E se sbagliassimo a leggere la mossa di Napolitano soltanto con la lente di casa nostra? Se c’è un limite in Italia, sia nella politica che nel mondo dei media, che proprio non riusciamo a superare questo è il continuo sottovalutare le implicazioni derivanti dalla nostra partecipazione al sodalizio europeo ed al concerto della moneta unica.

Il 14 ed il 15 marzo scorsi si è tenuto a Bruxelles l’ultima sessione del Consiglio europeo, peraltro puntualmente ignorata o trattata come notizia di secondo ordine dai grandi mezzi di comunicazione, che ha chiuso i battenti confermando la validità dei rigidi vincoli di bilancio e di finanza pubblica imposti agli Stati membri dal Patto di stabilità.

La cronaca delle due giornate ha riferito di una diversità di approccio di francesi e tedeschi al tema dell’austerità, con i primi a sostenere che c’è un “rischio di rigetto dell'Europa in quanto tale” se il risanamento procede “troppo in fretta” ed i secondi a ribadire che l’obiettivo del pareggio di bilancio “non è in contraddizione ma deve essere visto come interdipendente con la crescita".

Nella sostanza, però, né l’una né l’altra delegazione  ha espresso una consapevolezza piena delle difficoltà in cui versano le varie economie dei paesi membri. E lo stesso atteggiamento dei francesi è apparso, nel complesso, rinchiuso nella logica rigorista che domina ormai da qualche anno in ambito Ue.

Alla fine, comunque, l’ha spuntata l’inflessibile Cancelliera tedesca, come si evince agevolmente da un rapido  confronto tra le sue dichiarazioni rese nel corso del  summit e le conclusioni dello stesso riversate nel documento ufficiale.

Basta leggere il punto 3  delle Conclusioni ufficiali del Consiglio, che tutte le rappresentanze hanno, senza obiezioni, sottoscritto: Nel percorso verso bilanci strutturalmente in pareggio si stanno compiendo progressi sostanziali che devono continuare. Il Consiglio europeo sottolinea in particolare la necessità di un risanamento di bilancio differenziato e favorevole alla crescita, ricordando nel contempo le possibilità offerte dalle norme di bilancio vigenti del patto di stabilità e crescita e del trattato sulla stabilità, sul coordinamento e sulla governance”.[1]

Traduciamo: la disciplina del Fiscal Compact sul pareggio di bilancio è insindacabile e continuerà  a condurre per mano i paesi membri nelle loro scelte di politica economica e finanziaria. Di più: solo nell’ambito dei vincoli previsti dallo stesso, e dal Patto di Stabilità e Crescita (PSC), sarà possibile adottare misure volte ad incoraggiare lo sviluppo dell’economia e l’aumento dell’occupazione.

Mario Monti, che in quel Consiglio è andato a rappresentare gli interessi (Si fa per dire) dell’Italia, su questo punto ha detto si, in coro con tutti gli altri.

Poi alcuni giornali hanno parlato di “successo” della delegazione italiana, ma probabilmente pensavano a qualcos’altro, o a qualcun altro, visto il magro bottino portato a casa dal professore della Bocconi.

Il nostro Presidente del Consiglio ha ottenuto, precisamente, che il nostro paese possa ricominciare a spendere denaro pubblico per investimenti, a condizione che il deficit strutturale di bilancio non superi il 3% del prodotto lordo.

Successo? Piuttosto parlerei di misero strapuntino. Intanto perché non è stata definita la tipologia degli “investimenti produttivi” che potrebbero essere detratti dalla stima del deficit pubblico e il modo  come si andranno a formalizzare le procedure di scorporo sarà deciso soltanto nei prossimi mesi,  a seguito di negoziati con la Commissione, e tra gli Stati membri, che non si annunciano né facili né scontati.

Nel merito, poi, non si può non rimarcare che, rimanendo in piedi  l’obiettivo contenuto nel Trattato di Stabilità ( Fiscal compact) di ridurre di un ventesimo all’anno la quota del debito che eccede il 60% del Pil, che per l’Italia significherebbe rastrellare circa 50 miliardi all’anno tra tagli alla spesa e nuove tasse, l’effetto sull’economia delle risorse “liberate” verrebbe ad essere immediatamente annullato, neutralizzato, dalle parallele misure di rigore atte a conseguirlo.

Ma tant’è. Questo è il contesto nel quale è costretto a muoversi il nostro paese nel prossimo futuro. Un contesto in cui giocano la loro parte, non certo secondaria, alcune importanti scadenze, a dispetto dello stallo istituzionale che si è venuto a creare.

Proprio nei prossimi giorni il Consiglio dei ministri dovrà varare il nuovo Programma Nazionale di Riforme (PNR) previsto dal Six pack, il pacchetto di regolamenti varato nel 2011 per rafforzare la governance europea in tema di bilanci pubblici.  Si tratta di quel documento nel quale verrà dato conto delle “riforme”  fatte dall’Italia sulla base delle “raccomandazioni” della Ue relativamente all'anno  trascorso, con l’indicazione del percorso attraverso il quale il paese intenderà, nei mesi successivi, raggiungere gli obiettivi definiti a livello europeo.

Immediatamente dopo questo passaggio, che coinvolgerà anche il parlamento, si apriranno le trattative in sede europea per stabilire tempi e modalità di attuazione di quanto concordato da Monti all’ultimo Consiglio.

A questi appuntamenti l’Italia poteva arrivarci con un esecutivo a guida Bersani (O di altra personalità espressione del nuovo quadro politico postelettorale), che, pur non avendo ricevuto la fiducia in entrambi i rami del parlamento, dopo il giuramento entrava nell’esercizio delle sue funzioni, oppure col governo Monti in prorogatio, che, bisogna dirlo, non è espressione della volontà elettorale dichiaratasi col voto di febbraio né gode di un rapporto fiduciario con le camere neoelette.

Perché Napolitano ha optato per questa seconda ipotesi?

Con la mossa dei “saggi” il Presidente della Repubblica si capisce che ha voluto prendere tempo, e, più che preparare il terreno per un governo di larghe intese o semplicemente lasciare il testimone al nuovo Capo dello Stato che vanterebbe il potere di scioglimento delle Camere, potrebbe aver voluto evitare, nella complessità del momento, che altri potessero gestire la delicata  partita europea al posto di Monti, l’uomo più gradito agli eurocrati di Bruxelles e di Francoforte.

Se quest’ultima non è stata comunque l’unica causa della decisione del Colle, credo che plausibilmente si possa dedurre che ne sia stata la concausa.

E poi siamo sicuri che Mario Draghi ha telefonato soltanto per scongiurare le dimissioni del Capo dello Stato?


[1] EUCO 23/13, Conclusioni del Consiglio europeo (Bruxelles 14 e 15 marzo 2013).