L’Everest è la montagna più alta dell’Himalaya e del pianeta con i suoi maestosi 8 848 metri. Il primo a scalarlo fu il neozelandese Edmund Hillary accompagnato dallo Sherpa Tenzing Norgay (gli Sherpa sono un gruppo etnico delle montagne del Nepal). Entrambi entrarono nella storia dell’alpinismo e legarono per sempre il loro nome a Chomolungma in Tibetano oppure il Sagarmatha in Nepalese, scalandola il 29 maggio del 1953 in simbiosi attraverso le grandi difficoltà che questa montagna comporta, come tutti i quattordici ottomila, con l’ausilio di attrezzature certamente di poco conto considerando l’ampia disponibilità che il progresso offre oggi. I due rimasero in vetta 15 minuti. Hillary pose nella neve una croce mentre Tenzing, rispettando la sua cultura, lasciò biscotti e cioccolato per ringraziare gli dei.

Inevitabilmente la grande fama della madre della terra ha catturato l’attenzione di molti esperti del settore negli anni a venire. Inizialmente, gli alpinisti provarono a scalarla da un altro versante nel tentativo di stabilire un record. Nella fattispecie si tratta del versante nord, più pericoloso poiché maggiormente esposto a fortissimi venti per poi tentare di raggiungere la cima senza ossigeno. Un’impresa letteralmente concepita come disumana non appena questo traguardo è stato raggiunto da Reinhold Messner con Peter Habeler nel 1978, furono infatti accusati di aver utilizzato delle piccole bombole. Due anni dopo, Messner ripete l’ascesa in solitaria aprendo una nuova via sulla parete nord, ovviamente senza ossigeno. La sua ostinazione e il suo coraggio smisurato mettono a tacere ogni dubbio e alzano l’asticella nella scalata al monte più alto del mondo.

La stessa montagna negli anni è diventata fonte di guadagno per gli abitanti locali, soprattutto per gli Sherpa, che si guadagnano da vivere partecipando alle spedizioni internazionali predisponendo le corde, le scale per l’attraversamento delle seraccate e l’allestimento delle tende tra gli altri.

Nonostante l’Everest sia a tutti gli effetti la montagna più alta del mondo, tra gli alpinisti professionisti non è la più ambita anche se in molti l’hanno scalata, per loro la vera sfida è tentare il Nanga Parbat, particolarmente difficile da un punto di vista meramente tecnico, se si pensa che ha la fama di mangia uomini che è peraltro il suo soprannome più noto. Basta pensare che lo stesso Messner ha rischiato di morire perdendo il fratello Ghunter e dove purtroppo Daniele Nardi, esperto alpinista ha perso la vita tentando la via dallo sperone Mummery recentemente insieme a Tom Ballard.

Tuttavia, l’Everest affascina moltissima gente solo per il fatto di essere “la montagna più alta del mondo”, così nasce la “commercializzazione dell’Everest”. Pagando una somma importante (un minimo di 40 – 60 mila euro), si può fare l’ascensione accompagnati da Sherpa e da guide esperte. Perché farlo? Perché mettere a repentaglio la propria esistenza per cinque minuti (e sono tanti) sulla cima del mondo? A precisa domanda, Mallory, un alpinista britannico che morì tentando la prima ascesa storica vent’anni prima di Hillary e Norgay, rispose: “Perché è lì!”. Inoltre, disse che la vetta dell’Everest è un simbolo «del desiderio dell’umanità di conquistare l’Universo».

Va però ricordato che non si tratta di una passeggiata, di un semplice capriccio o di soddisfare uno sfizio.

