Pare che non vi sia giorno, in questo maledetto Paese, in cui pagine e pagine di giornali non mancano di narrare, in copioso e discutibile dettaglio, tipologie e tempi delle inaudite violenze che si scatenano sui nostri figli e nipoti che credevamo di affidare alle amorevoli cure degli asili italici. E nei TG la dose di orrore rincara perché alle parole di piombo del cartaceo si aggiungono immagini in confronto delle quali quelle del famigerato carcere di Abu Ghraib (la prigione dei prodi militari USA torturatori dei prigionieri in Afghanistan), se mai fosse possibile, sbiadiscono. Se intollerabili sono le violenze di uomini contro uomini, che dire di quelle contro indifesi bambini?

La misura pare colma e le cosiddette Autorità competenti (Regioni e Comuni) che, ai sensi della normativa vigente (legge 107/2015 "la buona scuola" e la legge regionale campana n° 48 del 4 sett. 1974) dovrebbero svolgere l'alta vigilanza sugli asili nido, sembrano essere del tutto indifferenti a quanto accade. Immagino sia noto a tutti che il disvelamento delle tragiche e inaudite violenze patite ogni giorno, dai piccoli scolari, in un qualche squallido asilo comunale italico, affiora solo dopo che i genitori, i nonni o qualche attento parente avverte, nel bimbo, qualche significativo turbamento.

Casi recenti | Cosa dice la legge | Cosa fare

in foto: Frame di una violenza commessa in un asilo di Milano

Alcuni casi recenti.

A Casarile (Pavia) qualche tempo fa i genitori di Sara tre anni confidano: "la bimba veniva a casa e picchiava le bambole". Da qui l'allarme. Intervengono i carabinieri di Binasco e le violenze in asilo cessano.

A Potenza il 22 u.s. per le violenze sui bambini ben tre maestre sono state oggetto di una severissima sanzione disciplinare: udite, udite, una sospensione! Chissà quanto ne saranno rimaste colpite. Ma il Tribunale Amministrativo Regionale della Basilicata è lì pronto a rendere giustizia. Ma a chi? Alle affettuose educatrici o ai malmenati bambini? L'esito, ahimè lo riterrei scontato.

Di norma, nei casi di sospetta violenza, si opera così: si contattato le Forze dell'Ordine, si parla con il PM di turno e se costui è più o meno sensibile e ravvede indizi preoccupanti di violenza autorizza l'installazione di telecamere nei luoghi oggetto delle indagini. E qui accade l'assurdo. Le telecamere "nascoste" registrano ore ed ore di violenze, giorni e giorni di atroci vessazioni: ne cito solo alcune così che le nostre coscienze possano inorridire, agire e reagire con fermezza perché tali orrori abbiano a cessare immediatamente con la conseguente applicazione di severissime sanzioni per gli autori di tali comportamenti. Non certo i soffici ed insignificanti "arresti domiciliari", ma ben più gravi sanzioni meriterebbero "gli educatori" da rieducare in un carcere duro.

La manifesta follia delle "educatrici" che tutti abbiamo emozionalmente patito, almeno una volta, attraverso la TV, si esprime, di solito, con schiaffeggi, pizzichi, strattonamenti, tirate di capelli, testoline sbattute sui banchi, isolamento in sgabuzzini bui, costrizioni ad ingurgitare la refezione con l'orrorosa variante che se essa, semmai, è rovesciata dal piccolo, per cui la premurosa maestra, per tema di un nocivo digiuno, provvede a fargliela ingoiare di nuovo. Accadeva nell'asilo lager "Cip-Ciop" di Pistoia, struttura privata accreditata dal Comune. Arrestate la direttrice e l'insegnante, Laura Scuderi di 41 anni residente a Quarrata (Pistoia) ed Elena Pesce, 28 anni di Pistoia.

