La persona con disabilità vista con pietismo ed eroismo, due facce della stessa medaglia che conducono alla discriminazione sociale. Ma anche l’identificazione di una categoria umana che, in molti casi, può creare una divisione unilaterale e inaspettata. Da diverso tempo, i media italiani sono al centro di vaste critiche in merito al linguaggio giornalistico utilizzato per raccontare la disabilità. Più volte, si è resa necessaria l’esigenza di aggiornare gli addetti ai lavori sull’uso delle terminologie corrette, senza però ottenere un risultato tangibile, ma arrivando a demonizzare ancor di più una persona con disabilità come esterna alla società. «Abbiamo staccato il mondo della disabilità dalla comunità – spiega il presidente FIABA (Federazione Italiana per l’abbattimento delle barriere architettoniche) Giuseppe Trieste a Fanpage.it -. Questo passaggio è avvenuto all’incirca negli anni 70/80. Le persone con disabilità hanno sempre fatto parte della comunità. Con l’anniversario internazionale per le persone con disabilità, si è data una nuova interpretazione, come se questa categoria di persone fosse un’umanità a parte, tant’è vero che ora si sente parlare di diversamente abili e normodotati e così via. Sono tutte definizioni improprie. Noi dovremmo partire dal presupposto che parliamo sempre di esseri umani. Se una persona ha una disabilità, posso dire, per esempio, che Giuseppe Trieste che ha avuto una disabilità, è attinente. Se no, parlo di Giuseppe Trieste in quanto persona».

presidente-giuseppe-trieste-fiabain foto: Giuseppe Trieste, presidente FIABA

Siamo di fronte a una necessità, in quanto – per il momento – non esiste nessuna carta deontologica dell’Ordine dei giornalisti in merito. «Perché le carte esistenti non trattano questa materia? – si domanda Trieste – Perché la persona con disabilità non la considerano nel contesto globale della comunità. Noi abbiamo interpretato male il concetto dei diritti umani delle pari opportunità. Le persone con disabilità le abbiamo interpretate male. Abbiamo voluto iper-proteggere queste persone credendo che se noi gli costruiamo un mondo a parte, loro stanno meglio, non rendendoci conto che abbiamo fatto il più grande errore che si potesse fare: quello di ghettizzarli in un mondo che non può esistere. Ad esempio, quando io sento ‘Ecco la prima spiaggia per persone con disabilità’, chissà perché da trent’anni è sempre la prima spiaggia per persone con disabilità».

In effetti, non ha tutti i torti. In materia di linguaggio giornalistico, abbiamo un accenno nella Carta di Perugia del 1995, il cui articolo 12 spiega che «È comune intento la tutela dei diritti dei soggetti deboli, in particolare minori, handicappati ed anziani». Tale documento però non ha più valore giuridico, in quanto ora è in vigore il Testo Unico del 3 febbraio 2016, che all’articolo 6 consegna precisazione sulla funzione del giornalista, che deve rispettare «i diritti e la dignità delle persone malate o con disabilità siano esse portatrici di menomazioni fisiche, mentali, intellettive o sensoriali». Ciò che salta all’occhio è l’espressione “persone portatrici di menomazione”: sarà il termine corretto per salvaguardare l’immagine di una persona?

FIABA, appunto, si è fatta questa domanda, e ha replicato con la proposta di una nuova carta deontologica, la Carta deontologica delle Pmr (che indica persone con mobilità ridotta, in inglese person with reduced mobility, termine utilizzato già in qualche aeroporto internazionale), con la finalità di insegnare e spiegare ai giornalisti l’uso dei termini corretti in materia di disabilità. C’è stato anche un seminario di presentazione, svoltosi il 19 giugno 2017 a Roma presso l’aula magna dell’Università Lumsa, che ha visto anche la partecipazione della Presidente dell’Ordine dei Giornalisti Lazio Paolo Spadari. «Il concetto di persona con ridotta mobilità riguarda qualunque essere umano – precisa Trieste -. Dipende da quello che sto facendo, se sono disabile o no. Una persona che sale su un treno o su un autobus con una valigia ingombrante è a ridotta mobilità. Una donna in stato di gravidanza si muove in un modo diverso da una persona non in stato di gravidanza. Quindi, questa terminologia aiuta a includere chiunque ha bisogno. Tant’è vero che questa definizione è stata coniata a livello europeo, c’è una Gazzetta Ufficiale del 2010, se non ricordo male, dove c’è un elenco di tutte le persone definite a ridotta mobilità. Basti pensare anche al naturale processo d’invecchiamento di una persona. Madre Natura ci può fare alti più di due metri o meno di un metro, con le gambe lunghe o con le gambe corte».