I rischi sono moltissimi e le vie di Chomolungma sono costellate di cadaveri. Portarli giù, considerando il peso morto e le complicazioni della quota è una sfida impossibile, vengono pertanto lasciati per sempre sulla montagna che hanno ardentemente desiderato e dove si sono spenti come una candela. Per recuperare un corpo serve una spedizione di sei-otto sherpa e i costi possono essere di diverse migliaia di euro. Un po’ per le tante difficoltà e un po’ per evitare di mettere a rischio le vite di chi dovrebbe recuperarli, i corpi restano sulla montagna. il più famoso è quello di Tsewang Paljor appartente alla tragica spedizione del 1996, noto come “Green Boots”, per via degli scarponi verdi che indossava, diventati punti di rifermento tra gli scalatori anche se è stato rimosso ultimamente. L’ordine potrebbe essere arrivato a causa della troppa fama e “visibilità” che stava ricevendo il cadavere di Paljor.

Tra le più famose tragedie c’è quella del 1996 che portò alla morte di 8 alpinisti. Della spedizione fece parte Jon Krakauer che la raccontò nel libro “Into thin air – Aria sottile”, edito da Corbaccio. Fino a quel momento, questa spedizione fu la più disastrosa sulle pendici dell’Everest fino alla valanga del 2014 che causò 16 morti, e dal terremoto del 2015 che ne causò 18. Sono molte le probabilità di morire lassù: edema polmonare, edema cerebrale, forti venti, tempeste di neve, mal di montagna, sfinimento, valanghe, crepacci, e tutta una lunga serie di imprevisti.

"ho voluto dimostrare che anche una ragazza proveniente da un tribù povera poteva farcela. Volevo che la mia famiglia fosse fiera di me”

Malavath Poorna

A questo punto, pensate che questa impresa sia consigliabile a una bambina di 13 anni? Credete che considerando quanto letto, possa essere possibile in virtù di quanto questa sfida comporta e richiede?

Be’, Malavath Poorna, ce l’ha fatta: è la ragazza più giovane ad aver scalato l’Everest, la vetta più alta del mondo. Questa ragazzina, oggi 18 anni, è nata il 10 giugno 2000 nel villaggio di Pakala, nel distretto di Nizamabad, situato nello stato indiano di Telangana da una famiglia tribale. Sua madre, Lakshmi e suo padre, Devidas, sono contadini e vive in condizioni di povertà. Studia nelle strutture della Società di istituti educativi residenziali di welfare sociale Telangana. Non nutre un particolare senso di appartenenza nei confronti della sua comunità e disapprova fortemente la pratica dei matrimoni forzati. Partecipando ad attività extra scolastiche, scala il Ladakh e Darjeeling accompagnata da Sadanapalii Anand Kumar entrando nel mondo delle scalate a piccoli passi. Questa ragazza ha scalato l’Everest per dimostrare al mondo con la sua impresa, che anche una ragazza proveniente da una tribù povera possa raggiungere traguardi alpinistici di tutto rispetto.

È partita dal versante tibetano poiché dal versante nepalese è vietato l’ingresso ai minori. ”L’alpinismo mi attirava – dice la giovane – e ho voluto dimostrare che anche una ragazza proveniente da una tribù povera poteva farcela. Volevo che la mia famiglia fosse fiera di me”.

Ha raggiunto la vetta accompagnata da dieci guide nepalesi. In cima ha poi piantato la bandiera indiana. ”Mi dicevo: anche se ho solamente 13 anni, se ho la formazione e la forza per scalare la vetta, perché non dovrei farcela? Sono serviti 52 giorni per raggiungere la meta. ”Ho avuto grossi problemi per la nutrizione, ogni volta che dovevo mangiare, mi veniva da vomitare. La zuppa e le altre razioni erano un vero problema. Ma dovevo mangiare per avere la forza di proseguire”. E ha proseguito fino a raggiungere il suo grande sogno. Da quel giorno la sua vita è cambiata ma lei è rimasta la stessa. La sua trionfante avventura è stata raccontata nel film ”Poorna”.

Senza dispensare aforismi o frasi scontate, va sottolineato che Poorna ha dato una lezione a tutti a noi, ricordandoci che credendoci fino in fondo, rischiando tutto ma veramente tutto e che con la perseveranza alimentata dal fuoco autentico, si può realizzare qualsiasi sogno. La sua è una storia che va raccontata.