Ma non è finita qui. Questo accadeva in Toscana, ma neppure la Lombardia si fa mancare nulla: Massimo Mario Perri, un attento e scrupoloso osservatore di questi fenomeni ci riferisce che "In un asilo nido di Milano i carabinieri arrestano un uomo di 35 anni e una donna di 34, dopo averli colti in flagranza di reato. I due, incensurati, gestivano un asilo nido nel quartiere Bicocca di Milano e sono accusati di violenza e maltrattamenti nei confronti dei bambini. Percosse, lesioni personali e, addirittura, morsi i danni rilevati dall'ospedale sui corpi dei bambini, tutti di età compresa tra i due mesi e i due anni".

È del 29 settembre l'inaudita immagine televisiva di quella maestra/educatrice che s'avventa su di un bimbo disabile strappato dalla sua carrozzina gettato a terra.

Cosa dice la legge.

Pare, quindi, sia giunto il tempo di dire "basta", ma non è facile! Nei casi qui in esame si possono configurare due tipologie di reati. Se ne interessa il libro Secondo del Codice Penale al Titolo XI art. 571 e 572 che così dispongono.

Art.571: "Chiunque abusa dei mezzi di correzione o di disciplina in danno di una persona sottoposta alla sua autorità, o a lui affidata per ragione di educazione, istruzione, cura, vigilanza o custodia, ovvero per l'esercizio di una professione o di un'arte, è punito, se dal fatto deriva il pericolo di una malattia nel corpo o nella mente (2), con la reclusione fino a sei mesi. Se dal fatto deriva una lesione personale, si applicano le pene stabilite negli articoli 582 e 583, ridotte a un terzo; se ne deriva la morte, si applica la reclusione da tre a otto anni".

Art. 572: "chiunque maltratta una persona a lui affidata per ragioni di educazione, istruzione, cura, vigilanza o custodia, o per l'esercizio di una professione o di un'arte, è punito con la reclusione da due a sei anni. La pena è aumentata se il fatto è commesso in danno di minore degli anni quattordici. Se dal fatto deriva una lesione personale grave, si applica la reclusione da quattro a nove anni; se ne deriva una lesione gravissima, la reclusione da sette a quindici anni; se ne deriva la morte, la reclusione da dodici a ventiquattro anni".

Ne conseguirebbe che il comune mortale, cittadino di medio/bassa cultura come me, leggendo quanto la legge stabilisce cede ad un impeto di soddisfazione nel pensare che i prodi educatori autori di violenze sui minori (scolari di asilo ed elementari) finalmente vadano spediti quanto prima in prigione per gli anni stabiliti; che possono essere anche 24.

Non è così. Tutto deve accadere dopo un lungo e giusto processo da istruire nel rigoroso rispetto delle innumerevoli e dettagliate norme procedurali; dopo aver assai attentamente vagliato tutte, ma proprio tutte, le cause attenuanti generiche, specifiche, speciose e probabili; dopo aver indagato sulla vita dell'educatore/mostro alla ricerca di una qualche lontana tara familiare giustificatrice delle violenze. Né si devono tralasciare lunghe e meticolose indagini sulla personalità attuale e pregressa del presunto reo: il che avviene rintracciando ed interrogando parenti ed amici dell'inquisito. Largo credito, inoltre, è rivolto all'indagine circa eventuali provocazioni poste in essere dai bimbi (di tre/sei anni), o quelle pur sempre possibili dei premurosi genitori che non educano i piccoli, e semmai anche quelle dei nonni troppo accondiscendenti nel cedere alle pressanti richieste di "lecca lecca" dei tremendi ed irrefrenabili nipotini. E dopo l'eventuale ed improbabile condanna in 1° grado, lette le motivazioni di condanna, i valorosi avvocati s'affanneranno a proporre "appello". E lì ancora prove, testimonianze, filmati, perizie psicologiche, psichiatriche, prove testimoniali del "bidello" che non ha visto, del custode "distratto", del dirigente scolastico che non ha avuto "mai un sospetto" e chi più ne sa più ne inventi.

