E' dal 13 marzo che siamo immersi in un mare di "umiltà". L'elezione al soglio pontificio di Jorge Mario Bergoglio ricorda i tempi di quando l’informazione, protagonista un altro Mario,  navigava a vista in un altro mare: quello della "sobrietà".

Il meccanismo è semplice quanto efficace: si trova una parola chiave, e intorno a quella si fa girare tutto l'impianto narrativo del racconto mediatico: per Monti la sobrietà, per Papa Francesco l'umiltà.

Siccome così congegnato il giocattolo funziona a meraviglia, lo schema narrativo si ripete impunemente: Mario Monti era presentato nel ruolo di outsider della politica perché professore, Bergoglio è un outsider perché gesuita.  In fondo anche lui è un po' tecnico, a partire dal nome scelto per il pontificato,Francesco; una chiara manifestazione d'intenti, e cioè riportare la Chiesa cattolica al suo spirito originario.

La narrazione dei media è poi passata anche attraverso il vestiario: per Monti il loden, per il Papa l'anello del Pescatore.

Visto che  l'uomo della provvidenza ha sempre il suo fascino, la solita stampa che c'ha abituato all'indipendenza del pensiero,  sembra essere nuovamente colpita dalla puntuale, ciclica, estasi mistica: prima il salvatore della patria, adesso quello della Chiesa cattolica. Uno lottava contro lo spread, l'altro contro i preti pedofili trasferiti di diocesi anziché espulsi.

A tutti e due, bisogna ammetterlo, è andata di lusso: uno è stato fatto presidente del Consiglio dopo uno che ha mantenuto fior di zoccole e a momenti s'è liftato pure le ginocchia; l'altro è diventato Papa dopo uno che vestiva mocassini Prada resosi colpevole di aver insabbiato la pedofilia nella Chiesa. Ponci ponci popopo, fin troppo facile essere "sobri" e "umili" con predecessori simili.

Anche a livello d'immagine entrambi vincono facile: non ci vuole molto ad apparire serio dopo uno che andava in giro in bandana, così come -di nuovo- lo è apparire più simpatico di uno che sfoggia l'accoppiata occhiaie nere-accento tedesco.

Insomma, per chiudere il cerchio, a Bergoglio manca solo una guardia svizzera che si metta a frignare per i sacrifici che dovranno affrontare i fedeli.

La differenza sostanziale rispetto a Monti sta però nel fatto che la figura del Papa attiene all' universo valoriale dell'individuo, per cui l' "umiltà" si carica di volti e connotazioni che la "sobrietà" di Monti non avrebbe mai potuto assumere. Con risultati a dir poco discutibili per la figura stessa di Bergoglio, perché a forza di farci affogare in questo mare di umiltà del Papa, i giornalisti stanno svuotando di significato il ruolo stesso del Papa.

Dal nome colloquiale senza numeri all'abbraccio del malato, Papa Francesco non sta sbagliando un colpo; grazie a qualche mossa di marketing ben piazzata -per carità, pure spontanea-  i giornalisti l'hanno già beatificato. Ogni tanto qualcuno pare vergognarsi di tanta piaggeria e con un moto di pudore sottolinea che lui non è cattolico, però questo Papa, cazzarola, gli piace proprio.

Alcuni nudi e crudi che non vogliono fare quelli a cui il Papa umile piace tanto, si sono invece affrettati a sottolineare  che non è favorevole ai matrimoni gay. Embè? Fosse una dragqueen del Muccassassina, allora sì che sarebbe una notizia il suo no alle unioni omosessuali; è scontato che un religioso che occupa posizioni di potere non possa essere contrario alla dottrina cattolica: al massimo può smettere di additare gli omosessuali. Semmai è la politica che insegue le posizioni della Chiesa, ma dato che questo è un paese catto-laico,continuiamo tranquillamente a mischiare i due piani senza nemmeno rendercene conto.

Qualcuno ha provato a ricordare il giornalista Verbitsky e le accuse di complicità con il regime militare, ma l'argomento è finito subito nel dimenticatoio, offuscato dal tripudio di "umiltà" tanto osannata dai colleghi.

In questa orgia di mani spellate per l’argentino, capita che su Facebook circoli un'inquietante foto di Papa Francesco accompagnata da questa scritta (tutto minuscolo, ndr): "se ti piace papa francesco portalo nella tua bacheca e nelle tue preghiere". Così, manco fosse la figurina mancante dell’album dei calciatori.

Doveva essere un Papa umile e invece si ritrova Papa prêt-à-porter, schiaffato nelle bacheche tra una foto al cesso e una citazione di Fabio Volo.

Non è più il successore di Pietro: è già diventato “francesco”, lettera minuscola. Abusato dal racconto mediatico, esposto e reiterato per qualsiasi suo saluto alle guardie svizzere,  il Papa che piace è diventato una specie  di personaggio-luogo comune, ridotto a una mezza stagione qualsiasi che non esiste più.

A forza di leggere e sentire quanto sia vicino alla gente Francesco, la stampa ci ha fatto dimenticare il suo ruolo: il capo di uno Stato estero rappresentante in terra di un’ortodossia religiosa.

Tutti quelli che adesso si riscoprono cattolici di facciata grazie a "francesco" forse ignorano che il Papa è Papa e non ci dirà mai, per esempio, di andare e moltiplicarci promiscui. Che si fa alla prima frase che non ci sconfinfera? Che sembrava amore e invece era un calesse? Perché prima o poi qualcosa di impopolare lo dirà, com’è normale che sia.

Ma soprattutto: i giornalisti, dopo averne prosciugato il personaggio fino a sputtanarne l'autorità, che scriveranno? Che il Papa che piace non è più trend di stagione? Che l' "umiltà" era un trucco per vedere se stavamo attenti? O forse che il Papa s'è improvvisamente scoperto essere troppo Papa?