Fin da quando ho cominciato il mio percorso di studi in “carcere” (leggasi anche liceo), mi sono sempre sentito dire: “prenditi la laurea e vattene via dall’Italia”. All’epoca ero un ragazzino spensierato, che non provava un minimo interesse per la politica (anzi, a dire la verità neanche sapevo all’epoca chi fosse Berlusconi…) e non capivo il significato di queste parole. Mi ci sono voluti solo sei mesi per capire quel significato: la classe dirigente italiana non offre a noi giovani possibilità di lavoro.

Mi sono riproposto di aspettare, che da lì a quattro anni le cose miglioreranno.

Questi erano i miei pensieri da ragazzo che si apprestava ad iniziare il primo liceo scientifico nel 2009.

Secondo voi le cose sono cambiate a quasi cinque anni di distanza? Ma ovviamente no. Anzi. Forse non hanno fatto altro che peggiorare.

Tasso di disoccupazione giovanile salito ad oltre il 40% (quaranta) e ad oggi ancora nessun incentivo per dare un motivo valido alla futura società dell’Italia di rimanere qui e dire: “Sì, voglio contribuire al futuro del mio Paese”. Ok, forse un po’ è anche colpa di noi giovani che aspettiamo che caschi il lavoro dal cielo o che per iniziare non accettiamo anche le cose più stupide (es.: call center). Ma di sicuro non riceviamo neanche incentivi dalla politica.

Ricordo che circa due anni fa il Presidente della Repubblica in un discorso di fine anno (o forse no, non ricordo di preciso quando Napolitano dichiarò ciò), affermava la necessità di valorizzare il nostro futuro e di offrirci un futuro lavorativo qui in Italia. Tante belle parole buttate al vento.

Questo è stato scritto qualche giorno fa sul mio account personale Twitter ed un utente, tale Camillo Miller, mi risponde

Caro Camillo, non ho idea di quanti anni tu possa avere, ma che un ragazzo di 19 (diciannove) anni come me, abbia ormai perso del tutto la propria fiducia nel suo Paese circa un’eventuale futuro lavorativo qui a casa, per come la vedo io, non è grave: di più.

A malincuore, toccherà anche a me fare la valigia dopo la laurea ed andarmene: è l’unica scelta che c’è sulla mia strada, se non voglio passare il resto dei miei giorni sotto i ponti. Del resto, la classe dirigente non mi ha offerto nessun’altra valida alternativa se non quella di morire di fame (se proprio mi dovesse dire male…).