È curioso rendersi conto di quanto i particolari contino. Devil is in the details dicono da queste parti, quando un piccolo dettaglio fa deragliare tutto il resto.

Non si sbagliano.

Ho letto con passione e un po' di voyeurismo i commenti al video pubblicato su Facebook prima dal Fatto e poi da Fanpage. Ne ho colto diverse lezioni.

Mi sono esposto in pubblico con un progetto personale, ne ho raccolto i plausi e le critiche, come è nell’ordine delle cose.

Ed è interessante come ognuno possa interpretare ciò che vede in modo del tutto univoco, senza neanche concedersi il beneficio del dubbio che esistano altre strade, altri punti di vista.

Un video di 5 minuti racconta un anno di vita, un secondo al giorno di una singola vita di un emigrato. Un dettaglio dopo un altro.

Il messaggio lanciato dall’articolo scritto per questo blog, che quelli che hanno visto il video tramite il link del Fatto hanno distrattamente evitato di leggere, voleva sottolineare come emigrare dall’Italia ti obblighi a scendere a certi compromessi. Ti induce a forzare certi confini mentali che prima ti sembravano invalicabili. La stupida idea che con due lauree in tasca non si possa fare un lavoro umile, per esempio.

Un compromesso che fa parte delle regole del gioco se vuoi costruirti una carriera da professionista all’estero, dove quello che conta è ciò che sai fare ed hai fatto, e non quanti titoli accademici hai inanellato.

Un compromesso che vale la pena di essere preso in considerazione. Perché quel lavoro, per quanto umile possa sembrare, ti dà un contratto di lavoro (e i cieli si sono aperti quando ho visto nero su bianco il mio nome sull‘employment contract della compagnia con cui ancora lavoro part-time, un contratto firmato il giorno dopo l'assunzione).

Ho sempre lavorato nella comunicazione, giornalismo e social media, cosa che continuo a fare qua. Lavoro sei sette giorni a settimana, l’impiego al sushi bar è solo uno dei lavori che faccio. Forse in molti avrebbero preferito vedere cinque minuti di me seduto a una scrivania davanti al computer. Avrebbe dato un senso più pieno al mio video progetto, mi rendo conto.

Ma in tanti si sono focalizzati su un solo particolare. Mangiare da una scatoletta è diventato il simbolo e il senso onnicomprensivo dell’intero video. Un’immagine talmente iconica da oscurare tutte le altre: le biblioteche frequentate, le persone incontrate, le mostre e i film, i concerti e l’interesse per una città che ha tanto da offrire, ogni giorno di più. 

Mostrare un pasto consumato direttamente in lattina era un’esagerazione per sottolineare i ritmi di vita a cui una città come Londra ti abitua, ritmi che adoro, cadenzati dal tragitto tra un lavoro e un altro, i cui pranzi, cene o pasti fugaci vengono spesso consumati in metro. Ritmi frenetici e vitali, sincopati da sporadiche pause.

No, il fagiolo è più importante.

E dal fagiolo si traggono le conclusioni più disparate. La malinconia inconsolabile dei pranzetti della mamma, la bamboccioneria, l’asocialità incurabile, l’odio per una città in cui non si vuole stare, l'insofferenza crepuscolare per la vita all'estero.

Che poi mangiare dalla scatoletta Heinz fa tanto hipster. Vi prego criticatemi per questo. E vi darò ragione.