E’ la lotteria più amata dagli italiani; eppure è il gioco d’azzardo (matematicamente) più difficile del mondo.

E’ anche un’incredibile fonte di guadagno per le casse dello Stato, che raccoglie, grazie ad esso, miliardi di euro: 1,6 nel 2016, addirittura 3,3 nel 2009. Una tassa facile da riscuotere.

Oltre a tutto ciò, il Superenalotto è anche, plasticamente, lo specchio inconsapevole delle storture della nostra società, incapace ormai di ricordare cosa significhi la parole equità e piuttosto determinata nell’accrescere il perpetrarsi delle disuguaglianze economiche che la stanno uccidendo.

Come se non bastasse, il notissimo gioco è anche, paradossalmente e solo da un punto di vista matematico, fin troppo prudente nel premiare il suo massimo vincitore, quello in grado di centrare il 6.

Per chiarire queste affermazioni e ragionare su quello che, almeno una volta, tutti abbiamo fatto basta dare poche cifre.

Che sia il gioco più difficile al mondo è chiaro a tutti, ricordando la probabilità di realizzare la sestina vincente: addirittura 1 su 622.614.630 (seicentoventidue milioni e rotti)! Una probabilità infinitesima, di gran lunga inferiore a quella di digitare, a caso, il codice pin di un bancomat trovato per strada e riuscire a sbloccarlo (1 su 100.000) o a quella che l’asteroide Apophis colpisca il pianeta Terra nel 2036 (1 su 40.000).

La straordinaria difficoltà di vittoria non sembra interessare più di tanto i giocatori che, probabilmente, pur sapendo benissimo tutto ciò, vedono in quel bigliettino con 6 numeretti sopra non più una schedina, ma un simulacro divino, capace potenzialmente di cambiare non solo la propria vita per sempre, ma anche quella dei propri figli, nipoti e pronipoti. Un oggetto di fede da non mettere in alcun modo in discussione con la ragione.

Talvolta, tuttavia, per il potere della statistica, l’improbabile (estremo) accade ed il fatidico 6 viene realizzato da un anonimo e fortunatissimo vincitore, che si aggiudica cifre astronomiche; ad esempio ben 163.538.707 euro ad Ottobre del 2016 (con una schedina da 3 euro), seconda solo ai famosi 177.729.043 dell’Ottobre 2010, che però furono suddivisi in 70 quote uguali per ciascuno dei partecipanti al complesso sistema. Per non parlare dei 147.807.299 euro che premiarono lo scommettitore che tentò la fortuna con appena 2 euro nell’ormai lontano Agosto 2009.

Ciò solo per citare i primi 3 in ordine di grandezza.

La domanda, leggendo l’importo enorme di questi premi, sorge spontanea: è giusto “moralmente” assegnare tanti soldi ad una sola persona (o gruppo ristretto di partecipanti ad una stessa schedina) invece di redistribuirli su un numero maggiore di scommettitori, lasciando comunque del tutto inalterata la soddisfazione della vincita, lì dove si parla di milioni di euro?

Non sarebbe più bello avere, settimanalmente, un numero maggiore di vincitori milionari (non solo con il 6, ovviamente, ma anche col 5 ad esempio) piuttosto che uno soltanto, probabilmente anche incapace di gestire, improvvisamente, un patrimonio di centinaia di milioni, paragonabile tranquillamente a quello di un potente industriale o finanziere della nazione?

Si, sarebbe più bello, molto più bello e moralmente anche più giusto.

Si badi bene, l’effetto di questo squilibrio delle vincite non è casuale, ma frutto dello stesso regolamento.

Ad ogni estrazione, infatti, il 60% dell’incasso delle giocate costituisce il Montepremi (il restante 40% viene trattenuto tra Stato, il 28,27%, punto vendita 8% e dal e Sisal , il 3.73%), che viene così redistribuito ai vincitori: il 17,4% ai 6 punti, il 13% ai 5+1, il 4,2% sia ai 5 che ai 4 , il 12,8% ai 3, il 40% ai 2 e un residuo 8,4% alle vincite istantanee.

