A livello intellettuale, il cambiamento epocale è stato più intenso di quanto possiamo immaginarci. Oggi le connessioni friendly – come dicono quelli bravi – e la possibilità di essere presenti online in ogni istante della nostra vita con il mondo intero, ci fanno sentire nel dovere di mostrare qualcosa, anche esasperando il concetto di intimità. Dobbiamo renderci presentabili, detail-oriented, dinamici, skillati al punto giusto con i nostri avatar online, nelle nostre stories. Tutto a discapito del contenuto. "Il web ci dà l'opportunità di metterci in bella vista", ormai è una frase fatta: che sia un addome scolpito, un sedere bello sodo o un viso snappacchato nel migliore dei modi. È la vita di oggi, serve stare al passo coi tempi. Andatelo a dire a Selena Gomez, finita in clinica a causa del suo sentirsi in dovere di pubblicare ogni giorno qualche foto su Instagram.

Sempre connessi, sempre pronti a dire o fare la nostra con il desiderio costante di emergere dal mucchio, e far durare quei quindici minuti di celebrità un periodo eterno, che pensiamo di meritare. Si fa di tutto per elevarci: video di camminate sopra altissimi palazzi, challenge virali senza rispettarne il senso, post in cui mostriamo la nostra felicità (fittizia?) con l'intento di creare invidia. Insomma, siamo noi, superficialmente noi. E il contenuto? Cosa vogliamo dire con tutto ciò? Cosa vogliamo comunicare? Nulla, se non essere al centro dell'attenzione, prede di un egocentrismo esoterico da far concorrenza al miglior Narciso. Dopo quanti scatti avete scelto la vostra foto preferita da pubblicare online? Venti?

E ormai tutto ciò accade anche in un mondo dove il contenuto dovrebbe essere centrale: la musica, la cui epopea della spinta a cambiare la società sembra si sia spenta per sempre. Una volta era Woodstook, oggi è un ragazzo laccato che ci sputa in camera, nonostante abbia ricevuto un premio grazie ai suoi fan, che ogni giorno ascoltano le sue canzoni e acquistano i suoi brani. E lo vediamo davanti a noi, fin troppo bene. Gli artisti si votano con i like, loro ti ringraziano con della saliva in diretta televisiva. Si guarda alla notorietà data dal web più che all'arte in sé. Andatelo a chiedere a Elodie, il cui concerto all'Alcatraz di Milano è stato cancellato, anche se è stata una delle big di Sanremo 2017. Perché?

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Oggi, chi nasce dal web può aspirare a diventare qualcuno, ha una vetrina immediata per scalare la piramide sociale ed essere quello stato di vip che tutti credono sia semplice da conquistare. Per fortuna, restando in tema musicale, qualcuno con del contenuto si salva, facendo qualche sacrificio artistico per restare in voga nelle radio. Per il resto, stendiamo un velo pietoso. Al solo pensiero che una scimmia nuda ballerà all'Eurovision Song Contest, al posto di una donna che ci ricorda quanto la vita possa essere perfetta, dovrebbe rattristare un po' tutti.

Eppure questa "sindrome dell'imbecille", dove i contenuti vengono spazzati via con l'interesse morboso per dei videolitigi tra artisti, o presunti tali, conquista il pubblico, perché è il pubblico stesso a decretarne la sua diffusione. Lo sappiamo, e lo accettiamo con grande facilità e superficialità, anche se questi nuovi strumenti innovativi potrebbero essere utilizzati per decretare il cambiamento. Purtroppo, l'apatia delle vetrine social hanno rafforzato la nostra senilità di idee e gusti: meglio parlare dell'ultimo vincitore di un'isola affollata, a discapito di quanto accade in Cecenia.

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Chiariamoci. Siamo circondati da fenomeni: solo che ieri erano tipi come Michael Jackson; oggi è un qualsiasi personaggio che prima ti fa andare a comandare in tangenziale con un trattore, e poi critica chi segue quel tormentone. Da una parte potremmo definirli dei geni del marketing: hanno compreso quali sono i tempi che corrono. Oggi non c'è bisogno di un testo con riferimenti importanti o pieno di emozioni, ma prenditi il tormentone, è ciò che vuole il mercato. Ed è vero, ogni circo ha bisogno della sua scimmia: ma oggi c'è ne sono veramente troppe.

Ma non ci stufiamo mai di questi fenomeni, e li idolatriamo, li rendiamo tali. Ci guardiamo attorno, come se l'omologazione ai canoni odierni, quali ammasso di like e visibilità ricercata in ogni modo, siano alle basi del nostro vivere quotidiano. E i libri di Bukowski li abbiamo letti tutti grazie alle citazioni sulle foto da porcellina dei nostri contatti. Guai, però, a sfogliare L'ultima lezione di Randy Pausch. Di per sé, Black Mirror non ha tutti i torti. Eppure, l'arte e la sua espressione erano una vena umana ignota a molti, quasi a tutti. L'artista, quello reale, era un uomo fuori dagli schemi con del vero contenuto: poteva trasmettere un concetto, un'idea e un sentimento. Oggi, un Michelangelo riuscirebbe a cavarsela? Difficile, magari dopo tanti retweet e un talent. Quest'ultimi, però, sono diventati lo specchio che enfatizza le barbarie dei social network: te la puoi cavare con i consueti quindici minuti di celebrità, anche senza gavetta. Calchi palchi televisivi importanti, ma alla fine i tuoi concerti non li vede nessuno. Meglio un video di trenta secondi, è più virale. E il contenuto? Non emerge, come nei mondi virtuali: l'ascolto e la capacità di approfondire i contenuti viene meno, la pratica nei locali diventa cosa vecchia. L'importante è la strada veloce, arrivare prima al successo di tutti gli altri. Però, se non sei meglio di Van Gogh, è difficile vederti ogni giorno sulla cresta dell'onda.

Eppure le persone virtuali sono reali, ma sembra che li trattiamo come ectoplasmi inesistenti, pensando che la visibilità che noi doniamo loro sia ininfluente. Non ci si accorge che li abbiamo attorno, che li potremmo ritrovare nella nostra stessa stanza, fenomeni che si professano nuovi cultori di un qualcosa privo di senso. E dove sta il contenuto? Forse dietro a "questa mappata di sole".