in foto: A general view shows the Italian Senate in Rome, January 28, 2016. Senate will begin debate on a bill that would legalise civil partnership for homosexuals as well as unmarried heterosexual couples. REUTERS/Remo Casilli

Siamo alla vigilia di elezioni molto importanti, per certi versi sottovalutate nella loro strategica rilevanza politica.

I cittadini delle più grandi città italiane, Roma, Milano, Napoli, Torino, Bologna (ed altre) saranno chiamati ad eleggere il Sindaco e i rispettivi Consigli Comunali; a loro sostegno, naturalmente, saranno tante le liste ed i partiti in campo ad animare il dibattito e la campagna elettorale.

A tal proposito, pur nell’ambito di elezioni amministrative, uno dei temi che più spesso vengono affrontati in questi ultimi anni ruota attorno alla seguente domanda: ha ancora senso oggi parlare di destra e sinistra?

Il quesito è divenuto ancor più centrale dal momento in cui i grandi partiti storici si sono indeboliti o del tutto sciolti, lasciando spazio a movimenti come quello di Beppe Grillo che, fin dalla nascita, hanno sempre rifiutato collocazioni, autodefinendosi come un gruppo orientato alla “risoluzione dei problemi concreti dei cittadini”, al di là di visioni “ideologiche” o di bandiera.

Dietro queste dichiarazioni si nasconde tuttavia una clamorosa mistificazione ai danni di coloro che, meno preparati culturalmente o troppo delusi da poco esaltanti passate esperienze di militanza, credono che, effettivamente, la risoluzione o gestione di un generico problema della nostra società sia sostanzialmente unica, talvolta “tecnica”; applicando quest’ultima (caso per caso), cioè, il problema cessa di esistere e tutti stanno, da quel momento in poi, meglio di prima.

Non è assolutamente così!

Prendere delle decisioni implica, nella maggioranza dei casi, schierarsi a favore di alcune persone o gruppi di persone e dei loro interessi, scontentandone altri le cui esigenze, pur sempre legittime, vengono ritenute, secondo il proprio orientamento intellettuale, meno urgenti e rilevanti dei primi.

A ben guardare accade sempre così, anche nelle piccole e frequenti scelte di vita quotidiana; immaginate ad esempio di aver dimenticato di acquistare il latte e che ve ne resti  soltanto un po’ nel frigorifero: a chi lo date a colazione? Al vostro figlio più piccolo di 1 anno oppure al fratello maggiore, immaginiamo di 6 anni? Ne avrebbero entrambi diritto e necessità, non c’è dubbio. È facile pensare che la scelta ricadrebbe sul bimbo più piccolo, la cui esigenza è di certo più rilevante di quella del fratello maggiore, più attrezzato a resistere, potendo magari mangiare banalmente altro.

Fuor di metafora, è finalmente giunta l’ora di sfatare un mito: la soluzione dei problemi non è quasi mai unica ed in grado di accontentare tutti; ne esistono diverse e la scelta tra queste dipende dalle reali possibilità a disposizione nonché dalla scala di priorità propria di chi è chiamato ad assumerla.

Ad aggravare la situazione c’è anche il fatto che, nella propagandata “ideologia” del superamento destra/sinistra in funzione della risoluzione “pragmatica, tecnica e non ideologica” dei problemi, si annida in realtà un’accettazione acritica della società, mai messa realmente in discussione nella forma in cui l’ha modellata la vera ed unica ideologia trionfante: il neoliberismo.

Alcuni esempi? Vediamoli.

Crescita del PIL. È il vero totem, tirato sempre in ballo in ogni discorso o circostanza utile; certo, è un dato di fatto che la crescita dell’economia e della ricchezza sia un obiettivo da inseguire. Tuttavia, dietro questa consolidata certezza su cui tutti concordano, come si fa a cercare la differenza tra sinistra e destra?

Ecco: la seconda pensa che basti realizzare tutte le condizioni per far crescere il PIL in modo da aumentare di colpo il benessere delle persone; la “crescita” nazionale come fine ultimo. La realtà, invece, dimostra purtroppo che aumentare la ricchezza senza poi cercare di redistribuirla è non solo inutile, ma va ad esclusivo vantaggio dei più ricchi. In altre parole, una crescita dell’economia, obiettivo positivo, senza la necessaria redistribuzione (che solo lo Stato può promuovere e non certo il mercato) aumenta le disuguaglianze.

