Oggi è un anniversario importante: nel 1943 a Napoli in quattro giorni (27-30 settembre) il popolo napoletano riuscì a mettere in fuga l'esercito più potente del mondo.  In pochi giorni i napoletani diedero evidenza di dove può arrivare un popolo se compatto.  Ma se nel 1943 le persone scesero in piazza per la propria libertà, le cose nel 2016 non sono cambiate. 

Lontano qualsiasi riferimento politico rispetto al concetto di "resilienza" che tanto sembra caratterizzare il DNA napoletano. La politica sa cavalcare gli umori e le propensioni della piazza, ma non è mai stata capace di rappresentare il popolo e le sue necessità.  La polis non è mai stata realmente rappresentata se non dalla gente nelle sue rivolte di piazza e nelle rarissime rivoluzioni nelle urne elettorali (che sono quelle che poi realmente la storia ricorda). 

Se ieri il nemico era l'esercito straniero oggi il "nemico" è l'incapacità della nostra gente di fare squadra.  In ogni settore primeggiano i presunti leader così come la scarsa disponibilità a mettersi a disposizione a favore di una causa comune.  Ed è questo l'ultimo gap da superare. La ricetta è tanto semplice quanto ardua.  Innanzitutto non accontentarsi.  Ci siamo sempre tutti accontentati del "meno  peggio" senza chiedere di più a chi ci rappresenta.  Ovviamente il tutto deve essere fatto in tempi sostenibili, ma accontentarsi dei turisti a Napoli ad esempio senza capire quale è il ritorno per il territorio e come utilizzare un'occasione storica per collocare la nostra città tra le capitali mondiali è un gravissimo errore.  Mentre ci compiaciamo per l'indubbio favor che il connubio nuova geopolitica e rinascita della nostra città ci regala, perdiamo l'occasione di fare il punto e capire come migliorare questi risultati. Ne siamo quasi stupiti, sembriamo meravigliati di ciò che per il nostro capitale storico, artistico, naturale e culturale dovrebbe essere realtà quotidiana.

Altro elemento importante è guardare avanti.  Se è vero che la storia ci da misura di come l'unità d'Italia sia stata una manovra politica per finanziare le casse del Nord del paese, continuare ad invocare una giustizia storica è quasi limitante per il nostro popolo.  Siamo così impegnati a guardare dietro al punto tale da non puntare lo sguardo fisso avanti a noi. Il risultato può essere eclatante: basti pensare ai risultati dei movimenti meridionalisti alle ultime elezioni napoletane, salvati esclusivamente da una intuizione del Sindaco attuale capace di coinvolgere le persone in un discorso "politicamente identitario".  Ma l'identità la si riconosce, difende e la si pone come base per il futuro tutti insieme, senza concedere a nessuno alcun possibile primato in tal senso.  Guardiamo avanti, anteponiamo la città ed i suoi cittadini avanti a tutto. Mettiamo in prima fila bisogni ed aspettative. Non esiste nulla se non c'è futuro. 

Arriviamo infine all'ultimo tassello: economia e lavoro.  Le nostre giornate di Napoli, la nostra vera rivoluzione deve essere di tipo culturale e riguardare il concetto di precariato diffuso e di opportunità di lavoro. Stop alle promesse ed al "giro" delle responsabilità. La triangolazione di "dovrebbe fare" tra Governo, Regione e Comune è la causa principale secondo chi scrive del "non fare" attuale. Va superata questa forza oscura che limita la necessità di affrontare problemi comuni e va programmato presente e futuro.  Ottimo tutto quello che si sta facendo per Bagnoli, dove la lotta appare più politica che di merito, ma non vanno dimenticate Avvocato, Pendino, Vomero, Fuorigrotta, Pianura, Vicaria, Porto e ogni altro quartiere della città.  Lo sviluppo è collettivo e la mediaticità di alcune proteste per quanto efficace, giusta e sacrostanta, non deve e può divenire l'unica ragione/modalità di confronto sul futuro. 

In definitiva siamo in piene 4 giornate dei nostri tempi. Il grande nemico è l'incapacità di sentirsi grandi e la necessità di cercare sempre un alibi.  Quando supereremo i nostri limiti, sarà reale sviluppo.