Fra i molteplici slogan che raggiungono le loro brevi fortune nel Web 2.0 c’è questo, indubbiamente bello, di Vittorio Arrigoni, il cui significato, secondo Gabriele Tapella che di Arrigoni fu amico è

non perdere il contatto con la propria umanità e con il senso di giustizia che la battaglia per i diritti umani e per la libertà del popolo palestinese porta con sé, significa coerenza nel denunciare i crimini israeliani e nel compiere scelte magari difficili e scomode, ma che contrastino attivamente le contraddizioni che ogni giorno ci sono imposte dal mainstream delle politiche economiche ed estere occidentali. Restiamo umani significa restare in contatto con se stessi, e non lasciarsi tramutare in abulici ed apatici esseri viventi, incapaci di ricordare le proprie aspirazioni e di credere nei propri desideri (fonte).

La frase, l’auspicio a un’umanità di giustizia e di slancio solidaristico, è molto legata ad Arrigoni e al contesto conflittuale israelo-palestinese ma propone una visione del mondo e della speranza del vivere, e del lottare, che trovo commovente. Ma inattuale. Non riesco proprio a percepire l’umanità (intesa nel senso di Arrigoni) come un valore. La questione è molto semplice da porre: noi siamo buoni o cattivi? La nostra più profonda umanità ci farebbe trovare Abele o Caino? Perché “Restiamo umani” significa questo: far vincere il buono che è naturalmente in noi contro il cattivo sovrastrutturalmente accumulato per ragioni… boh? da capire… Il diavolo, l’inganno, la debolezza pur insita nell’essere “umani”… Ma se invece la vera natura umana non fosse buona? Se la normalità fosse il male come potremmo non auspicare, invece, di non restare umani?

Senza richiamarmi a Rousseau, Kant o ad altri filosofi che hanno discusso il tema, vorrei proporre un piccolo esercizio di mera logica. Gli esseri umani possono

  • essere naturalmente buoni;
  • essere naturalmente cattivi;
  • essere naturalmente amorali.

Non ci sono altre possibilità ammesso che col termine ‘naturalmente’ si intenda qualcosa di biologico e non di culturale. La neurobiologia ci rivela ormai quotidianamente quanti e quali comportamenti ed emozioni siano dettati dal nostro DNA e quindi perché non la predisposizione al bene e al male? Attenzione: non sto sostenendo alcuna posizione organicista; sto solo ponendo le premesse alla mia questione meramente logica. Alle tre possibilità sopra enunciate (essere buoni, cattivi o amorali) si può – come premessa di studio – dare una risposta neurobiologica oppure una sociologica, altra etichetta un po’ troppo generica per includere comunque tutto ciò che non sia organico ma frutto dell’interazione fra esseri umani.

Prima ipotesi generale: comunque siano gli esseri umani (buoni, cattivi o amorali) dipende dalla loro costituzione fisica, da come sono mescolati i geni; qualcuno di più (buono o cattivo) e qualcuno di meno, con differenze entro una gamma accettabile, così come c’è gente più bassa in mezzo a qualche spilungone ma la massa, più o meno, è racchiusa entro il metro e settanta-settantacinque (o qualcosa di simile, non sottilizzate). Vediamo quindi le ipotesi specifiche

  1. siamo organicamente, neurologicamente cattivi: in decine di migliaia d’anni di cattiveria, essendo questa costituzionale alla nostra umanità, i casi devianti (buoni) sarebbero stati da tempo banditi e sopraffatti e per selezione naturale saremmo tutti dei brutti ceffi; molto più probabilmente ci saremmo estinti da diverse migliaia d’anni ma, non avendolo ancora saputo fare ottimizzando lo sforzo, confido che con le tremende armi ormai a disposizione sia questione di mesi, al massimo di anni;
  2. siamo organicamente, neurologicamente buoni: i pochi cattivi della storia – casi di deviazione genetica, così come purtroppo nascono persone affette da tante brutte malattie – sono stati isolati socialmente, non hanno potuto riprodursi se non sporadicamente e il mondo, con qualche inspiegabile lentezza, si sta avviando alla perfezione;
  3. siamo tutti organicamente, neurologicamente amorali: il nostro patrimonio genetico ci forgia né buoni né cattivi ma soltanto desiderosi di felicità, di salute, di amore, di successo, di potere, di sapere, di quel che vi pare, e quindi disponibili a fare del vostro meglio per perseguire il vostro desiderio. Questa ipotesi, insomma (che a torto è definibile amorale) riguarda l’essere umano come animale che fino a pochissimo tempo fa lottava per sopravvivere; oggi questa lotta viene riprodotta in maniera per lo più simbolica nel mondo occidentale, ma si può comprendere come la distanza temporale verso quelle lotte di sopravvivenza sia veramente minima, in prospettiva cosmica, e non sarebbe strano se assieme allo smartphone coesistesse questa traccia di opportunismo primordiale.

