di Shorsh Surme

Ormai è chiaro che sia l’Akp, il partito islamico “Giustizia e Sviluppo” di Erdogan, sia lo Stato Islamico (Isis) condividono lo stesso desiderio di vedere l’affermazione di un forte potere sunnita sia in Iraq che in Siria. Questo nonostante si sia da più parti auspicata una netta separazione fra Stato e religione.
Per il presidente turco prendere parte alla lotta contro i propri correligionari sunniti equivarrebbe ad andare contro gli insegnamenti del Corano e dell’Hadith, che impone la solidarietà tra musulmani e il divieto di collaborazione con gli infedeli.
La cosa è del tutto strumentale, in quanto il neo-presidente della Repubblica turca è senza dubbio al corrente di ciò che stanno facendo gli assassini dell’Isis (decapitazioni, stupri e vendita delle donne come schiave sessuali), ovvero quanto vi sia di più lontano dall’interpretazione del Corano. Detto questo non dimentichiamo che lo stesso Erdogan nel 2007, in occasione di un’intervista per la tv turca Kanal D, ebbe a dire che “Non c’è un Islam moderato. L’Islam è l’Islam”.
E non è neppure un segreto che i generali turchi in questi tre anni di guerra civile siriana abbiamo controllato e fornito armi ai terroristi islamici in Siria attraverso il confine fra i due paesi. E questo fatto è stato denunciato dai curdi molto tempo fa, ma in Occidente si è fatto orecchie da mercante.
Il presidente Recep Tayyip Erdogan ha cercato anche di portare divisione fra i curdi e di mettere gli uni contro gli altri, insinuando che sarebbero stati i combattenti del Partito curdo dell’Unità Democratica (PYD), fondato nel 2003, a non volere l’aiuto dei loro fratelli peshmerga dell’Iraq. Il tutto è falso. Proprio due giorni fa il co-presidente del PYD, Salih Müslim, ha dato il benvenuto ai peshmerga per liberare la città di Kobane.
Il popolo curdo, in buona fede, aveva creduto nel dialogo tra Erdogan e Öcalan, ma la Turchia si è posta di traverso alla collaborazione fra i combattenti del Pkk e del Ypg in Siria. E non è venuta incontro neanche ai peshmerga in Iraq, quando i terroristi dell’Isis avevano occupato la città di Maxmur (Makhmour), nel agosto scorso. Erdogan aveva la possibilità di dimostrare di essere intenzionato a portare avanti il processo di pace con il partito dei lavoratori del Kurdistan, il Pkk (partî krêkaranî kurdistan), cominciato nel marzo 2013, dando sostegno a Kobane. Invece ha bombardato le postazioni del Pkk, il quale sta cercando di aiutare le forze curde in Siria. Queste negli ultimi tempi hanno guadagnato a livello internazionale la reputazione di essere il più forte nemico dello Stato Islamico.
Certamente l’assedio della città di Kobane e la fuga della popolazione curda rappresentano un fatto positivo per la Turchia di Erdogan, in quanto i curdi siriani vengono accusati di essere alleati ai “terroristi” del Pkk, gli stessi “terroristi” con i quali un anno fa Erdogan aveva iniziato il dialogo: un’evidente contraddizione.
Attraverso il sostegno a Kobane, Erdogan avrebbe potuto dimostrare la sua sincerità riguardo al processo di pace con il Pkk, invece ha scelto di utilizzare l’assedio della città come un’occasione d’oro per indebolire i curdi, mostrando la sua totale mancanza di interesse per la distensione con il Partito curdo dei Lavoratori .
In Turchia i funzionari del governo hanno dichiarato che non c’è differenza tra il Pkk e lo Stato Islamico. Eppure, con il suo rifiuto di sostenere il Rojava (Kurdistan siriano), Erdogan suggerisce che il progetto democratico “dal basso”, inclusivo, egualitario di genere, e dell’auto-governo, rappresenta per la regione una minaccia “terroristica” maggiore dell’ISIS