« Io dico è stato meglio lasciarci (piuttosto) che non esserci mai incontrati»  (De Andrè, 1973) 

  « Fa niente se soffrirò, piuttosto che non averti mai incontrato » (Stadio, 2011) 

Saranno solo canzonette, ma almeno sembrerebbe che il “piuttosto”, quando è collocato sul pentagramma, svolga la sua onorata professione di avverbio senza concessioni a “lavori sporchi” che non gli competono.

Ad esempio, essere impiegato quale locuzione con  lo stesso valore che avrebbero le parole “o” ed “oppure”. In funzione disgiuntiva, quindi, erroneamente utilizzato per esprimere un’alternativa invece di una scelta già effettuata.

Oggi mi mangerò un panino piuttosto che una pizza piuttosto che una frittata”. Una frase del genere solo qualche decennio fa non avrebbe lasciato dubbi: l’ opzione-panino risultava promossa a pieni voti dall’autore dell’esternazione. Oggi, invece, una frase di questo tipo viene pronunciata con grande disinvoltura e accolta con nonchalance dalla maggioranza degli italici con un significato totalmente diverso. Vale a dire, non avere ancora sciolto la riserva sull’oggetto della propria alimentazione e lasciare aperte le varie opzioni. Tutto ciò appare un pochino inquietante, anche senza voler sconfinare nell’integralismo linguistico.

Certo, il piuttosto è un avverbio versatile e può surrogare tante espressioni in maniera corretta. Tante, ma non tutte. “Piuttosto che investire i miei risparmi in azioni Fiat, me li spendo tutti in vacanze”. E sta bene, a volte essere cicale può esser più conveniente che fare le formiche nella Panda. “Preferisco digiunare piuttosto che andare da Mc Donalds”. E sta bene anche questa, non tutti sono tarati per assimilare disinvoltamente le calorie di un Big mac. Il piuttosto inteso come una locuzione disgiuntiva è invece una forzatura e un errore grammaticale ormai sconosciuto ai più.

L’esperta di linguistica Valeria Della Valle ha individuato di recente in una sua arguta pubblicazione , intitolata proprio – guarda caso – « Piuttosto che »,  decine di  "tossine grammaticali". Scarti di batteri il cui eccesso nei tessuti di un organismo, procura mal di testa e allergie. Questa è la definizione scientifica delle tossine. Anche il “tessuto” della lingua italiana ha le sue tossine, che procurano allergia a chi ancora nutra un po’ di affetto verso la propria madrelingua.

Il “piuttosto” abbinato al “che”, ovvero il “piuttosto che” in funzione disgiuntiva è ormai un vezzo, una moda emorragicamente dilagante di anno in anno e di regione in regione. Il colpo decisivo alle speranze di ravvedimento linguistico dell’italica gente, a me personalmente l’ha dato l’ineccepibile scrittore Saviano. Non molto tempo fa, l’ho, infatti, sorpreso a sparare una raffica di piuttosto che nel corso di un’intervista.

Il colpo infertomi da Saviano ha avuto però fortunatamente un parallelo evento sincronico che mi ha riacceso qualche speranza.  La sincronicità è un'ipotesi parascientifica introdotta dallo psicoanalista Jung.  Tale teoria prende in esame la contemporaneità di due eventi complessi, tra loro accidentalmente connessi. In altre parole, la coincidenza di due o più eventi non sincroni, legati da un rapporto di analogo contenuto significativo.

Ecco allora che, poco dopo la batosta del piuttosto che di matrice gomorriana, mi sono imbattuto in una canzone simil-rap di gradevole sonorità, con il martellante refrain “piuttosto”, che ho scoperto poi essere anche il titolo del pezzo stesso.

L’autore della canzone “piuttosto” è un creativo cantautore italiano, che si sta paradossalmente affermando cantando canzoni in italiano in un paese francofono qual è il Belgio. Il cantante in questione si chiama Giacomo Lariccia; ha inserito il brano summenzionato nel suo album “Sempre avanti”.

Ignoro se i francesi siano soliti maltrattare la propria lingua come avviene per gli italiani dell’era digitale. Fatto sta che Lariccia, che afferma di ritenersi un difensore della lingua italiana, probabilmente si sarà sentito piuttosto sollevato, nella Bruxelles in cui vive, dal non doversi sottoporre a quotidiani bombardamenti di dialoghi farciti d’inopinati “piuttosto che”.

Il ritmo beffardo della sua canzone "castigat ridendo" l’insana escalation dell’abitudine italica del piuttosto che a sproposito. Una locuzione alla quale “sono allergico, non posso farci nulla”, sottolinea il cantante nel proprio brioso testo.

“ E’ un avverbio, un nome composto, vuol dire pressappoco, preferibilmente”, ribadisce il rapper francoitaliano in una successiva incalzante strofa che si fa poi refrain e tormentone.

All’arguzia di Lariccia non sfugge un particolare forse decisivo nell’affermarsi di tale malvezzo linguistico. Il piuttosto che è “un codice con cui si aprono tante porte” continua il suo pezzo. Ecco individuata la chiave del successo del piuttosto che “atipico”: il conformismo decadente che ti fa sentire qualcuno solo perché scopiazzi qualcun altro “che conta” esprimersi in quella data maniera.

L’erroraccio trendy, insomma. La mitologia del “piuttosto che” individua addirittura in alcune sortite dialettiche dello stilista Giorgio Armani l’inconsapevole genesi di tutti i piuttosto che succedutisi negli ultimi due o tre decenni.

Ora, però, chi non vuole omologarsi all’impropria locuzione che ti apre le porte che contano, può almeno consolarsi sul poter contare su di un inno ad hoc. Un motivetto da canticchiare sommessamente e un po’ maliziosamente al primo piuttosto che fuori luogo giunto alle proprie orecchie. L’inno è per definizione un canto da eseguire coralmente, ispirato all’esaltazione di valori, ideali e sentimenti comuni.

In questo caso, l’ispirazione è delle più encomiabili, perché la “violenza” del piuttosto che convive con quella dei congiuntivi e condizionali fuori fase e dell’ortografia e grammatica “creative”.  Il valore cui inneggiare è certamente degno di nota ( del pentagramma).

Si tratta, infatti, di combattere contro l’innaturale "femminicidio" della propria lingua madre, operato sistematicamente da una crescente parte degli italiani.

Meglio fare qualcosa a favore della madrelingua violentata dai propri figli, piuttosto che…far finta di niente.

raffaele basile