“Le persone che soffrono di un disturbo psichico hanno bisogno non solo delle cure specialistiche, ma di tutti quegli elementi che rendono la vita degna di essere vissuta”. Antonio Maone, responsabile UO Comunità Terapeutica e Residenze DSM ASL Roma/A, descrive la situazione in cui versano i servizi per la tutela della salute mentale di cui si parlerà il 27 e 28 gennaio a Roma al convegno “Riprendersi” .

Quali sono secondo lei i fattori determinanti della salute mentale?

Sono tanti ovviamente i fattori in gioco. Va ricordato subito, però, che per “salute” non dobbiamo intendere semplicemente “assenza di malattia”, ma piuttosto un pieno stato di benessere, come ha sostenuto l’OMS fin dalla sua fondazione. In altri termini, non dobbiamo solo combattere ciò che fa male, ma anche favorire e rinforzare ciò che fa bene. Per recuperare la salute mentale, quindi, le persone che soffrono di un disturbo psichico hanno bisogno non solo delle cure specialistiche, ma di tutti quegli elementi che rendono la vita degna di essere vissuta: i diritti, il ricevere ascolto e rispetto, la sicurezza di ricevere supporto ogni volta che emerga una difficoltà, l’appartenenza attiva alla propria comunità, il contribuire alla vita sociale con un’attività produttiva, creativa, o con lo studio, un reddito adeguato; ma anche la possibilità di avere sogni e aspirazioni, fare delle scelte, esercitare un certo grado di controllo sulla propria vita, sperimentare un senso di indipendenza e di auto-efficacia. E da diversi anni il campo della salute mentale è sempre più attento a questi fattori, che, anche qualora la malattia non “guarisca” definitivamente (come accade del resto in molte malattie “croniche”), possono risultare determinanti per il benessere soggettivo della persona.

Vi sono secondo lei degli aspetti di innovazione, di sperimentazione, di qualità nel funzionamento dei servizi di salute mentale su cui occorre insistere ed investire?

L’insieme dei fattori a cui ho accennato, vengono oggi riassunti in un paradigma che in ambito internazionale è noto come “recovery”, e che appunto allude alla possibilità di “guarire” dalle conseguenze catastrofiche che la malattia mentale ha comportato per la persona (perdita del senso di sé, della propria identità, sogni infranti, discriminazione ed esclusione sociale). Ma non si tratta di un nuovo intervento tecnico, di un nuovo modello da applicare, bensì di una mentalità, di una visione, di un diverso approccio alla persona. L’adozione di questo paradigma da parte dei servizi, comporta perciò un diverso modo per l’operatore di relazionarsi all’utente: una seria attenzione ai bisogni per come vengono espressi dall’utente stesso, creando le condizioni relazionali e ambentali che rendano possibile l’espressione autentica di tali bisogni; la rinuncia, da parte dell’operatore a “sapere meglio e di più” dell’utente per ciò che riguarda il suo disagio e la sua vita, e quindi la rinuncia a “guidare” e dirigere il percorso. Il nuovo approccio, in altri termini, si realizza nello “stare accanto” all’utente con genuina attenzione e continuità, sostenendolo nella realizzazione degli obiettivi da egli stesso individuati. Si tratta di percorsi spesso tortuosi, che possono implicare battute d’arresto, ricadute. Ma ciò che conta è sostenere e far recuperare un senso di autodeterminazione, di far riprendere le redini della propria vita per ricostruirla aldilà della malattia, la quale ovviamente deve continuare ad essere curata con tutti gli strumenti disponibili.

Quali sono i contenuti della formazione degli operatori che bisognerebbe oggi approfondire?

Innanzitutto bisognerebbe insistere sul fatto che il processo di “riprendersi la propria vita” non può compiersi ed esaurirsi all’interno dei servizi di salute mentale. Se l’obiettivo è l’inclusione sociale, che sia il più possibile “vera” (ad esempio attraverso un’abitazione indipendente, piuttosto che in una struttura residenziale presidiata), le competenze essenziali dell’operatore (e dell’organizzazione del servizio) sono allora la flessibilità, la disponilità a seguire e assistere il paziente infondendogli fiducia in sé stesso, sostenendolo attivamente negli inevitabili periodi di crisi, aiutandolo a trovare le risposte ai suoi bisogni fuori dalle strutture socio-sanitarie, che pure devono essere disponibili nelle fasi critiche. Un aspetto che andrebbe approfondito riguarda inoltre il superamento del pregiudizio per il quale una persona con malattia mentale non è in grado di trovare un suo proprio personale percorso esistenziale. Come se la malattia di per sé avesse definitivamente compromesso questa possibilità. Come se la persona si trovasse in uno stato di permanente e irrimediabile vulnerabilità. E’ un pregiudizio che impedisce all’operatore di ampliare la visione delle potenzialità e dei punti di forza personali e ambientali (che l’operatore dovrebbe invece imparare sempre più a riconoscere e valorizzare), concentrandosi invece sui sintomi e sui deficit, e finendo per favorire insidiosamente il prolungamento a lungo termine della dipendenza istituzionale.

Quale contributo possono dare le associazioni dei familiari, il volontariato e, in generale, gli enti del terzo settore come risorsa complementare nei percorsi di cura in salute mentale?

Il ruolo di questo universo di iniziative è prezioso, perché funziona da ponte verso la comunità allargata. Il suo essere inserito nel pieno del tessuto sociale e l’essere sostenuto da soggetti del mondo reale, danno luogo ad uno spazio di sviluppo per l’inclusione sociale che i servizi sa soli possono difficilmente assicurare. Esempi di eccellenza in questo ambito sono rapresentati dalla Fondazione Di Liegro e dalla Fondazione D’Harcourt, che da molti anni perseguono con successo questi obiettivi.