Seconda ipotesi generale: comunque siano gli esseri umani (buoni, cattivi o amorali) dipende dal giudizio che la società dà di ‘buono’ e ‘cattivo’. Perché appare piuttosto evidente che nel corso della storia, e in società diverse, le cose sono apparse via via buone o cattive a seconda di quale cornice giustificativa veniva utilizzata, a seconda del modo di pensare dei governanti, a seconda delle circostanze e così via. Oggi ci fanno orrore le notizie di donne lapidate in Medio Oriente ma non tantissimi secoli fa noi le bruciavamo; oggi in Occidente le donne possono mostrare il seno con più o meno libertà, cosa proibita e punita fino a pochi anni fa, ma permessa ancora più anni fa, proibita ancor più remotamente e così via (per non dir delle latitudini); aggiungete esempi a piacere. Insomma la quarta e ultima ipotesi di lavoro è la seguente

4. l’essere umano si descrive con termini quali ‘buono’ e ‘cattivo’ in ragione della cultura dominante, del gruppo sociale cui appartiene, dell’educazione ricevuta, del consenso o dello stigma che riceve in cambio ai suoi comportamenti eccetera. È insomma una definizione sociale.

La sociologia quindi ci può spiegare solo perché ci affibbiamo determinate etichette a partire dall’idea che non ci sia nulla di neurobiologico, oppure che gli elementi costituzionali non siano così prepotenti da risultare dirimenti.

Uniamo allora le due ipotesi più plausibili. Mi sembra evidente che le prime due siano da scartare, vista l’umanità che conosciamo. Ancorché plausibile una componente neurologica questa non è dirimente: una parte dell’umanità è costituita da autentici bastardi, e in giro c’è anche qualche santo ma, onestamente, mi pare che la stragrande maggioranza delle persone abbia modeste ambizioni che cerca di perseguire in maniera sostanzialmente priva di eccessiva aggressività o di eccessivo altruismo. Ciascuno di noi è stato coraggioso e vile in momenti diversi, aggressivo o accomodante, profittatore o generoso; qualcuno di più, qualcuno di meno… L’essere umano – considerando la sua storia primordiale – è probabilmente più orientato alla sopravvivenza, alla ricerca di soluzioni che ottimizzino i benefici per sé e la propria famiglia e in ciò propenderei per la soluzione 3; l’essere umano non è intrinsecamente e naturalmente né buono né cattivo ma sostanzialmente un amorale opportunista. Successivamente l’essere umano, diventato essere storico, ha costruito sovrastrutture sociali che includono la definizione di Bene e Male: mutevoli, provvisorie, contraddittorie; accettate o rifiutate dalla massa o da élite.

Cosa significa allora “restiamo umani”? Significa poco. Se guardo una parte consistente di mondo in cui essere “umani” significa cercare di sopravvivere, semmai sopraffare, direi “No, non voglio restare umano in questo senso”; voglio diventare qualcos’altro, qualcosa di compatibile con la dignità mia e del prossimo, qualcosa di tollerante in senso bidirezionale, qualcosa di libero nella propria razionalità e non schiavo delle proprie ideologie o dei propri dei. Lo sforzo che l’umanità compie da secoli è proprio quello di affrancarsi dall’animalità delle origini sostituendola con la cultura; l’idea di poter sconfiggere le malattie non solo con riti sciamanici; di convivere in mezzo ad altri senza temerli e anzi cooperando; di stabilire regole e leggi a tutela dei deboli e imporle ai forti. Anche l’opportunismo amorale primitivo, atteggiamento indispensabile per vivere nella jungla, deve essere superato da uno sforzo culturale. Anche se tutti vorremmo essere imperatori dell’universo dobbiamo sopportare sacrifici e limiti della democrazia. Anche se tutti vorremmo potere e illimitata irresponsabilità dobbiamo piegarci alla coesistenza di tanti ego addomesticati a una certa responsabilità reciproca.

Se restare umani acquista quindi la profondità di questa consapevolezza evolutiva, della necessità di essere imperfetti interpreti del mondo frammisti ad altri interpreti, che lo stesso mondo leggono diversamente, allora va bene; ma se “restiamo umani” significa alcunché di emotivo, di schierato, di ideologico, di legato a una parte, a un momento storico, non sono sicuro che non sia meglio invece urlare “Basta! Non voglio più essere umano se ciò mi limita nella comprensione del mondo”.

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