“Io non credo nei confini, nelle barriere, nelle bandiere. Credo che apparteniamo tutti, indipendentemente dalle latitudini, dalle longitudini, a una stessa famiglia che è la famiglia umana” è questo uno dei suoi più bei pensieri messi per iscritto dal giovane attivista Vittorio Arrigoni, giornalista per ‘Il Manifesto’ e blogger per ‘Guerrillaradio’, arrivato a Gaza dopo anni ed anni di volontariato in altri Paesi in difficoltà. ‘Restiamo Umani’ era, oltre che l’omonimo libro, la chiusura di ogni pensiero, un motto che ha racchiuso il senso della sua vita in difesa dei diritti umani, a prescindere da territori e razze.

Così oggi, 27 gennaio Giornata della Memoria, mentre proliferano iniziative per ricordare l’olocausto degli ebrei e s’inneggia a slogan con scritte “Mai più genocidi”, è bene non dimenticare – come invece accade con troppa facilità – il più evidente olocausto silente che si consuma nella claustrofobica Striscia di Gaza, vittima dell’infinito conflitto israelo-palestinese. Aldilà delle motivazioni e delle ragioni, la guerra arabo-ebrea ha come unica grave conseguenza la morte dei civili e la violazione dei loro diritti umani

Così Vittorio Arrigoni parlava della Palestina: “Qualcuno deve arrestare questa carneficina, ho visto cose in questi giorni, udito fragori, annusato miasmi pestiferi, che difficilmente riuscirò a raccontare ai miei eventuali futuri figli. Sentirsi isolati e abbandonati è desolante non meno della vista di un quartiere di Gaza dopo una campagna di raid aerei”.

Le denunce in loco, scritte e documentate da Vittorio, saranno spente la notte tra il 14 ed il 15 aprile 2011 quando, rapito a Gaza, è stato ucciso barbaramente. Dopo di lui, fortunatamente sono ancora tanti i giovani attivisti che operano nella Striscia di Gaza. Intanto a raccontarci di Vittorio è la sua coraggiosa madre, Egidia Beretta, anche autrice de “Il viaggio di Vittorio”, Dalai editore, lì dove ricorda la storia di suo figlio.

Ci racconta delle esperienze e la formazione di Vittorio prima di arrivare a Gaza?

Il percorso di Vittorio è stato lungo. Vittorio non era arrivato a Gaza per caso. In lunghi anni, passando le estati, ma non solo, come volontario in campi di lavoro in molti paesi, era arrivato a capire che le ragioni del suo esistere, sempre inseguite, erano il mettersi al servizio specie dei più deboli, degli oppressi. Con le braccia e con la forte condivisione dei loro bisogni.

Poi sceglie la Palestina, perché?

In Palestina, Vittorio ha raggiunto la piena consapevolezza di essere arrivato nel luogo dove la sua umanità, assetata di giustizia, nutrita con gli ideali della Resistenza, avrebbe trovato il modo giusto per realizzarsi. L’anelito alla libertà di un popolo, l’amore per la terra depredata, erano i suoi, e così si è identificato con i fratelli Palestinesi e al loro fianco ha combattuto, con le sole armi della parola e della testimonianza, per difendere i loro diritti.

Sull’imbarcazione “Free Gaza”, Vittorio nel 2008 rompe l’embargo israeliano via mare. Un grande successo che da subito ha evidenziato la sua determinazione. Come le raccontava quel momento?

Con una gioia immane. La scelta definitiva era compiuta.  Baciando quella terra, la sua utopia era diventata realtà. Poi la realtà divennero i pescatori e i contadini da proteggere, anche fisicamente, con i compagni dell’ISM, dagli attacchi giornalieri di un esercito e di una marina, israeliani, che volevano e vogliono tuttora impedire ai contadini di coltivare e ai pescatori di pescare in terre e acque palestinesi. La realtà divennero i giovani da affiancare e sostenere nella ricerca delle libertà negate.  Indignandosi per i soprusi e scrivendo, sempre scrivendo e filmando ciò che accadeva, perché il mondo sapesse.

Ha sempre condiviso ogni sua scelta, seppur pericolosa?

