Di quando eravamo bambini ci ricordiamo talvolta, sopratutto se abbiamo avuto un'infanzia serena, molto poco. Quello che ricordo io, e sono sicuro ricordiate anche voi, sono i sogni e i progetti che facevo. Un giorno sognavo di diventare calciatore, magari quando giocavo a palla con gli amici, mentre quando ero sotto la doccia pensavo che un giorno avrei potuto fare il cantante, in fondo tanto male non ero. Il sogno che facevo più spesso, pur inusuale per un bambino di seconda elementare, era quello di diventare un giornalista, non un giornalista televisivo, piuttosto uno di carta stampata.

L'idea di perdermi nel mio mondo, di poter comunicare alla mia maniera i miei pensieri e le mie idee, mi solleticava parecchio, tanto che questa aspirazione me la sono portata dietro dalle elementari fino alle superiori. In italiano, dicendola tutta, non ho mai eccelso, ma non ho neanche mai avuto alcun tipo di problema, e, fino all'ultimo anno di liceo ho davvero pensato di poter seguire questa strada, tanto da scegliere giurisprudenza non tanto perché mi piacesse il diritto -non avendolo mai studiato, non sapevo, e forse tutt'ora non so, cosa fosse- ma perché mi avrebbe permesso di provare a fare il master in giornalismo. Ora vi starete chiedendo, perché questo tizio che non conosco mi sta raccontando la sua vita? Arrivo al punto.

Nel corso della mia infanzia e della mia adolescenza ho costruito un castello di sabbia che, come tutti i castelli di sabbia, era destinato a crollare alla prima tempesta di vento. Una tempesta di vento che fa crollare tutte le tue certezze, tutti i tuoi sogni e le tue aspirazioni, e ti riporta con i piedi per terra a fare i conti con la realtà. Forse, sognavi come me di migliorare la tua condizione sociale, sognavi di avere uno stipendio più corposo di quello dei tuoi genitori. Criticavi quei bamboccioni di 27 anni che erano ancora alle dipendenze di mamma e papà, senza essersi ancora laureati, e dicevi a te stesso che avresti raggiunto il tuo scopo nella vita. In realtà poi, arriva un giorno in cui metti in discussione tutto, il giorno della tempesta di vento. Cosa voglio realmente dalla mia vita? Cos'è per me il successo? Cos'è per me la felicità? Dove sto andando?

Domande, complessi, che come un tarlo entrano nella tua testa e minano tutte le tue certezze. Dubbi amletici che non ti lasciano dormire la notte, che non ti lasciano preparare gli esami dell'università come volevi. Voglio studiare e laurearmi per raggiungere una posizione sociale di prestigio? Oppure questo non lo voglio io, ma la società me lo impone? Voglio lavorare? Ma poi tutte le mie aspirazioni?

A questo punto due strade si presentano davanti a noi, nascondere la testa nella sabbia, oppure affrontare la realtà, cercando di darsi delle risposte. Certo, non è una matassa che si sbroglia in un giorno o due, ci vuole tempo ad imparare a conoscersi, ma è l'unica via di salvezza, l'unica via per avere una vita serena, l'unica via per non arrivare ad una certa età pieni di rimpianti e conviti di aver buttato via la propria vita.

Perché ho deciso di di scrivere questo articolo che in fondo più che un articolo è una confidenza? Perché sono convinto che la fuori è pieno di gente nelle mie stesse condizioni, gente che ha bisogno di sapere di non avere nulla di sbagliato e di non essere un fallito. Perchè i veri falliti sono quelli che camminano con una benda davanti agli occhi, senza sapere dove stanno andando.