LinFante
in foto: LinFante

È il giorno di Piccolo e Malato, il nuovo EP di Stefano LinFante. Cinque canzoni che chiudono un ciclo del cantautore cremonese apertosi con Non mi piace niente e che sottolineano la reale dimensione dell'artista, nella quale è coinvolta appassionatamente la componente del viaggio. Le tracce sono sincere ed espressive, leggere all'ascolto, ma guai ad accontentarsi di una fruizione tutta d'un fiato: questi brani infatti vanno vissuti ed apprezzati con pazienza ed attenzione per goderne la loro interezza.

Nella biografia vieni definito un “bluesman autentico” e sei un cantautore. A tal proposito, come inquadri queste due figure artistiche nell’attuale ambiente musicale?

«"Bluesman autentico" è un titolo onorifico – lo dico scherzosamente – che mi è stato affibbiato dalla critica, e io me lo tengo. Non mi definirei mai così. Cantautore lo sono giocoforza: compongo e canto le mie canzoni. Credo che di animo blues in Italia ce ne sia ben poco, di cantautori moltissimi. Il cantautore per me è una persona che si esprime attraverso la musica, e mi piacciono quelli per cui farlo è una necessità».

A tuo avviso, al giorno d’oggi è difficile diffondere dei messaggi attraverso la musica?

«Potenzialmente no, se sai scrivere; quello che è difficile è diffondere la musica».

Piccolo e Malato è il tuo nuovo EP. Come mai questo titolo e come descriveresti la tua opera?

«Il titolo è come sempre una provocazione – anche Non mi piace niente, il mio primo disco, lo era. È come mi sento di fronte all’esistenza. Le mie canzoni sono sincere, non posso lamentarmi».

Le cinque canzoni presenti nell’EP hanno tutte un tema comune oppure ognuna di esse racconta una storia?

«Hanno tutte un tema comune: l’amore, l’abbandono, l’inadeguatezza, ma anche la voglia di stare bene, finalmente. Però raccontano storie diverse».

L’opera uscirà con La Fame Dischi. Com’è il rapporto con l’etichetta?

«Molto buono. Decidiamo tutto insieme, passo dopo passo. C’è entusiasmo nell’aria, ed è questa la cosa più preziosa».

Prima del 2009, l’anno dell’inizio della carriera da solista, hai avuto un passato in una band. Come hai maturato questo cambiamento?

«Andarsene via di casa, seguire le proprie inclinazioni, ha anche il prezzo del sacrificio. Ho dovuto rinunciare alla quotidianità della mia band, ma è stato l’unico modo per crescere. Ci tengo a dire però che non ci siamo mai sciolti. Voglio suonare ancora coi Sydrojé: se vivessimo nella stessa città farei solo quello».

LinFante
in foto: LinFante

Un’altra componente fondamentale della tua attività artistica è il viaggio. Da Cremona sei andato in Spagna, per poi stabilirti a Roma. Quanto queste città sono state importanti per la tua carriera?

«Ho vissuto a Bologna, a Barcellona e a Madrid. Ora è un po’ che vivo a Roma, e non so per quanto ancora. Sono tutte città che mi hanno formato e che amo, anche se in modi diversi. Per la mia “carriera” sono state importanti soprattutto Barcellona, dove ho inaspettatamente trovato spazio per la mia musica e di conseguenza per crescere musicalmente confrontandomi con altri musicisti e pubblici diversi, e Roma, che mi ha sempre dato delle possibilità».

Hai mai pensato di partecipare ad un talent show?

«Ci ho pensato, sì, come ho pensato a tante altre cose. Ma non sono mai andato oltre il fugace pensiero. Non credo faccia per me».

E che stagione sta vivendo la musica emergente?

«Se per musica emergente si intende quella dei giovani che propongono canzoni nate in cantina quando nessuno, nemmeno tuo padre, investirebbe un centesimo su di te, direi che sta apparentemente vivendo un buon periodo. Il grande pubblico si sta accorgendo che la musica non passa solo dalla televisione, dalle grandi case discografiche e da Sanremo».

Siae o soundreef?

«La seconda».

Futuro: ora un EP, e domani?

«Ho un disco in testa da tempo ormai. Questo EP chiude il discorso iniziato con Non mi piace niente. Domani qualcosa cambierà, non so bene cosa, ma so che cambierà».