perché riguarda molto del nostro essere. È un po' la storia della vita di tutto noi, quello del cercar di essere felici. Ma questa agognata felicità esiste?

Forse è la domanda più importante che viene fuori dopo aver guardato la quarta stagione. BoJack, per un momento, viene messo sullo sfondo, sparisce, per far posto agli altri protagonisti, fino ad ora portatori sani di consigli su come va la vita e gira il mondo. Perché? Gli autori sembrano vogliano mostrare il lato nascosto della realtà, quello che alle volte non percepiamo: anche gli altri non se la passano tanto bene.

Di fronte a noi, gli stessi personaggi che eravamo abituati a classificare come "più felici di BoJack", di colpo diventano prede delle loro angosce, delle loro paure, dei loro sbagli. Li vediamo scoraggiati, alle volte annichiliti, davanti a ciò che sono e ciò che potevano essere. Legami si disgregano, certezze si allentano. Non sono più le contrapposizioni della depressione, dell'annientamento del proprio io, ma diventano loro stessi capisaldi di questa spirale.

E BoJack? Fino a qui, sembra l'unico intenzionato a uscire fuori dal tunnel, ancora una volta. Ci prova, ma ci ricasca, e all'inizio getta la spugna su tutto. Successivamente, però, una nuova scalata, un motivo in più: un bagliore, una sensazione che gli dà la forza di rinunciare a se stesso, ad abbandonare (non totalmente) le sue ansie e le sue questioni irrisolte, per trovare la felicità. O almeno per provarci.

Un percorso che, di fatto, si allinea alle vicende di quelli che erano inizialmente i coprotagonisti, ma che di fatto ora sembrano il BoJack dei cattivi tempi: sconclusionati, frustrati, agitati. E intanto il cavallo prova a prendere le redini della sua vita, molte volte senza i consigli di quelli che, una volta, erano gli ambasciatori della felicità.

Ma BoJack troverà la felicità ? Chi può dirlo? Il suo sorriso nel finale di stagione lascia un magone (e un interrogativo enorme) incredibile per i fan della serie. Se la troverà, sarà in grado di tenersela stretta? Se non la troverà, cosa ne sarà di lui? Tutto è possibile, ogni possibilità è aperta. Come nella vita. Forse.