In un'intervista all'Unità Piero Fassino dice che la vittoria del NO corrisponderebbe a una sconfitta delle riforme, non solo della riforma Boschi-Renzi. Non sono di quest'idea D'Alema, Quagliariello e gli ospiti dell'iniziativa "Perché NO" che sostengono di poter fare una riforma essenziale in cinque mesi. Al di là delle facili battute (che però hanno un solido fondamento storico), considerato che tra il 2006 e il 2016 sarebbero ben due le riforme bocciate con l'unico strumento di democrazia diretta di cui disponiamo, è difficile pensare che sia Fassino a sbagliare. Ma questo vuol dire che gli italiani sono effettivamente soddisfatti di come vanno le cose?

Fabrizio Barca suggerisce un pensiero parallelo, basato su ragionamenti che cercano la lucidità che sembra mancare nel dibattito, nel quale solleva il tema dell'attuazione. Sia essa del nuovo assetto o del vecchio non importa, in ogni caso sarà necessario dare un nuovo corso alla costituzione de facto. Con chi e come? Una prima osservazione sulla differenza tra SÌ e NO viene da considerazioni di cultura manageriale: per un change management hai bisogno di energia potenziale (proprio come nella fisica classica). Il SÌ la garantisce intrinsecamente (è cambiamento in sé, dunque si tratterà di garantirne solo la qualità), il NO è intrinsecamente statico ("dotto', alla Deàmicis avimm semp fatt accussì!"). Intrinsecamente statico ma gravemente insoddisfacente, tanto che forze politiche estremamente rilevanti sono state costruite su una chiara ed energica ostilità alle istituzioni: "apriremo il parlamento come una scatola di tonno".

Una seconda considerazione viene dall'esperienza. Il bicameralismo perfetto e i bizantinismi sottili e ipocriti di molte fasi della trattativa politica parlamentare (sia chiaro: non della burocrazia, che è diventato potere proprio perché il Parlamento è debole) hanno dominato 70 anni di storia repubblicana. Bizantinismi che si sono scaricati prevalentemente e drammaticamente sulla stabilità di governo, forse la principale qualità che dovrebbe avere questa istituzione. È accaduto nel 1980 che un governo nello stesso giorno abbia ottenuto dalla Camera la fiducia sulla legge finanziaria e la bocciatura della stessa legge nel successivo voto a scrutinio segreto. Ovvio che Cossiga si dimise ugualmente. Assurdità di un sistema da riformare integralmente, perché se è vero che questo caso dipende dal regolamento della Camera, è altrettanto vero che è figlio legittimo della cultura del pantano parlamentare. Ecco, quello è un vero nemico comune: il bicameralismo perfetto per come è stato interpretato dalla cultura politica italiana. Quello è il vero uroboro che invece Zagrebelsky vede nel "potere" in senso forse un po' più astratto. Gli italiani vorrebbero aprire il parlamento come una scatola di tonno perché da tanti anni non si fidano più di quello che fa e di come lo fa. E perché da tanti anni vedono l'incapacità di cambiare.

Institutions matter ma anche la cultura politica e le condizioni al contorno contano. Molti dei vizi della nostra democrazia sono stati considerati effetti dell'assetto istituzionale da importanti protagonisti della politica, sia preventivamente che ex post: Basso o Dossetti, Bobbio, Calamandrei, Spadolini). Ma un ruolo importante lo svolgono gli attori: qual è allora la cultura politica e quali le condizioni al contorno di cui l'Italia disporrà il giorno dopo il voto al referendum? Cosa faranno (e perché) le forze politiche per sostenere il cambiamento? Non è facile rispondere a queste domande sulla base delle interviste ai leader politici e dei documenti programmatici stratificati in decenni di attività politica. Così come è difficile analizzare contesti internazionali estremamente mutevoli e gravi sia dal punto di vista politico che economico e sociale. Perché c'è chi sostiene che la pace sia a rischio anche in Europa, una valutazione non propriamente maneggevole.

