All'inizio dell'autunno è normale e auspicabile che la stampa dedichi il giusto spazio alla campagna delle vaccinazioni antinfluenzali. Ed è giusto che sia veicolato adeguatamente il messaggio diretto a chi sbaglierebbe a non sottoporsi alla profilassi. La Stampa di oggi spiega chiaramente che la vaccinazione è importantissima per over 65, immunodepressi, diabetici, malati oncologici, persone affette da malattie respiratorie gravi e cardiovascolari, più altri malati cronici. E non è un caso che le categorie considerate a rischio abbiano accesso gratuito al vaccino. Ma a leggere l'articolo della Stampa si nota anche un'altra cosa che fa pensare che il positivismo, che ha segnato il passo quasi un secolo fa, sia invece vivo e lotti insieme a noi attraverso la medicina.

Invito questa volta esteso alle persone di mezza età, dove sembra che l’influenza di quest’anno mieterà più vittime del solito. Per cui soprattutto se si appartiene al popolo delle partite Iva converrà investire 10 euro o poco più per immunizzarsi anziché perdere 5 o 6 giornate di lavoro. Lo scorso anno l’Università di Milano ha calcolato un miliardo di costi sociali per ogni milione di influenzati
La Stampa, 8 ottobre 2016

In questa citazione c'è un'idea di medicina puramente positivista. L'indicazione non è riferita al fatto che un individuo di mezza età farebbe bene a vaccinarsi per ragioni di salute. Non si dice che affrontare un'influenza tra i 40 e i 50 anni sia un problema per la salute. Si dice che non conviene al PIL della nazione. Se sei una partita IVA ne va del tuo PIL individuale, nel senso che ammalarsi di influenza non conviene economicamente, indipendentemente dalla validità medica della scelta, cioè dell'effettiva ricaduta sulla salute. Per esempio un ignorante in materia (come me) potrebbe pensare che vaccinarsi regolarmente possa avere effetti sulle performance di lungo periodo del sistema immunitario, che possa in qualche modo "viziarlo". Ora, va detto, questa sarà senz'altro una sciocchezza. Però l'articolo parla in modo molto schietto di una sorta di programmazione dello sviluppo sociale (anzi socioeconomico) per mezzo della scienza medica. Se non voleva essere neo-positivismo bisogna dire che l'articolo è scritto male.

Io sono un ingegnere, dunque ho simpatia per il positivismo. Ne ho meno del comune, cioè meno della dose spesso molto alta degli ingegneri, poiché conosco il teorema di Gödel e quello di Arrow, il principio di Heisemberg, i quadri di Kandinskij e la musica di Ornette Coleman. Ma ho simpatia per il positivismo. Dalla medicina mi aspetto che ci consenta di passare un inverno sereno accanto allo zio diabetico, al nonno sano come un pesce ma un po' in là con l'età, al vicino di casa che ha da poco sconfitto un tumore. Ma io, a poco più di 40 anni e senza alcun malanno, non credo nel messaggio che mi arriva da questo articolo della Stampa. Se dovessi vaccinarmi perché soggetto a rischio, cioè per la mia salute, lo farei. Ma se la ragione fosse solo di carattere economico storcerei il naso (lo sto facendo). Non per Big Pharma (che ringrazio quotidianamente per mille motivi, inclusi questi vaccini) ma per questa idea di medicina da belle époque che non mi convince.