E quand'anche l'appello fosse sfavorevole al reo si ricorre in Cassazione: la legge delle leggi. Tale alto consesso, attraverso centinaia di sentenze, si è così espresso, negli anni recenti a proposito dei delitti che inondano i nostri asili e distruggono la mente ed il fisico dei nostri figli e nipoti

Cass. n. 39927/2005.

"Per la configurabilità del reato di maltrattamenti l'art. 572 c.p. richiede il dolo generico, consistente nella coscienza e volontà di sottoporre la vittima ad una serie di sofferenze fisiche e morali in modo abituale, instaurando un sistema di sopraffazioni e di vessazioni che avviliscono la sua personalità; ne consegue che deve escludersi che l'intenzione dell'agente di agire esclusivamente per finalità educative sia elemento dirimente per fare rientrare gli abituali atti di violenza posti in essere in danno dei figli minori nella previsione di cui all'art. 571 c.p., in quanto gli atti di violenza devono ritenersi oggettivamente esclusi dalla fattispecie dell'abuso dei mezzi di correzione, dovendo ritenersi tali solo quelli per loro natura a ciò deputati, che tradiscano l'importante e delicata funzione educativa" [corsivi nostri, NdR].

Cass. n. 8618/1996.

"Ai fini della configurabilità del reato di cui all'art. 572 c.p. la materialità del fatto deve consistere in una condotta abituale che si estrinsechi con più atti che determinano sofferenze fisiche o morali, realizzati in momenti successivi, collegati da un nesso di abitualità ed avvinti nel loro svolgimento da un'unica intenzione criminosa di ledere l'integrità fisica o morale del soggetto passivo infliggendogli abitualmente tali sofferenze. Ne consegue che per ritenere raggiunta la prova dell'elemento materiale di tale reato, non possono essere presi in considerazione singoli e sporadici episodi di percosse o lesioni, né un eventuale precedente specifico che può valere soltanto per la valutazione della personalità dell'imputato agli effetti della determinazione della pena da infliggere in concreto" [corsivi nostri, NdR].

Cass. n. 18289/2010.

Il reato di abuso dei mezzi di correzione o di disciplina non ha natura di reato necessariamente abituale, sicché ben può ritenersi integrato da un unico atto espressivo dell'abuso, ovvero da una serie di comportamenti lesivi dell'incolumità fisica e della serenità psichica del minore, che, mantenuti per un periodo di tempo apprezzabile e complessivamente considerati, realizzano l'evento, quale che sia l'intenzione correttiva o disciplinare del soggetto attivo [Fattispecie in cui alcuni bambini affidati ad un'insegnante di scuola materna erano stati in più occasioni oggetto di minacce e percosse, ovvero sottoposti a umilianti dileggi per il loro basso rendimento scolastico, NdR].

Con la conseguenza – delirante è dir poco – che pur di fronte alle prove documentali video ed audio, non sufficit le urla dei bimbi, il tonfo del loro capo sui banchetti, le lacrime copiose che scivolano sui volti, le ciocche di capelli al suolo, il violento fruscio degli schiaffi, le reclusioni in stanzini bui, le minacce di ulteriori castighi. L'imposizione ad ingurgitare il cibo vomitato, il terrore che si materializza con una copiosa incontinenza. No, tutto questo alla nostra "giustizia" non basta! E l'Autorità Giudiziaria, di norma, non ferma, come pure dovrebbe, quei criminali in tuta da "educatori". Pur di fronte all'evidenza essa non dispone l'immediata irruzione delle Forze dell'Ordine i cui uomini (in centinaia costretti a visionare le registrazioni), pur essi padri e nonni, sono afflitti a subire la violenza quotidiana determinata dalla loro impossibilità ad intervenire per far cessare quegli scempi sui piccoli corpi. Il "magistrato" deve raccogliere "le prove" che incastrino con sufficiente evidenza l'azione delittuosa delle maestre educate… al peggio e da rieducare dietro robuste sbarre penitenziarie per numerosi lustri. E nel frattempo che si raccolgano "utili prove" i piccoli scolari subiscono ogni giorno le dolci violenze delle loro affettuose educatrici.

