C’è internet e suoi pilastri, Google, Facebook, Whatsapp, Amazon e così via.

Ci sono le compagnie aeree low-cost che ti fanno viaggiare in lungo e in largo per il mondo a prezzi paragonabili a quelli di una passeggiata fuori città.

Ci sono i robot, sempre più intelligenti e autonomi, che popolano fabbriche e c’è anche la prossima, imminente rivoluzione delle automobili che ci porteranno dove vorremo senza la fatica di doverle guidare.

Ci sono anche cose brutte, molto brutte.

Ad esempio il terrorismo islamico globale che miete vittime innocenti nelle nostre città a suon di bombe, accoltellamenti o investimenti a bordo di camion lanciati follemente sui passanti.

Ci sono paesi ricchi che hanno indirettamente alimentato il mostro del fanatismo usando i bombardamenti intelligenti per esportare la democrazia lì dove, guarda caso, i propri interessi economici e geopolitici lo suggerivano, senza capire che l’odio e lo stesso fanatismo hanno origine, tra le altre, nell’estrema disuguaglianza economica, nella spaventosa concentrazione della ricchezza mondiale in pochissime e potentissime mani.

Insomma, per farla breve, il mondo è cambiato e sempre più cambierà nei prossimi anni.

Eppure, in modo sorprendente e quasi misterioso, c’è una tradizione che resiste, inesorabile, al passare degli anni, dei decenni, anzi dei secoli, almeno nel nostro Paese: la vacanza nei giorni di Ferragosto.

E si, perché di questo si tratta, a leggere i dati che, puntualmente, si ripetono anno dopo anno.

Nel 2017, ad esempio, gli italiani che hanno fatto un paio di settimane di vacanza (in media) nel mese di Luglio sono stati circa 15 milioni (25% della popolazione); ad Agosto, invece, questo numero è aumentato sensibilmente arrivando a circa 21 milioni (più del 33%), per poi giungere all’impressionante  cifra  di circa 30 milioni nelle giornate intorno al 15 Agosto (ovvero il 50% dei nostri connazionali).

Lo sa bene chi resta in città, soprattutto nella settimana centrale del suddetto mese: strade deserte, negozi per lo più chiusi (con la ragguardevole eccezione delle grosse catene e dei grandi supermercati, novità degli ultimi anni). Uno scenario inusuale, fatto di strade solitamente trafficate in questi giorni percorribili in pochi minuti, un’incredibile facilità a trovare parcheggio, un silenzio a tratti surreale e del tutto sconosciuto negli altri mesi dell’anno.

Tutto ciò, per chi resta e magari ha già goduto, in precedenza, del suo meritato periodo di ferie dal lavoro, è sostanzialmente anche piacevole: allontana lo stress “da rientro”, fa apprezzare di più il contesto in cui si vive e, pur lavorando, sembra quasi “allungare” le festività, se intese in senso lato e in contrapposizione al solito caos cittadino.

Eppure, a far da contraltare, c’è anche un senso di desolazione, di impercettibile fastidio misto a inquietudine nell’osservare la lunga serie di saracinesche abbassate, di marciapiedi vuoti, di attività che si fermano, talvolta di parchi pubblici chiusi e negati anche ai bambini.

Sensazioni negative che si trasformano in rabbia quando si assiste a servizi pubblici che peggiorano la loro già insufficiente capacità: autobus introvabili, metropolitane che chiudono anticipatamente la sera, ambulatori ospedalieri funzionanti a scartamento ridotto e così via.

Da dove nasce tutto ciò?

Fa impressione ricordare come l’origine di tutto risalga addirittura all’epoca romana, quando l’imperatore Ottaviano “Augusto”, nel lontanissimo 18 a.C. , istituì le cosiddette “Ferie Augusti”, un intero mese di riposo (e di feste auto celebrative, a partire dal nome, letteralmente “riposo di Augusto”), successivo all’intenso lavoro fatto nei campi dagli agricoltori per il periodo di mietitura, nel corso della Primavera fino a Luglio. Festa, tra l’altro, dedicata alla dea Diana.

La successiva cultura cristiana trasformò tale festività laica in una religiosa, scegliendo il giorno 15 per la ricorrenza dell’assunzione in cielo di Maria; tali festività si protrassero per tutto il Medioevo giungendo fino all’età moderna, mescolando sempre l’aspetto religioso con quello più materiale del riposo dei lavoratori, soliti ottenere dai rispettivi datori di lavoro della “mance” in cambio degli auguri.

Anche il regime fascista, facendo un veloce salto all’epoca contemporanea, volle celebrare a suo modo la ricorrenza imponendo, in queste giornate (dal 13 al 15), delle tariffe ridotte ai biglietti ferroviari in modo da garantire anche ai meno abbienti un piccolo viaggio verso altre città della nazione.

Successivamente, le grandi fabbriche, perno intorno al quale girava il grosso dell’economia italiana (a partire dalla Fiat), si adeguarono alla secolare tradizione bloccando la produzione per 2 o tre settimane.

Oggi, tuttavia, nonostante il peso della storia, si fa una certa fatica a comprendere il protrarsi di questa preferenza di vacanze ferragostane.

Il grosso dei lavoratori italiani lavora oggi nel settore dei servizi e della pubblica amministrazione: si tratta di circa il 70% degli occupati, mentre solo un ridotto 27% è impiegato nell’industria; in agricoltura, come noto, la percentuale è molto bassa, intorno al 3%. Nel 1930, per fare un paragone notevole, gli agricoltori erano addirittura il 47% del totale, mentre nell’industria vi lavorava un sostanzioso 30% (il rimanente 23% nei servizi).

Come dire, non c’è nessuna produzione “pesante” da fermare ormai, ma soltanto un’insieme di servizi che dovrebbe risultare costante e soddisfacente in tutti i periodi dell’anno; sarebbe dunque accettabile una loro piccola ed equilibrata riduzione distribuita in un intervallo di tempo più grande rispetto all’attuale brusca frenata nelle settimane centrali di agosto.

Altro motivo per il quale risulta difficile comprendere il motivo di questa scelta vacanziera è dato dall’aumento consistente del prezzo che le aziende turistiche applicano in questo periodo dell’anno: al crescere della domanda, come l’economia infatti insegna, il prezzo aumenta.

Perché pagare il 20-30% in più (nei casi migliori) un soggiorno in hotel, una crociera o la permanenza in un villaggio turistico quando a Luglio, ad esempio, con un clima del tutto paragonabile si può fare lo stesso risparmiando una somma consistente?

Mistero, dei più enigmatici.

Quello che comunque impressiona è il fatto che, nel complesso, il popolo italiano consideri ancora accettabile o quantomeno normale che, per 2 o tre settimane all’anno, tutto si fermi o quasi, dai processi in tribunale a diversi servizi sanitari, da una buona programmazione in TV ad una regolarità di apertura degli esercizi commerciali.

Qualcuno la definisce cultura nazionale.

Dovremmo forse iniziare a pensare che si tratta solo di banale, tremenda arretratezza.

In più, sarebbe ora di pensare che distribuendo meglio il lavoro (chi mi legge abitualmente sa che sostengo che dovremmo lavorare tutti meno ma in numero maggiore di persone) non ci sarebbero più chiusure o rallentamenti da tollerare in nessun periodo dell’anno, ma attività portate avanti con regolarità e maggiormente degne di un Paese finalmente civile.