in foto: Lionel Jospin, autore nel 1997 della riforma delle 35 ore in Francia, in compagnia di Hollande

In un mio precedente articolo su questo quotidiano (http://www.fanpage.it/35-ore-per-salvare-l-italia/) avevo affrontato il tema dell’auspicabile riduzione dell’orario lavorativo a 35 ore settimanali (come fatto in Francia circa 20 anni fa ormai dal socialista Jospin). Avevo già espresso, in quell’occasione, 2 punti sostanziali a favore di questa importante innovazione sociale: da un lato la probabile ricaduta positiva sull’occupazione con una consistente creazione di nuovi posti di lavoro e, dall’altro, la possibilità di farlo a parità di salario e senza oneri per le imprese (basterebbe, a fronte del minor impegno richiesto, accettare, da parte del lavoratore, una riduzione dei cosiddetti “permessi retribuiti”, non più così necessari in presenza di un orario lavorativo inferiore).

È utile ritornare sull’argomento per affrontarlo da un altro punto di vista; in questo caso non più quello dell’utilità macroeconomica (ovviamente centrale in un’epoca caratterizzata dal dramma della disoccupazione a livelli record e dal crollo delle aspettative del turbo-capitalismo) ma quello del beneficio dell’individuo, ovvero del lavoratore.

L’attuale modello maggioritario prevede una suddivisione della giornata in tre parti fondamentali: 8 ore da dedicare al lavoro, 8 al riposo e infine 8 per tutto il resto.

Già qui ci dovremmo fermare perché chiunque lavori o abbia lavorato sa bene che il calcolo appare tanto semplice quanto palesemente errato.

Alle ore lavorative andrebbero sommate, per onestà, 2 altri intervalli della giornata, del tutto non trascurabili.

Il primo, come ovvio, è dato dalla pausa pranzo, che può variare da contesto a contesto dai 30 ai 60 minuti.

Il secondo, ancor più ovvio, è rappresentato dal tempo impiegato per il viaggio, verso e dal posto di lavoro. Se per i più fortunati questo può essere compiuto in 30-60 minuti complessivi al giorno, per chi invece risiede più lontano si può arrivare anche a due/tre ore totali (a volte nemmeno “riposanti” ma scandite da estenuante traffico in auto o imprecisati ritardi di autobus e treni).

Insomma, rifacendo il calcolo in maniera corretta, si dovrebbe suddividere così la giornata effettiva: 9 ore (nel caso migliore) o 11-12 (nel caso peggiore) spese per lavorare e quindi, conseguentemente, molte meno per il riposo e la vita “sociale”. In un caso intermedio (quello della stragrande maggioranza) 10 ore contro le restanti 14.

Volendo applicare le raccomandazioni della medicina ufficiale che prescrive come necessarie almeno 8 ore di sonno per non rischiare effetti negativi a lungo termine sullo stato psico-fisico generale, ne restano soltanto 6.

Senza considerare eventuale (e sempre più richiesto dalle dinamiche aziendali moderne) lavoro “straordinario”, che ne ridurrebbe ancor più la già esigua portata numerica, 6 ore sono dunque il tempo finale risultante in cui vanno concentrati: cura dei legami familiari, crescita dei figli, impegni vari (spesa giornaliera, acquisti per la propria persona, manutenzione casa e auto, pagamenti ecc…) fino ad arrivare al banale secondo pasto e altre necessità fisiologiche.

È del tutto evidente che solo in casi eccezionali è possibile oltre a tutto questo, in un intervallo così breve, coltivare anche un hobby, praticare in modo regolare e plurisettimanale uno sport o dedicarsi ad attività culturali e sociali in genere.

Il quadro è quindi abbastanza chiaro e meriterebbe di essere approfondito: per 40 anni (durata attuale della vita lavorativa stabilita per legge) l’organizzazione sociale in vigore concepisce e richiede individui che assolutamente NON devono avere troppi interessi personali, NON devono praticare con regolarità attività fisiche, NON devono dedicarsi alla lettura se non in minima parte, NON devono provare a occuparsi di politica in prima persona ma limitarsi a seguirla e votare ogni cinque anni, NON andare troppo spesso al cinema e così via…

Domanda: siamo sicuri che questo modello, o quantomeno l’irrigidimento dello stesso, costruisca una società sana, libera, forte, democratica e in definitiva bella? E siamo sicuri che l’aumento di vecchie e nuove “malattie sociali” come ansia, stress, depressione o attaccamento morboso ai social network non siano collegate ad esso?

Sembrerebbe proprio di no.

Eppure basterebbe rimodulare l’orario e l’organizzazione della settimana lavorativa, riducendone la quantità di un fattore di poco superiore al 10% (5 ore su 40 per l’appunto) per cercare di invertire questa tendenza. Lavorare un’ora in meno per i cinque giorni previsti o addirittura distribuire le 35 ore su 6 giorni lavorativi (abbassando ulteriormente a circa 6 le ore quotidiane) restituirebbe di colpo diverse ore da spendere nelle attività elencate prima.

Come già detto, non solo in Francia è stato fatto e lo scenario permane da decenni, ma forse, considerando che l’ultima riduzione dell’orario lavorativo in Italia risale addirittura a 90 anni fa (nel Marzo del 1923 con diminuzione dell’orario lavorativo ad 8 ore) storicamente si dovrebbe tornare a ragionare sulla questione (a maggior ragione poi se si ritiene teoricamente possibile un impatto positivo sul tasso di disoccupazione).

Ultima considerazione: ridurre l’orario avrebbe anche un effetto di equità sociale. Nel nostro paese esistono già categorie di lavoratori, pubblici per lo più, che, a differenza di quelli impegnati nel settore privato, lavorano (con stipendi pressoché paragonabili) 6 ore quotidiane per 6 giorni: 36 ore complessive contro le 40 comuni. Questo senza contare le rendite di posizione di chi opera nella scuola: formare le nuove generazioni è un’opera nobile, complessa e determinante: questo è ovvio e indiscutibile. Forse però, prevedere per questi ultimi una settimana lavorativa di 18-24 ore complessive più due/tre mesi di inattività retribuita (quando le scuole sono chiuse) è non più sostenibile per uno Stato che voglia perseguire più lavoro ma anche più equità.

Il tema della riduzione dell’orario lavorativo non è quindi solo economico ma anche e soprattutto sociale.

Potrebbe essere, a pensarci bene, un bellissimo argomento da porre al centro del dibattito da parte della Sinistra italiana, alla perenne ricerca di un’identità forte e realmente progressista.