Nell'interessante sito "Brocardi.it, latino per giuristi" è riportata una vicenda molto istruttiva ("Condannata la maestra che aveva schiaffeggiato e strattonato per i capelli il minore") dalla quale emergono, con limpida evidenza le lungaggini che accompagnano la condanna di una maestra "picchiatrice". Ne emerge un quadro di desolate squallore in cui pare che la "giustizia" sia fortemente protesa più alla salvaguardia dell'impunità delle presunte "orche" che all'immediata tutela delle accertate piccole vittime.

La misura della condanna inflitta in 2° grado, in Corte di Appello alla coraggiosa maestra consta solo di un piccolo risarcimento danni in favore dei genitori. E le profonde lacerazioni alla psiche ed al corpo del bimbo chi le risarcisce? Forse i "risarciti" genitori donando al piccolo gelatini e pop corn? Ne conseguirebbe che i reati di abuso verso minori (e non parliamo di abusi sessuali) e le inaudite violenze commesse nell'inaccessibilità delle aule scolastiche, devono soggiacere ad una disciplina punitiva ed immediata ben più severa di quella che oggi è assolutamente inefficace. Non vorremmo più leggere sul Corriere della Sera i giornalisti Galli e Santucci costretti a scrivere – il primo agosto scorso – articoli come questo.

Contro questi mostri vestiti da educatori occorre una severissima legislazione ed una "procedibilità" all'arresto immediata. Lasciar correre giorni e giorni per acquisire "prove regine" da usare poi in giudizio, a tutto scapito della salute psichica e fisica dei nostri figli e nipoti appare come pratica demenziale ed altrettanto delittuosa.

È di tutta evidenza l'insanabile contrasto fra le disposizioni dell'Autorità giudiziaria che di norma ordina indagini (le riprese con microcamere) che si protraggono per settimane e mesi, con l'art. 40 c.2. del C.P. vigente, che invece impone agli appartenenti alla forza pubblica ed agli Ufficiali ed agenti della polizia giudiziaria il "dovere di impedire i reati"?

Non impedire un evento, che si ha l’obbligo giuridico di impedire, equivale a cagionarlo

Art. 40 Cpi
Non intervenire con immediatezza pur solo dopo il primo atto di violenza documentatamente compiuto su un bambino concretizza l'ipotesi: Delicta per omissionem commissa. E cosa accadrebbe ad un agente di P.G. se nell'assistere, attraverso le riprese delle microcamere, alle violenze decidesse di far irruzione in un asilo per farle cessare? Sarebbe punibile per aver trasgredito l'ordine del Pm teso ad acquisizione lunghe e reiterate riprese video per meglio documentare i reati commessi?

Chi può mai stabilire quale sia la "giusta" quantità di botte, calci, sevizie e violenze deve subire un inerme bambino prima che intervengano le forze dell'ordine a far cessare tali violenze ? Non vi è una norma che detti regole certe nei casi che qui interessano. Con la conseguenza che l'Autorità giudiziaria di Canicattì può decidere che basti un solo episodio di documentata violenza sui minori per far scattare provvedimenti restrittivi; laddove la Procura di Viareggio può decidere ex edversis, che si debbano acquisire prove certe delle condotte pluricommissive ed inequivocabili della ripetitività dei comportamenti delittuosi, ordinando, di conseguenza di effettuare le riprese (con le microcamere) per lunghi periodi di tempo prima di intervenire per por fine alle violenze. A tutto scapito della sanità fisica e psichica delle piccole vittime: "Summum ius summa iniuria" (Cicerone, De Officiis 1-10)

Cosa fare.