Noi, che a casa seguivamo con trepidazione la sua vita, gli eravamo vicini e solidali, coscienti che Vittorio era là proprio dove avrebbe voluto essere. Io, in particolare, che l’ho nutrito a pane e ideali, l’ho sempre sostenuto e ammirato, ammonendolo alla prudenza, ma senza mai tentare di oppormi alle sue scelte.

Vittorio ha vissuto nell’inferno di Gaza, in condizioni di assoluta precarietà. Quando vi sentivate, c’erano episodi in particolare che lo turbavano e che le raccontava con particolare emozione?

Ciò che turbava Vittorio era la crudezza dell’assedio, il rendersi conto di quanto poco contasse la vita dei palestinesi. Non temeva per sé, quanto per i gazawi sottoposti ogni giorno ai soprusi israeliani. Raccontava poco dei pericoli ai quali anch’egli andava incontro, non ci voleva preoccupare. La volta, nel 2008, che rimase ferito a bordo di un peschereccio e gli ricucirono la schiena con dieci punti di sutura, ci informò dopo due giorni!

 Ha mai ammesso di aver paura di vivere a Gaza e/o di rinunciare alla sua missione?

Paura mai, se non durante Piombo Fuso (fine dicembre 2008-gennaio 2009). Ma ciò non lo fece desistere dal rimanere, rifiutando l’invito del consolato italiano a uscire dalla Striscia, perché si rendeva conto quanto fosse importante sostenere, con i compagni dell’ISM, il lavoro dei medici e dei paramedici accompagnandoli sulle ambulanze e ancor  più quanto fosse necessario scrivere quotidianamente, dall’interno, come testimone diretto della strage che si stava compiendo nella pressoché totale indifferenza del mondo.

Quando lo sentiva, invece, davvero felice?

Più che felice, lo sentivo appagato e contento. Ho fotografie che lo ritraggono con i giovani gazawi durante le manifestazioni. Nei suoi occhi leggevo la serenità di chi ha raggiunto la meta agognata.

Lo stesso Vittorio consigliava ai genitori di mettere il suo volume, ‘Restiamo Umani’, alla portata dei bambini. Educare ai diritti e all’amore fin da subito, così come ha fatto lei?

La nostra famiglia ha cercato di praticare la solidarietà, l’interessamento agli gli altri, sia vicini sia distanti. Credo che questo abbia costituito una delle base delle scelte che Vittorio ha compiuto, così come le sollecitazioni alla conoscenza, alla lettura, all’approfondimento di ciò che avveniva nella nostra società e nel mondo.

Alla violenza, Vik rispondeva con tantissimo amore fin dai suoi calorosi abbracci “grandi come il Mediterraneo che separandoci, ci unisce”. Lui, cittadino del mondo, non pensa sia una bella risposta a questa crescita del razzismo in Italia ed Europa?

La più bella risposta è quella che Vittorio stesso ha dato ricordandoci che quel suo “Restiamo Umani” è: “un invito a ricordarsi della natura dell’uomo. Io non credo nei confini, nelle barriere, nelle bandiere. Credo che apparteniamo tutti, indipendentemente dalle latitudini, dalle longitudini, a una stessa famiglia che è la famiglia umana”.

Ha mai pensato che Vittorio potesse perdere la vita per i suoi ideali?

Non l’ho mai pensato. Forse lui sì, quando scriveva: “ci sono molte vite a perdere, la mia è una di queste”.

Con la sua morte, molti sono stati i palestinesi che hanno pianto e sofferto. Lei è in contatto con qualcuno di loro?

Pur non avendo molti contatti diretti, so che Vittorio è nel cuore dei Palestinesi nei quali ha accresciuto la spinta verso la libertà, la giustizia e la pace, so che lo considerano un eroe e un martire. Quando incontro, qui, qualche giovane palestinese, è un incalzare di espressioni di riconoscenza, di stima, di affetto e un grande rimpianto perché Vittorio non c’é più.

In ultimo, da mamma, che ricordo ha di ‘Vittorio figlio’ e cosa le manca di più di lui?

Non ho le parole per rispondere. O meglio, potrei inondarvi di parole, ma le tengo nel cuore.

 Nel Giorno della Memoria è quindi fondamentale ricordare di ‘Restare Umani’ sempre.