Piero Calamandrei fu una delle voci più attive e autorevoli dell'Assemblea Costituente. Probabilmente, però, fu anche la meno ascoltata. In compenso è una delle più citate quando c'è da dire che la Costituzione del '48 rimane lettera morta, che non sta realizzando la grande promessa di trasformazione sociale che conteneva. Una cosa che non capisco, però, è come mai non si metta in relazione questa critica (il discorso sulla Costituzione) con le responsabilità dell'inefficacia dell'assetto istituzionale (la prima parte della Costituzione tradita dalla seconda). Forse perché non tutti sanno che Piero Calamandrei era un presidenzialista e contrario alla legge elettorale proporzionale? Va bene, ci sta. Ma una volta che questa sua posizione emerge nel racconto dei lavori dell'Assemblea, non sarà il caso di dismettere la ventennale indignazione anti-riformista in nome di Calamandrei? O almeno dismettere questo auto-endorsement fondato su un'esegesi per lo meno dubbia?

Calamandrei ritiene di essere il solo che abbia qualche simpatia per la repubblica presidenziale. Inizia così il resoconto della seconda sottocommissione, giorno 5 settembre 1946. E prosegue con frasi come: "la democrazia per funzionare deve avere un governo stabile: questo è il problema fondamentale della democrazia. Se un regime democratico non riesce a darsi un governo che governi, esso è condannato". E ancora: "a chi dice che la repubblica presidenziale presenta il pericolo delle dittature, ricorda che in Italia si è veduta sorgere una dittatura non da un regime di tipo presidenziale, ma da un regime di tipo parlamentare, anzi parlamentaristico, in cui si era verificato proprio il problema della pluralità dei partiti e dell'impossibilità di avere un governo appoggiato ad una maggioranza solida che gli permettesse di governare".

il confronto "presidenziale vs parlamentare" è mal posto. Lo fa notare Costantino Mortati nella stessa seduta, che più o meno dice: siamo d'accordo che il governo debba essere stabile e debba poter governare, non siamo d'accordo sul fatto che presidenziale voglia dire governabilità mentre parlamentare no. Siamo d'accordo a maggior ragione oggi che possiamo leggere la storia dei regimi parlamentari e presidenziali del secondo dopoguerra. Ma la stessa storia va scritta anche in Italia. Oggi, dopo 70 anni, c'è chi dice che il sistema parlamentare bicamerale puro italiano non sia stato la causa dell'ingovernabilità. Eppure ben 14 governi durati meno di sei mesi, 17 tra sei mesi e un anno e 24 tra uno e due anni spopolarono anche, anzi soprattutto, in regime di conventio ad excludendum (in prosa: anche se il PCI ha il 34% dei voti non governerà mai). Se l'assetto istituzionale non ne è causa, non ha fatto nulla per contrastare questo disastro. Si può dire almeno così? E che dire della legge elettorale che determina come si formano e si trasformano le maggioranze in parlamento? Calamandrei aveva un'opinione ben precisa.

Il difetto fondamentale del sistema proporzionale, che è quello di portare in Parlamento non uomini qualificati per i loro meriti individuali, ma pedine di un partito (tantoché talvolta ci si domanda perché le sedute parlamentari non si riducano per semplicità a riunioni dei soli capigruppo, ognuno dei quali si porti in tasca per le votazioni tante palline quanti sono i deputati ai suoi ordini), è stato aggravato, nell'interno delle liste di partito, da quell'infido congegno di selezione al rovescio che è il giuoco delle preferenze: in grazia del quale, in ciascuna lista, vengono a galla i più intriganti a scapito dei più meritevoli, che sono sempre i più discreti e meno disposti all'intrigo.
Piero Calamandrei, Maggioranza e opposizione, Il Ponte, luglio 1948

È anche per questo che mi sembra che il dibattito sulla riforma Boschi-Renzi sia, oltre che ideologicamente pro o contro un governo, soprattutto pro o contro un sistema istituzionale che sia in grado di prendere decisioni. Con le parole del prof. Sergio Fabbrini: "Perché è importante avere un sistema di governo più efficiente e stabile? Perché il declino dell’Italia è dovuto anche ad un sistema istituzionale bizantino, dove la decisione è considerata una minaccia e non una necessità". Il Comitato del NO risponde all'articolo di Fabbrini con una lettera che si chiude con un commento molto tecnico e poco ideologico, diciamo.

"Si tratta dunque di una legge ad personam in grande stile che porta allo snaturamento del Senato (non alla sua soppressione che avrebbe fatto vivere un Parlamento monocamerale) e che insieme alla riforma elettorale già approvata mette in discussione gli stessi principi e valori indicati nella prima parte della Costituzione considerati finora immodificabili"
Lettera del presidente del comitato per il NO al referendum

Ecco, è bene sottolineare che una proposta di riforma che è il risultato di un'elaborazione ventennale delle forze del centrosinistra non può essere considerata ad personam (accusa veramente ridicola). Perché in vent'anni il centrosinistra si è presentato alle elezioni con quattro leader diversi (Prodi, Rutelli, Veltroni e Bersani) e perché i programmi di Ulivo e Unione (che contengono la sostanza della riforma Boschi-Renzi) sono stati sostenuti nei diversi periodi da: PDS/DS/PD, Partito Popolare/Margherita/PD, Socialisti Italiani/SDI/PSI, Verdi, Rifondazione Comunista. Inoltre i costituenti come Calamandrei (e molti altri come lui) sostennero fin dall'approvazione della Costituzione che la seconda parte, così com'è, non avrebbe garantito la prima. Com'è poi avvenuto, anche se meno di quanto si pensi, nonostante le vesti ridotte in stracci dai "professionisti del sindacalismo giudiziario e sociale, ai quali il referendum offre un’occasione per riaffermare il loro ruolo di auto-nominati guardiani della virtù repubblicana".