" Quali sono i suoi scrittori prereriti?". Nelle interviste, questa domanda rappresenta un "classico". Ad essa, le più o meno diversamente acculturate star dello sport, dello spettacolo, del business, rispondono sciorinando i vari Dickens, Yourcenair, Orwell, Marquez…finanche Pirandello e magari Proust. Nessuno di loro avrebbe la spudoratezza di inserire nell'elenco…Paolo Villaggio. Perchè non è certo un nome di cui riempirsi la bocca, da Olimpo della Letteratura in grado di dare  lustro al sapere di facciata da ostentare. Ebbene, riflettendo sul poliedrico "artista" genovese che oggi ci ha lasciati, mi sento di avere la spudoratezza di dire che la mia cultura letteraria e una fetta non trascurabile di quella generale hanno avuto praticamente inizio da adolescente con la bibliografia della sua sciagurata creatura Fantozzi. Mi sono culturalmente formato sullo sfigato ragioniere e non credo che ci abbia guadagnato poco in questa scelta di gioventù…tutt'altro!. Mi sono divertito e nel contempo ho immagazzinato elementi di rilievo della sociologia, della psicologia e dell'arte di scrivere.  Uno stile gradevolmente essenziale eppure ricchissimo di sfumature quello di Villaggio. Una prosa fluida, scorrevolmente ilare con venature di velata tragicità, con un uso esemplarmente anticonvenzionale della lingua italiana. Quanto ai contenuti, beh…essi sono stati spesso eccessivamente enfatizzati in chiave grottesca o ridanciana dalle sceneggiature cinematografiche, ma sono non di rado all'altezza di ben più paludati scritti di narrativa e trattatelli di scienze umane. Certo, poi "uno sguardo" a Dostoevskij, Hesse, Moravia, non me lo sono fatto mancare. Ma Villaggio…

Raffaele Basile