Nel quadro delle economie europee, quella italiana presenta segni di maggiore affanno, con il Pil ancora contrassegnato dal segno meno dopo 8 trimestri consecutivi. Secondo l’ultima stima di Eurostat, nel secondo trimestre 2013 il Pil è cresciuto dello 0,3% sia nell'Eurozona sia nella Ue-27, mentre in Italia si è avuto un  -0,2%. Beninteso: il dato complessivo dell’Eurozona e della Ue non dice che l’Europa è uscita dalla crisi: ben altri ritmi dovrebbe avere la crescita per compensare i danni che stanno provocando le politiche di austerità. Nondimeno in un contesto che fa registrare qualche segnale di ripresa, l’Italia rimane al palo.

Lo dimostrano anche i dati sull'occupazione, sempre più preoccupanti, se è vero, come l’Istat rileva, che il tasso di disoccupazione è tornato al 12% e quello giovanile vicino al 40%. Solo nell’ultimo anno i disoccupati sono aumentati di 325 mila unità. E in queste stime non si dà conto, in maniera disaggregata, della situazione drammatica in cui versano tanti disoccupati con oltre 40 o 50 anni d’età, quelli che hanno perso il lavoro in età avanzata e sono ancora molto lontani dalla pensione, anche per affetto delle recenti “riforme” della previdenza che hanno sensibilmente aumentato l’età pensionabile.

Colpisce anche la vera e propria moria che ha colpito la piccola e media impresa: le aziende che hanno chiuso battenti tra gennaio e marzo 2013 sono state ben 31mila. Un dato, come ha fatto rilevare recentemente Il Sole 24 Ore, peggiore addirittura rispetto al 2009, l’anno più buio della crisi, quando il saldo negativo si fermò intorno alle 30mila unità.

E i consumi? L' ultima indagine Istat sul commercio al dettaglio mostra una diminuzione del 3% a giugno rispetto all'anno precedente, la dodicesima consecutiva. Un calo molto robusto, che non risparmia nemmeno i beni di primissima necessità.

Stiamo parlando di una situazione così delicata che quantunque l’Italia agganciasse la flebile ripresa europea, ciò sarebbe assolutamente insufficiente a mettere benzina nella sua economia. Per uscire dalle secche di questa recessione prolungata, rimediando pure ai danni procurati dal combinato disposto di crisi e austerità, il nostro paese dovrebbe crescere nei prossimi anni ad un tasso del 3-4% almeno. Un obiettivo che, sebbene non sia stato minimamente preso in considerazione dalle stime ufficiali del governo, sarebbe difficile da raggiungere senza una rinegoziazione dei nostri impegni con la Ue.

Del tutto ingiustificato, ordunque, è apparso l’ottimismo dei nostri ambienti governativi, di gran parte del mondo politico e dei media, a seguito della chiusura dalla procedura di infrazione per deficit eccessivo, gravante sull’Italia dal 2009: i dati che vengono dall’economia ed i vincoli imposti dal Patto di stabilità, combinati tra di loro, mai consentiranno al nostro paese di adottare politiche espansive degne di questo nome. Tenendo ferma l’asticella del 3% nel rapporto deficit/Pil sarà, per farla breve, impossibile risalire la china, dare fiato all’economia.

Che fare allora? Una proposta interessante, in questi giorni, è venuta da Piergiorgio Gawronski, che mira proprio al conseguimento di ritmi di crescita sostenuti nel breve e medio periodo. Gawronski parte dal presupposto che se l’Italia vorrà spingere per una ripresa vigorosa del reddito nazionale nei prossimi anni dovrà necessariamente sforare il patto di stabilità, attestando per almeno due anni il rapporto tra deficit e Pil al 5%. Ovviamente, per fare questo, il nostro paese avrebbe bisogno di una deroga agli impegni sottoscritti con l’Unione. Non solo: la Bce dovrebbe contribuire alla realizzazione di questo programma garantendo una discesa dello spread sotto i 100 punti base, manovrando abilmente con i tassi di interesse.

E qui, comunque, saremmo ancora nel novero delle proposte sullo sforamento del tetto del deficit che in questi mesi anche altri economisti hanno avanzato. Tra questi Riccardo Realfonzo, che ha proposto di investire l’avanzo primario, circa 35 mld, nella crescita.

E se i partner europei si dimostrassero insensibili a questa esigenza dell’Italia? Beh, in questo caso, dice Gawronski, “l’Italia dovrebbe fare da sé”. Come? Procedendo unilateralmente alla “creazione di liquidità interna mediante una emissione di quasi-moneta con la quale rianimare la crescita”.

L’idea sarebbe quella di finanziare una quota di spesa pubblica e di compensare contestualmente una sensibile riduzione delle tasse, nell'ordine di circa 25-30 mld l’anno per un massimo di 100-150 mld, mediante ‘titoli pubblici’ di piccolo taglio (scadenza 2015, con tassi prossimi allo zero) ad ampia circolazione in quanto utilizzabili per pagare tasse, bollette, ecc., emessi a fronte di pagamenti della P.A.

Difficile dire se una proposta del genere potrebbe incontrare il favore del governo. Quello in carica, poi, non appare proprio nelle condizioni di assumere decisioni di una certa forza come quella suggerita da Gawronski, che si presenta come una vera e propria sfida alla Bce ed alla Ue.

Di certo questa proposta, che in altri contesti potrebbe essere considerata finanche “moderata”, ha il pregio di mettere in discussione certe convinzioni fideistiche sulle virtù espansionistiche dell’austerità oggi dominanti, che, se messa in pratica, ridarebbe al nostro paese la facoltà di utilizzare la politica monetaria come leva per lo sviluppo dell’economia per i prossimi anni.

Il dibattito è aperto.