Tanto tempo fa, quando la Rai mandava ancora in onda Carosello, era possibile ascoltare il seguente tormentone canticchiato da Gino Bramieri: "E mò, e mò… Moplen!". Tale slogan faceva riferimento allo spot del Moplen, materiale di plastica in uso ancora oggi che, all'epoca, rivoluzionò il consumo degli italiani. Attualmente, i concetti di innovazione ed intrattenimento sono sempre più robusti, il trucco però sta nel trovare la giusta chiave di realizzazione: la musica è una di queste, ed i Molpen, band padovana nata nel 2014, ruotano attorno tutto questo. E, dopo la pubblicazione del primo omonimo EP, il quintetto ha pubblicato Siamo solo animali, primo disco uscito il 28 ottobre 2016 ed anticipato da Signorina, primo singolo estratto.

Benvenuti, Moplen. Partiamo subito con una domanda sul vostro album d’esordio, Siamo solo animali: in che senso?

«Ciao Angelo, e grazie per questa intervista!
 Siamo solo animali è una frase dal significato letterale piuttosto semplice, ma forse proprio per questo concede un grande spazio interpretativo, con il quale chi si trova a leggere si trova a misurarsi: ci piace lasciare la possibilità di un confronto tra la nostra musica e chi ascolta. Dopodiché ognuno è libero di trarne il significato che meglio crede».

Qual è la genesi del vostro album?

«Dopo il primo EP, uscito a marzo 2015, ci siamo resi conto che il lavoro in studio deve andare di pari passo con l'attività live. Avevamo già alcuni pezzi pronti e volevamo tornare a registrare il prima possibile: nutrivamo grande fiducia sopratutto in Animali e Signorina e l'idea iniziale era registrare un altro EP basandosi su questi due pezzi. Fortunatamente, i due primi posti al concorso Le migliori canzoni la aiuta la Fame 2015 della Fame dischi, etichetta di Perugia, e a Va sul Palco 2016 di Varese organizzato da Notturno Giovani ci hanno permesso di pensare in grande e da qui Siamo solo animali. A Varese abbiamo avuto inoltre l'opportunità di conoscere Francesco Italiano e Giacomo Zavattoni di RC Waves, che hanno deciso di accoglierci nella loro factory e entrare a far parte del progetto come manager e produttore. Per noi è stata una grande gioia poter allargare la famiglia Moplen».

C’è un filo conduttore che accompagna tutta l’opera oppure ogni traccia ha una storia a sé stante?

«Musicalmente parlando l'album evoca una grande eterogeneità di stili; c'è però un livello di comunicazione più profondo che lega tutte le canzoni fra di loro. Le storie possono essere diverse, ma la nostra empatia nei loro confronti rimane la stessa: attraverso ogni nostra canzone cerchiamo di scoprire noi stessi e il nostro legame col mondo».

Signorina è il primo brano estratto dall'opera, in cui raccontate il difficile rapporto con una ragazza più attenta ad apparire che ad essere. Stiamo andando ormai verso un’umanità sempre più Plastic Man, come cantano i Two Fingerz?

«Non si tratta di dove stiamo andando o cosa stiamo facendo: quello che ci spaventa è la mancanza di un confronto, la negligenza nei confronti dell'altro. Se denunciamo un certo tipo di condotta di vita, ma rifiutiamo di capire perché qualcuno si comporti in una determinata maniera, siamo punto e a capo».

Se ti regalo una canzone, non riesci a capire, frase del vostro brano. Oggi come oggi, ci manca spirito critico, amore per la poesia o queste ed altre componenti?

«Assolutamente. Nel mondo del 2016, dove ciò che conta è la produttività, l'arte fatica a trovare il proprio posto, perché manca la capacità di accettarla nel cervello e nel cuore: nel primo perché non se ne comprende l'utilizzo, nel secondo perché si sta spegnendo la sensibilità per accettarla».

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Il singolo è molto attuale e, secondo me, mette in campo anche la componente dei social network. In una dimensione umana sempre più connessa e dedita all'autocelebrazione dell’immagine, a cosa ci possiamo appoggiare per un futuro migliore?

«Spesso si demonizzano i social network denunciandoli come il male delle giovani generazioni, ma sono solo dei mezzi nelle nostre mani. La superficialità con la quale li utilizziamo dipende esclusivamente da noi, e anche questa è una conseguenza della scarsa importanza attribuita oggi all'arte, cioè al processo mentale attraverso il quale conferiamo senso alle cose e cerchiamo di capire che senso hanno loro conferito gli altri. Smettere di farlo vuol dire appiattire il mondo, e noi stessi».

A questo punto, la domanda è d’obbligo. Com'è il vostro rapporto con i social network? Ormai, la promozione di un artista passa soprattutto da questi canali…

«Come per ogni altra cosa, cerchiamo di comprenderne il senso e utilizzarli in maniera intelligente divertendoci. Con il giusto approccio diventano strumenti di condivisione potentissimi».

In tutto questo contesto, che ruolo e posizione occupa la musica?

«Non possiamo rispondere a nome di tutti. Noi tramite la musica cerchiamo di scoprire nuovi lati di noi stessi e condividere queste scoperte con il pubblico, sperando che possa servire a chi ascolta a passare bei momenti e in qualche misura stare meglio».

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Domanda più generale: in che condizioni versano il pop e il rock in Italia?

«Il pop sta sicuramente bene, soprattutto grazie anche ad artisti indipendenti che ultimamente sono stati catapultati nel mondo del pop più mainstream, pensiamo ai Thegiornalisti ed Ex Otago per esempio, e hanno portato una ventata di aria fresca, che è un po' quello che vorremmo fare noi con il nostro primo album. Il rock dipende da cosa intendiamo… Forse ha perso la sua centralità, ma ci sono sempre tanti artisti validi nel panorama italiano».

Con quale artista vorreste collaborare in futuro?

«
Penso che ognuno di noi 5 abbia in mente un artista diverso! Ce ne sono comunque moltissimi: Ex Otago, Giorgio Poi, Max Collini, i Pop X, Motta…».

SIAE o soundreef?

«Pensiamo sia presto per rispondere. Soundreef si sta rivelando un'alternativa molto interessante a un sistema di tutela che ha forte bisogno di rinnovamento come la SIAE: si vedrà».

Partecipereste mai ad un talent show?

«Mai dire mai, ma noi amiamo “fare” musica, cioè vivere di essa: trovarsi in sala prove, scrivere pezzi, suonare nei locali, parlare con il pubblico, conoscere altri artisti… Non ci interessa granché saltare questa parte e arrivare direttamente al punto in cui siamo famosi. Anzi, probabilmente ci dispiacerebbe molto».

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Fate parte di quell'insieme denominato “musica emergente”. Secondo voi, che stagione sta vivendo il vivaio italiano?

«Come sempre, ci sono molte proposte di alto o altissimo livello, ma oggi è difficile ritagliarsi il proprio spazio. Il mercato musicale è incartapecorito: da un lato non si riesce a predire i gusti futuri del pubblico, dall'altro c'è fin troppo “pilotaggio”. Ma la musica indipendente sta venendo fuori».

Quali sono gli obiettivi dei Moplen?

«Vorremmo semplicemente fare di questa nostra passione un lavoro che ci permetta di vivere in maniera dignitosa facendo quello che amiamo».