Essere di sinistra, quindi, tanto per iniziare, implica che la crescita del PIL sia solo un mezzo per realizzare un fine più importante, la riduzione delle disuguaglianze. La destra, invece, non si sofferma su questo, demandando il tutto al salvifico “mercato”.

Detto ciò, quale è lo strumento per eccellenza che uno Stato ha a disposizione per redistribuire la ricchezza? Ovvio, le tasse, da applicare in proporzione al reddito e ai patrimoni.

Va da se, dunque, che una persona sinceramente di sinistra non dovrebbe mai demonizzarle, attaccarle, denigrarle o giudicarle come un’imposizione quasi crudele; un vero progressista, al contrario, dovrebbe pagarle diligentemente e battersi affinché tutti lo facciano. Solo riducendo sensibilmente il cancro vergognoso dell’evasione fiscale sarebbe possibile farle calare, evitando di ledere la qualità di pubblici servizi come scuola, sanità e trasporti.

Chi è di destra, invece, ritiene che per aumentare la fedeltà fiscale si debba partire proprio dalla riduzione delle tasse; l’opposto, in pratica. La realtà, purtroppo, dimostra che, pur riducendo la tassazione, i furbi continuano ad esserlo e le casse dello Stato si svuotano, cosa che rende inevitabile un nuovo aumento o, peggio ancora, la persistenza di ospedali meno dignitosi, scuole meno efficienti e trasporti inadeguati.

Dopo il PIL e le tasse, finiamo questa breve ma emblematica lista di esempi con il lavoro.

Il mito della destra e del neoliberismo imperante è l’idea che riducendo i diritti dei lavoratori e rendendoli di fatto sempre più subalterni alle imprese, l’occupazione sia destinata ad aumentare, indipendentemente da fattori strutturali quali investimenti, innovazione e domanda.

Su questo, la distinzione con la sinistra è ancora, se possibile, più marcata. Ridurre i diritti aumenta drammaticamente la precarietà dei lavoratori, che divengono persone più insicure e incapaci di realizzare i loro progetti di vita (tra l’altro, in questo modo, spendono meno, con ovvie ripercussioni negative sul PIL); inoltre, il discorso dei diritti sembra non cogliere le cause più strutturali della disoccupazione nel mondo contemporaneo, post-industriale e globalizzato.

Di lavoro in circolazione, infatti, ne serve meno che in passato: informatica e robotica hanno spesso sostituito lo sforzo di tanti con il sapere di pochi. A fare il resto è intervenuta la potenza cinese, i cui costi di produzione dei beni sono inestimabilmente minori dei nostri (per una serie di motivazioni).

Cosa fare, dunque? In pochi lo dicono, anche a sinistra (nessuno a destra): immaginare una società del prossimo futuro in cui il lavoro venga redistribuito, in modo da caricare meno chi lo ha già e inserire milioni di persone nel mercato, strappandole al duro scoglio della disoccupazione o dello sfruttamento. Lavorare meno, dunque, anche in risposta all’aumento dell’età pensionabile realizzato in maniera molto decisa.

La società immaginata da uno di sinistra è quindi, su questo versante, meno centralizzata sul lavoro, invasivo e totalizzante, ma maggiormente aperta a ritmi più equilibrati per le persone, a cui andrebbe restituito una fetta del loro tempo libero, da dedicare a interessi personali o impegno civile.

Sinistra e destra, dunque, non solo non appaiono concetti superati ma, ancora adesso, rappresentano 2 visioni nettamente opposte della realtà. Chi afferma il contrario  è chiaramente in malafede o incapace di analizzare le differenze, facendo così il gioco del mantenimento dello status quo e del trionfo del neoliberismo.

Ultima, inevitabile osservazione: se un giovane politico, attualmente al potere, si autodefinisce di sinistra e poi nei suoi provvedimenti abbassa le tasse, in parte demonizzandole, anche se l’Italia resta il Paese (dopo la Grecia) a più alta evasione fiscale in Europa, elimina l’imposta sulla prima casa (ritenuta  un bene “sacro”) anche se a possederla è un ricco signore che potrebbe tranquillamente pagarla, vara una riforma del mercato del lavoro tutta incentrata sulla scomparsa del contratto a tempo indeterminato mediante l’abolizione dell’articolo 18, tu sei ancora disposto a credergli o pensi che ti stia, nemmeno tanto sottilmente, ingannando?