La proposta di FIABA trae spunto da altri due documenti: la Carta di Roma (2008), nata per arrestare la diffusione di termini discriminatori nei confronti di rifugiati e immigrati; la Carta di Milano (2013), promossa per usare termini appropriati nei casi di detenuti con misure alternative alla detenzione carceraria, al fine di evitare allarmismi sociali e percorsi di reinserimento sociale difficoltosi.

In sostanza, al centro della questione vengono messi termini come “menomato” e “handicappato”. La critica della Federazione riguarda le conseguenze discriminatorie nell’utilizzo di queste terminologie: ad esempio, in origine, la parola “handicap” indicava la «zavorra di piombo che serviva a livellare la differenza di peso dei fantini nelle corse dei cavalli», scrive FIABA in una nota. Basti pensare che l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha completamente bandito il termine da ogni documento. Sulla stessa riga, sono ostracizzati anche “diversamente abile” e “diversabile”, che «hanno assunto un carattere di politically correct» che decontestualizzerebbe la rappresentazione di una persona con disabilità.

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Inoltre, FIABA non concorda sull’utilizzo della parola “disabile” come sostantivo (ma si può parlare di “persona disabile”) e definisce «semanticamente agghiacciante» la perifrasi “costretto sulla sedia a rotelle”, quando nella realtà – come si legge sempre nella nota della Federazione – «la sedia a rotelle è un facilitatore, uno strumento di liberazione e non può diventare lo stesso simbolo dalla disabilità: l’Onu stessa ha fatto un passo indietro epurando dalla simbolistica sulla disabilità l’immagine della persona in carrozzina e sostituendola con un’immagine stilizzata dell’uomo vitruviano. Il messaggio è chiaro: l’uomo come misura di tutte le cose. E proprio così deve essere se si vuole costruire una società inclusiva ed accessibile».

Fino ad ora, “persona con disabilità” è stata indicata come la perifrasi più adatta da utilizzare. FIABA, però, vuole ricreare un’omogeneità umana, grazie a "persone con mobilità ridotta". E l’impatto di questo progetto è stato notevole. «In linea di massima, mi aspettavo questa risonanza – ammette il presidente Trieste -. Sa, conoscendo il mondo dei media… Oggi, però, c’è un altro grosso problema nel mondo dei media, che si è costruito da una ventina d’anni circa: solo le cose negative fanno audiance, insieme al pietismo. Ma perché? Io devo essere un arbitro, e devo dire quello che va bene e quello che va male. Anzi, devo sempre mettere sui due piatti della bilancia una negativa e una positiva. Perché non esiste solo il negativo e solo il positivo. Siccome io sono un ‘educatore’ quando scrivo, se io dico che è solo tutto nero, uno ad un certo punto si suicida. Ma gli vuoi dare una speranza? C’è la notte, e c’è il giorno. Però quando bisogna parlare di una cosa da lodare, non fa notizia. Invece, io vorrei che i media trasmettessero questo: ‘Le cose accadano perché intanto devono accadere, ma intanto ti rafforzano’. Nel momento in cui usi una penna, o i tasti del computer, ci si rende conto che le parole sono macigni. Possono trasmettere cose positive, far riflettere e fare del bene a chi legge oppure può mandarli in depressione». La palla passa ora all’Ordine dei Giornalisti, che dovrà decidere se recepire o meno questi suggerimenti.