Il 16 aprile prossimo si terrà il referendum costituzionale in Turchia. La riforma costituzionale in senso presidenzialista è stata proposta e promossa dal Partito per la Giustizia e lo Sviluppo (in turco: Adalet ve Kalkınma Partisi – AKP), formazione in realtà conservatrice, fondata e sviluppata nella tradizione dell’Islam politico. L’AKP, di cui il presidente Recep Tayyp Erdogan è il capo indiscusso, ha come alleato il partito della destra nazionalista turca MHP, una scelta che quest’ultimo ha pagato con una spaccatura interna. Alcuni dei suoi membri infatti, in disaccordo con l’AKP, hanno preso le distanze dalla leadership del partito e già 15 giorni fa hanno dato inizio alla loro campagna per il “no”.
Ora il destino della Turchia è nella mani del popolo turco che il 16 aprile dovrà decidere se approvare o meno la riforma costituzionale. E nel caso in cui il “si” superasse il 50% dei voti si darà avvio alla creazione di un assetto politico e istituzionale che cambierà completamente e per sempre la Turchia repubblicana.
In questi ultimi mesi il dibattito sulle proposte di riforma è stato molto acceso, anzi spesso si è concluso con risse e scontri fisici tra parlamentari di vari gruppi. Le ragioni delle divisioni non sono solo la politica interna e la crisi economica che sta mettendo a dura prova la Turchia, ma anche la politica estera, in particolare l’atteggiamento tenuto dal governo sulle crisi irachena e siriana, nonché gli scontri con la popolazione curda.
Il Partito Democratico dei Popoli (HDP, filocurdo) si è schierato all’unanimità per il “no”.
Proprio per questa posizione, assunta dal Partito di Salahattin Demirtas, il gruppo politico ha subito gravi repressioni. Infatti il leader Demirtaş è in carcere con l’accusa infondata di terrorismo. L’opposizione è ostacolata da continue minacce continue, più o meno velate, da parte del governo. Il “sultano” Erdogan due giorni fa ha detto coloro che sono a favore del “no” sono nemici della Turchia e sono “certamente legati agli organizzatori del fallito colpo di Stato” del 15 luglio.
Dimenticando che proprio a causa di quel golpe più o meno autentico ora centinaia di prigionieri politici sono in sciopero della fame a oltranza in diverse carceri turche. Il loro obiettivo è di portare alla condanna del sistema autoritario della Turchia, denunciando le pratiche arbitrarie dell’amministrazione carceraria e le crescenti violazioni dei loro diritti.
La Commissione della sede centrale dell’Associazione per i Diritti Umani (IHD) sulle carceri ha riferito delle violazioni dei diritti nelle carceri turche, le quali sono notevolmente aumentate dopo il tentato golpe. Una delegazione di 50 persone farà indagini in 72 carceri in tutto il Paese e riferirà le violazioni dei diritti dei prigionieri. Il rapporto sarà pronto a giugno e verrà poi presentato al pubblico.