“C’è un giudice a Milano”.

Potrebbe essere questa la sintesi, in grado di mettere d’accordo innocentisti e colpevolisti, della giornata di ieri segnata dall’assoluzione di Silvio Berlusconi nel processo d’appello del caso Ruby. Perché il ribaltamento della decisione di primo grado – che condannava il Cavaliere a sette anni di reclusione per i reati di concussione e di prostituzione minorile, oltre all’interdizione perpetua dai pubblici uffici – smentisce coloro che ritenevano esserci una sorta di incompatibilità ambientale tra la magistratura meneghina e il leader di Forza Italia, scandita nel tempo da iniziative giudiziarie considerate talora pretestuose e persecutorie; e demolisce al contempo l’equazione "Berlusconi indagato=Berlusconi condannato" fatta propria da taluni settori della politica e dell’opinione pubblica negli ultimi vent’anni, emblema della faziosità che contraddistingue il nostro Paese purtroppo poco avvezzo al sano confronto e alla competizione.

Una decisione clamorosa, secondo molti commentatori.

Ma ad essere clamorosa, per la verità, era piuttosto la sentenza appellata, e per varie ragioni.

La pronuncia della Corte d’Appello – a leggere tra le righe del dispositivo, e in attesa delle motivazioni – smantella l’impostazione accusatoria: «non sussiste il fatto» classificato in precedenza come concussione per costrizione; «non costituisce reato» il complesso delle relazioni tra Silvio Berlusconi e Karima El Mahroug, la Ruby Rubacuori che ha tenuto banco per mesi nelle cronache italiane, con il suo corredo di “olgettine” e di racconti di notti proibite in grado di solleticare e di sollecitare le fantasie pruriginose dell’Italian people. Voci e volti rubati alla sfera privata del Cavaliere grazie alla miriade di intercettazioni e di testimonianze date in pasto all’opinione pubblica, sempre famelica e vogliosa di gossip politico-istituzionale, ma che sono costate al nostro Paese una perdita di credibilità a livello internazionale senza eguali e a Berlusconi – all’epoca Presidente del Consiglio – la perdita della leadership.

È possibile che i giudici, aderendo all’impostazione difensiva sostenuta con bel altro piglio e stile rispetto al primo grado dagli avvocati Franco Coppi e Filippo Dinacci, subentrati alla ‘coppia storica’ Niccolò Ghedini-Pietro Longo, abbiano ritenuto non utilizzabili le intercettazioni (in considerazione della tipologia di reato) e i tabulati telefonici (a seguito di una recentissima direttiva europea che ne consente l’acquisizione solo per reati estremamente gravi), considerando al contempo credibili le dichiarazioni  del Cavaliere all’epoca dei fatti ignaro – a suo dire – della minore età di Ruby Rubacuori: riducendo in tal modo la pur riconosciuta frequentazione di Berlusconi con la ragazza a “fatto non costituente reato”.

Quanto all’imputazione di concussione, va detto che già dopo la sentenza di primo grado molti tra gli addetti ai lavori avevano sollevato perplessità, evidenziando la fragilità dell’accusa sorretta sul piano probatorio unicamente dalla famosa telefonata alla Questura di Milano del 27 ottobre 2010, con cui il Cavaliere avrebbe condizionato il comportamento del Capo di Gabinetto Pietro Ostuni. La situazione si era poi ulteriormente complicata poiché nelle more del processo era intervenuta la c.d. “legge Severino” (l. 6 novembre 2012, n. 190) a modificare il reato di concussione, smembrandolo in due differenti ipotesi: per “costrizione” (art. 317 c.p.) o per “induzione” (art. 319-quater c.p.). La prima, più grave, presuppone una minaccia al pubblico ufficiale, un male ingiusto, di tal che lo stesso voluit quia coactus, in ragione della grave limitazione alla propria libertà di autodeterminazione, la seconda si traduce in un’attività di mera suggestione, persuasione, pressione morale, inganno, anche in forme allusive o velate, di talché il soggetto indotto coactus, tamen voluit, avendo conservato un margine più esteso di autodeterminazione (Cass. Sez. un., sentenza 14 marzo 2014, n. 12228).

Il processo ebbe così un esito paradossale: la condanna del Cavaliere “per costrizione”, a fronte delle dichiarazioni dello stesso Ostuni, che affermò di non avere avvertito come minacciose le indicazioni avute dal Presidente, il che avrebbe dovuto far rientrare la condotta nella fattispecie “per induzione”. Ed invece il Tribunale di Milano, con un’indubbia forzatura, ritenne di poter ritenere equivalenti le espressioni suddette, pervenendo alla decisione riformata ieri dalla Corte d’Appello.

La partita, naturalmente, non è chiusa.

È prevedibile che la Procura generale proponga ricorso per Cassazione («Aspettiamo le motivazioni», ha detto il sostituto Procuratore generale Piero de Pretis che ha sostenuto l’accusa in appello). Resta la sensazione di una sconfitta per la Procura milanese che sembra chiudere il cerchio, concludere un ciclo iniziato oltre vent’anni fa e che l’aveva innalzata a simbolo della legalità nazionale: è di l’altro ieri la notizia della trasmissione agli organi competenti per l’azione disciplinare da parte del CSM degli atti relativi alle ‘resistenze’ opposte alla collaborazione con la Procura nazionale dalla Direzione distrettuale antimafia milanese, guidata proprio da Ilda Boccassini che dell’inchiesta Ruby è stata la protagonista; e solo poche settimane fa nella stessa Procura si è consumato uno scontro senza precedenti tra il Procuratore capo Edmondo Bruti Liberati ed il suo vice Alfredo Robledo, che aveva denunciato comportamenti atti a turbare «la regolarità e la normale conduzione dell’ufficio» con riferimento all’assegnazione delle indagini Ruby bis e Ruby ter: un’ascesa e caduta, quasi un contrappasso, in cui gli accusatori finiscono accusati.

*Articolo pubblicato sul La Gazzetta del Mezzogiorno del 19 luglio 2014.