Cosa fare? Il cammino è tortuoso, lungo ed oneroso e dovrà tener conto, purtroppo, di quella mala genia di "garantisti" che neppure le lacrime e le botte ai bambini riescono a ricondurre a ragione. Occorrerà mettere mano al Codice di proceduta penale, parte seconda, libro qui "Indagini preminari e udienza peliminare" Titolo VI, Arresto in flagranza e fermo, Art. 380. Arresto obbligatorio in flagranza. La soluzione ruota tutta attorno all'infelice art. 380 che così recita

Gli ufficiali e gli agenti di polizia giudiziaria procedono all'arresto di chiunque è colto in flagranza di un delitto non colposo, consumato o tentato, per il quale la legge stabilisce la pena dell'ergastolo o della reclusione non inferiore nel minimo a cinque anni e nel massimo a venti anni [corsivo nostro, NdR]

E come si fa a cogliere in flagranza un'educatrice violenta che, di certo, non picchia nel giardino dell'asilo i piccoli a lei affidati? Una piccola modifica s'imporrebbe; e le violenze cesserebbero sul nascere.

Ho sognato quest'innovato art. 380: "Gli ufficiali e gli agenti di polizia giudiziaria procedono all'arresto di chiunque è colto in flagranza. Costituisce flagranza, al fine della tutela del bene prezioso della salute dell'infanzia, anche una sola immagine, comunque acquisita, che evidenzi violenza su minore …omissis…"

Una profonda rivisitazione delle miriadi di "regole" che presiedono alla disciplina delle complesse attività didattiche ed educative che interessano le scuole della "prima infanzia" implica il coinvolgimento del potere giudiziario (per modificare le norme penali e procedurali) e dei poteri normativi attribuiti alle Regioni ed ai Comuni

Il percorso, extragiudiziario, ove lo si volesse intraprendere subito, non sarà agevole in quanto le normative, oggi vigenti, che presiedono alla "costruzione, gestione e controllo" degli asili nido promanano – per quanto riguarda noi campani – dalla Regione Campania: Legge Regionale N. 48 Del 04-09-1974 che estende la sua efficacia ai Comuni ed ai Consorzi dei Comuni destinatari dei fondi previsti artt. 1 e 2 della Legge 6 dicembre 1971, n. 1044. Sono, quindi, gli Assessori all'Istruzione ed alle Politiche sociali, con la Giunta regionale delle varie regioni italiane, a determinare ad approvare i requisiti delle figure professionali operanti negli asili nido, micro nido e servizi integrativi al nido. Preso atto delle centinaia di episodi di violenza consumatisi negli asili nidi di tutta la penisola, v'è da auspicare che le disposizioni relative al “sistema integrato 0-6 anni” (legge 107/2015, art. 181) provvedano, fra le varie azioni, alla riforma degli asili nido e i servizi per l’infanzia con una serie di cambiamenti relativi alla figura dell’educatore di nido d’infanzia e del coordinatore pedagogico dei servizi per l’infanzia, nel senso di poter individuare (ed isolare) i soggetti potenzialmente pericolosi.

Cosa fare nell'immediato.

Cosa fare nell'immediato? Inondare di accorati fax il Presidente della Repubblica, on. Sergio Mattarella (Fax 06.46993125) ed il Ministro della Giustizia Andrea Orlando, (fax +39 06.68897951) perché ciascuno secondo le proprie prerogative si adoperi per una modifica, in melius, delle vigenti (ed inefficaci) norme procedurali giudiziarie inidonee, oggi, a garantire la sanità fisica e psichica dei piccoli ospiti degli asili laddove emergono, quotidianamente, "mostri" da isolare in perpetuo dal contatto con minori.

Nell'immediato: occorre che i Comuni disponessero l'istallazione, ad horas, in tutti gli asili comunali ed in quelli in "concessione" di telecamere negli spazi frequentati dai bambini (anche, e soprattutto, in prossimità dei servizi igienici con la predisposizione di adeguate cautele per garantire la massima riservatezza dei piccoli). Ed occorre responsabilizzare i genitori perché, in assenza di disposizioni comunali, pretendano, dal concessionario della gestione dell'asilo privato, le medesime predisposizioni di sorveglianza supradescritte.