I primi ottanta giorni della sindaca Raggi sono stati tremendi. Dopo il can can festoso dell’insediamento i problemi si sono affastellati arrivando, in questi giorni, a una sorta di resa dei conti finale in casa 5 Stelle. Perché – se qualcuno non tira fuori un grosso coniglio dal piccolo cilindro – l’esperienza Raggi non finirà travolta dai rifiuti, dai trasporti, dalle Olimpiadi o dal degrado delle periferie ma dalle lotte interne al Movimento e specialmente – come ottimamente scrive Polito, dalla loro improvvisazione, impreparazione e improntitudine. Spiega Polito

Non sono gli avvisi di garanzia, le liti intestine, la guerra tra correnti, i veri problemi dei Cinque Stelle. Anche il Pd ne ha in abbondanza, e ciò non gli impedisce di essere al governo del Paese. Il vero grande problema dei Cinque Stelle si potrebbe definire esistenziale, ed è stato macroscopicamente confermato dalla crisi di Roma: il suo progetto iniziale, l’utopia rivoluzionaria su cui si fonda, gli impedisce di risolvere i problemi del far politica con gli strumenti della politica democratica. Questo avviene perché il M5S in fondo non crede nella politica. Crede solo in sé, come prefigurazione in nuce di una società ideale, e dunque unico soggetto capace di interpretare e applicare la «volontà generale» dei cittadini, che si esprime attraverso la Rete. […] Si nega così una visione laica della politica, basata sulla separazione liberale dei poteri. Coloro che sono eletti nelle istituzioni sono costretti alla schizofrenia di una doppia lealtà. Quella al Movimento e alle sue ferree ma mutevoli regole deve prevalere su quella agli elettori. Sembrerebbe impossibile che Virginia Raggi, eletta da 770 mila romani, possa dipendere dai 1.764 militanti che l’hanno scelta come candidata online. Eppure tra la sindaca e il suo immenso elettorato ci sono almeno quattro filtri di sovranità interna che la sovrastano: il Mini Direttorio locale, il Direttorio nazionale, il Super Direttorio della Casaleggio Associati e il Fondatore supremo.

Immagino che tutti gli avversari dei 5 Stelle potrebbero essere felici per questo possibile imminente disastro ma – da feroce avversario io stesso – vorrei segnalare alcune conseguenze nefaste che ricondurrei a due principali categorie: quella della democrazia e quella, assai più cinica, dell’opportunità politica.

La prima riguarda il fatto che Raggi è stata non già eletta, ma praticamente plebiscitata. Due elettori romani su tre l’hanno fatta sedere sullo scranno del Campidoglio, e questo è avvenuto pochissimi mesi fa; al di là di ogni considerazione politica (non c’erano alternative credibili a Raggi) i romani hanno cercato in lei la sindaca che risolvesse i loro problemi. Mica tutti, ma almeno qualcuno. Una città di enorme complessità, la capitale di un paese del G7, una città con velleità olimpiche, dopo il disastro di diversi precedenti sindaci, dopo Mafia Capitale, ha semplicemente bisogno di funzionare. La possibilità di lavorare senza eccessivi intralci per un mandato, cercando di applicare le soluzioni più opportune ai problemi della città, è quanto i romani volevano e quanto la sindaca ha diritto di ottenere. Anche se di un colore politico che non ci piace.

La seconda ha invece a che fare con la mancanza di alternative. Se Raggi si dimette e a Primavera Roma dovesse di nuovo votare, quali liste innovative e credibili potrebbe mai trovarsi di fronte i romani? Ma, volendo spingere il cinismo politico un po’ oltre, c’è un altro motivo per cui io personalmente spererei che la Raggi durasse (se non per tutto il mandato almeno per un paio d’anni). Se Raggi cade ora, cade per le beghe interne degli sciagurati suoi compagni di partito. La narrazione conseguente, semmai alla luce di un ipotetico (ma non difficile da prevedere) discreto ufficio di Appendino, potrebbe essere quella del complotto, della fiducia mal riposta in qualcuno (per esempio Di Maio), del tradimento interno, dei mass media al servizio di Bilderberg, in fattori, in sostanza, esterni all’oggetto vero di interesse degli elettori, interesse vero che si risolve nella domanda: “Ma il M5S saprebbe governare o sa solo far caciara?”.

Io credo che la domanda sia essenziale, e Roma è esattamente il banco di prova per rispondere. Perché delle due, una: o i 5Stelle sanno risolvere almeno parte dei problemi romani e si dimostrano pragmatici, realisti, maturi quindi per un governo, e la democrazia italiana avrà guadagnato una risorsa; oppure no, faranno pasticci e non risolveranno alcun problema, dimostrando agli italiani la loro inconsistenza.

Nel primo caso si sarà parallelamente compiuta la necessaria metamorfosi del Movimento da gruppo padronale velleitario di protesta a partito organizzato con una classe politica minimamente capace. Bene per loro, ma bene per tutti; ci si confronterà sulle idee e vinca il migliore. Nel secondo caso si potrà mettere la parola “Fine” a un’esperienza che non solo non ha concluso nulla di positivo in questi anni ma che, proprio per il suo velleitarismo populista, ha condizionato in negativo lo scenario politico italiano.

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