Cose si vede, dunque, i pochissimi 6 e 5+1 si spartiscono più del 30% del montepremi, con la sestina (che di solito, quando è centrata, è solitaria) a fare la parte del leone; i tantissimi (in proporzione) 5, 4 e soprattutto 3 si devono accontentare di poco più del 20%.

Non solo: il cosiddetto jackpot del 6 viene mantenuto sempre molto elevato grazie a due espedienti forse  poco noti. Se in un’estrazione nessuno fa il 6, il relativo montepremi viene sommato a quello della successiva estrazione; in più, se nessuno fa il 5+1, il 50% del relativo montepremi viene sommato a quello del 6 del successivo concorso, mentre l’altro 50% viene aggiunto a quello del 6 nell’estrazione successiva a quella in cui tale vincita sarà realizzata.

Capito? Il montepremi del 5+1, se non realizzato in un’estrazione, non viene redistribuito su quelli delle vincite più basse o al più sulle successive del 5+1, ma dirottato dal basso verso l’alto, ovvero verso il 6.

Come dire, secondo il regolare regolamento, si alimenta fortemente la vincita dei futuri pochi fortunati, senza dare un solo euro in più alle tante vincite più basse.

Vi ricorda qualcosa?

Ma certo! Sembra proprio il paradigma della nostra società, avvolta da decenni dalle scie fumose del pensiero unico neoliberista, basato sulla concezione che le tasse siano troppe alte e che vadano tagliate, partendo però dai più ricchi (invece che ridurle facendole pagare finalmente a tutti), che le imprese vadano sempre sostenute garantendo a queste ultime finanziamenti miliardari sperando, spesso illudendosi, in un aumento dell’occupazione, che i capitali portati illecitamente all’estero vadano fatti rientrare garantendo super-sconti sulle legittime sanzioni e anonimato più assoluto agli infedeli possessori.

Una società che ha prodotto il vergognoso risultato di una ricchezza del pianeta detenuta dall’1% dei più ricchi in misura uguale al restante 99%, o anche, udite udite, di appena 8 uomini che guadagnano come 3.5 miliardi di persone!  Vale la pena ripeterlo per fissarlo bene in mente (e ricordarlo a chi ancora non lo sa: 8 “paperoni” al mondo sono ricchi come la metà della popolazione mondiale, cosa mai avvenuta prima nella storia!)

Una modello economico suicida che manifesta i suoi effetti anche qui, in Italia, dove l’1% dei più ricchi detiene addirittura il 25% del PIL nazionale.

E dunque?

E dunque, come tutti i racconti che sembrano ormai ben delineati, anche questo merita di finire con un colpo di scena, o meglio con un paradosso, anche se solo da un punto di vista matematico.

Il Superenalotto è un gioco “equo”?

Per quanto detto prima sembrerebbe di no, premiando troppo chi si aggiudica il primo premio.

E invece, per chi conosce la statistica e la teoria dei giochi, si può affermare che la vincita del 6 viene pagata addirittura poco! Infatti, per essere equo, il premio di un gioco dovrebbe essere pari al prodotto tra l’importo scommesso e il reciproco della probabilità di vittoria (come dire, il lancio di una moneta è equo se, scommettendo 1 euro su testa o croce, essendoci una probabilità su 2 di vittoria, se ne vincono 2).

Poiché al Superenalotto la scommessa minima è pari ad 1 euro, da suddividere tra i premi del 6, 5+1, 5 e così via (6 tipologie di vincita) e per il 6 si scommette dunque una cifra pari a 1/6 euro = 0,166 euro, la vincita equa dovrebbe essere almeno pari a 0,166 * 622.614.630 =   103.769.105 euro!

Si potrebbe concludere, dunque, con una certa sorpresa, che ogni volta che uno scommettitore vince meno di quella cifra iperbolica, il gioco non sia stato equo nei suoi confronti. Tutto regolare, quindi, fin troppo.

Fermiamoci qui, lasciamo la matematica da parte (anche se questa ci suggerirebbe di non giocare o quantomeno, se proprio non si riesce, di non scommettere assolutamente più della puntata minima) e sogniamo un gioco che sia meno simile allo specchio dei tempi odierni, in cui uno prende tutto e tutti gli altri stanno a guardare.

Un gioco che sia meno equo matematicamente ma più equo moralmente e socialmente.