La cultura e i programmi delle forze politiche. "Apriremo il Parlamento come una scatola di tonno" è un obiettivo politico che in qualche modo va attenuandosi con il sopraggiungere dell'esperienza. Però la radice di questo pensiero (e la sua radicalità) rimangono saldamente nella prassi del MoVimento 5 Stelle: niente accordi con nessuno (cioè la completa negazione del parlamentarismo). Il Partito Democratico, l'unico che ha sempre e duramente difeso le istituzioni democratiche (assolvendo a uno dei compiti del socialismo secondo Axel Honneth) si divide non solo sull'estetica della riforma ma anche sui principi. Eppure, forma a parte, non c'è nulla che non fosse già nei programmi dell'Ulivo, dell'Unione e del PD: è normale? E la destra? Di certo vuole il cambiamento. E che cambiamento! Solo dieci anni fa approvò una riforma in cui il Presidente del Consiglio scioglie le camere. Una destra ancora lì a fare i conti con formazioni che hanno la secessione nello statuto, il razzismo nel linguaggio e principi anti-umanitari nella pratica di governo. Ecco, queste sono le forze politiche sulle cui spalle dovrebbe rinnovarsi la politica del consenso ultra-proporzionalista.

La cultura e i programmi delle forze sociali. Se togliamo il terzo settore, che ha una dinamica estremamente vitale, fatta di grandi organizzazioni ma anche di startup, di innovazione nei temi, nei metodi, nell'organizzazione, nell'informazione, cosa rimane? I sindacati, che dal giorno dell'approvazione del pacchetto Treu sono alla ricerca (inconcludente) di un'interpretazione dei sogni dei lavoratori precari. Mentre da qui leggiamo articoli e libri di giornalisti come Fubini che li fanno sembrare più aziende che union. Sembrano anche troppo vicini al ruolo dei partiti: Rosy Mauro e Renata Polverini li hanno usati per mere finalità politiche, così come CGIL, CISL e UIL sono stati spessissimo trampolini di lancio. Poi ci sono le organizzazioni degli imprenditori, che però non rappresentano la piccola e media impresa (e se lo fanno non si nota, diciamo). Strano in un paese che occupa in queste aziende circa l'80% dei lavoratori del settore privato (e su questa percentuale cade anche la rappresentatività dei sindacati). Eccole quindi le forze sociali, sono finite qui. Sono poco rappresentative rispetto al necessario, davvero troppo poco. E sono così come si sono formate nei 70 anni di vita della Costituzione. Quindi il problema non è delle persone, che in questo arco di tempo sono state molte e molto diverse tra loro, ma della viscosità delle istituzioni che favorisce assetti estrattivi.

Le condizioni al contorno: Europa, mondo, universo.
Questo è un tema davvero difficile per me. Penso però che non possa mancare in una riflessione di questo tipo. Lo lascio qui come titolo, per riflettere sul fatto che nel 2016 non abbia senso fare i conti senza l'oste, non abbia senso pensare all'Italia in modo autarchico, non abbia senso pensare all'Italia senza l'Europa o peggio, con un'Europa iscritta all'albo dei commercialisti. E però molte delle forze politiche descritte prima non mostrano di avere queste preoccupazioni. A parte il terzo settore e il mondo della ricerca, dinamici e internazionalizzati per natura, tutte le organizzazioni sociali, come pure i partiti, hanno una cultura estremamente provinciale e confinata alla lingua italiana e all'esperienza italiana.

In conclusione, a parità di giudizio complessivo tra le istituzioni come sono e come sarebbero dopo la riforma, c'è da trovare da qualche parte nel mondo la speranza di un cambiamento in caso di vittoria del NO. Non vedo segnali di possibili sviluppi per nuove ed energiche attuazioni della costituzione del 1948 e non vedo i soggetti che potrebbero farsene interpreti. Come detto sopra, vedo l'esatto contrario. Per questo penso che in questo passaggio sia di particolare sollievo la speranza che institutions matter, che un cambiamento delle istituzioni possa stimolare il cambiamento dei costumi politici. Non mi aspetto una forza simile a quella che ebbe la legge sui sindaci perché quella seguì un'aspettativa debole (gli italiani non se ne accorsero prima della prima occasione di voto) nel normare una prassi abbastanza consolidata (il sindaco era già considerato il referente unico dell'amministrazione). Ma se la costituzione cambia allora di certo qualcosa deve cambiare, è matematico: il Senato non sarebbe più lo stesso, il rapporto Stato-Regioni cambierebbe, gli strumenti di democrazia diretta cambierebbero. Questo è sicuro.