Aveva questo tic, Eduardo. Anzi, più che un tic era un vezzo – deglutiva con forza, come a voler mettere una pausa tra una parola e un’altra, tra un’occhiata e una smorfia, tra un gesto e un passo. Lingua contro palato e un respiro profondo, di cuore. Il viso incavato leggermente inclinato di lato, gli occhi socchiusi, la fronte alta e prominente, e i capelli grigi, d’argento. Sorrideva oppure ammoniva. E bastavano queste poche cose, unite ad una voce fenomenale, carica, perché la magia – la Grande Magia – si compisse.

Drammaturgo, poeta, regista, attore, traduttore, Eduardo De Filippo moriva 30 anni fa. E a Napoli ha lasciato la sua tradizione, la sua arte e le sue opere. Un’eredità di cui, però, si sta perdendo lentamente il ricordo (e il video di ieri di Luca Iavarone ne è una chiarissima prova). Perché a Napoli abbiamo quest'abitudine. Le cose belle ce le teniamo care finché ce le invidiano. Poi, quando tutti si sono abituati alla loro straordinarietà, ce ne freghiamo – allentiamo la presa e le lasciamo andare. Ma Eduardo resiste. Il suo teatro, soprattutto, resiste. Col figlio, Luca, e con i suoi allievi. Con Toni Servillo che ha riportato Le voci di dentro in giro per il mondo, e con una fetta di nostalgici, ancora innamorati della spiegazione di come si fa il caffè o del pernacchio, "che può essere di cuore o di testa o di tutti e due".

Napoli milionaria, Natale in casa Cupiello, Questi fantasmi, Filumena Marturano, Il sindaco del rione Sanità – Eduardo non raccontava semplicemente una città o una storia; Eduardo era, ed è, l’emblema della napoletaneità. Prima di Massimo Troisi, insieme quasi a Totò. Forse più di Caruso. Quando pensi a Napoli e – soprattutto – quando pensi ai napoletani, non puoi fare a meno di pensare anche ad un certo modo di sorridere, di annuire, di accondiscendere. Di dare “audienza”. E di sfottere, di ingegnare, di capire. La famiglia, la passione, l’amore, la tradizione. I tempi nuovi, i tempi vecchi. La furbizia della madre, la fetenzia del padre-padrone. L’ironia, sopra ogni altra cosa. E il dolceamaro della vita. Tutte cose di cui Eduardo era degno portatore.

C’è da passarci le giornate su quello che scriveva; sulla sua traduzione in napoletano de La Tempesta di Shakespeare, sul fatto che più che un uomo d’arte, fosse un simbolo, un emblema, un uomo del popolo. Quando divenne Senatore a vita non dimenticò da dove proveniva, il dramma degli orfani, il fatto che la miseria e la fame sono cose vere, pure quando hai cambiato casa e stai più su, ai piani più alti. Nel mondo lo conoscevano, e lo conoscono. Forse più e meglio di noi. Perché, come dicevo, abbiamo perso la curiosità, la voracità con cui i novizi approcciano la lezione, e siamo diventati sicuri. Ottusamente sicuri.

Chiede: Eduardo De Filippo chi era. Eduardo De Filippo era l’inizio e la fine del primo atto. Era il padre che chiedeva insistentemente al figlio di fare il presepe (“ma ti piace il presepe?”); era il saggio, il consigliere, l’uomo che vede e che non dice, e che però al momento giusto interviene. Era la faccia diversa, più spigolosa e affilata, di una Napoli che alla fine s’è lasciata corteggiare dalla modernità senza freno e da un mondo troppo grande che non l’ha mai capita. Non veramente, non come la capiva Eduardo.

Di De Filippo conservo questo ricordo, un ricordo di quando ero bambino. Mi pare che il canale fosse Rai3 e che si trattasse di una replica per riempire i palinsesti nelle feste natalizie; a un certo punto, in televisione, la schermata nera lasciò il posto ad un palcoscenico. Tra i drappeggi rossi e il sipario, fece la sua comparsa Eduardo. Così, come un munaciello. Salutò il pubblico, ringraziò, e dopo presentò suo figlio, Luca, un bambino proprio come me, che veniva iniziato quel giorno di tanti anni fa al teatro. Un po’ come se Eduardo avesse voluto dire grazie, a modo suo, al suo pubblico. “Questo è mio figlio, ed è pure vostro. Perché è grazie a voi che sto qua ed è sempre a voi che apparteniamo. Sia io sia lui.”

Morto Eduardo non se ne può – e non se ne deve – cercare un altro. Perché Eduardo era un po’ come Napoli: unico, indecifrabile, accogliente. Al più, si può omaggiare. E il modo migliore per  omaggiare un attore e un regista è conservare il suo ricordo – e studiarle, leggerle, ripeterle quelle battute, che non fanno parte solo di un copione, ma che sono vita e morte di Napoli.