La giustizia è uguale per tutti, ma può essere adeguata alle circostanze.

Se da quasi vent'anni uccidi con le emissioni nocive del tuo stabilimento centinaia di persone si può anche chiudere un occhio, anzi, se hai bisogno di soldi per mantenere in piedi la baracca te li danno pure.

Tutto questo accade nello stabilimento siderurgico di Taranto, il maggior complesso industriale per la lavorazione dell'acciaio in Europa, controllato dal gruppo Riva.

I periti incaricati della Procura di Taranto hanno attribuito alle emissioni dell'industria 637 morti e 4536 ricoveri tra il 2003 e il 2009.

Altri numeri? In questi sette anni Taranto ha registrato un aumento del 14% della mortalità per gli uomini e dell' 8% per le donne rispetto alla media della Puglia nonché la mortalità nel primo anno di vita dei bambini è maggiore del 20%. Nel tarantino inoltre si calcola un +211% di diagnosi di mesotelioma della pleura rispetto al resto della Puglia.

Cosa spinge lo Stato a sostenere l'Ilva? Se chiudesse lo stabilimento non andrebbero a casa solo i 12000 operai di Taranto, ma anche 9000 dipendenti di stabilimenti minori e aziende satellite appartenenti al gruppo Riva. Un disastro economico e sociale che il Governo non riuscirebbe a risanare.

La stessa città è divisa in due; nel referendum cittadino del 14 aprile oltre l'80% dei tarantini chiamati ad esprimere il loro parere non si è presentato alle urne. Il restante 20% ha votato quasi unanimemente (oltre il 93%) per la chiusura dell'aria a caldo dell'Ilva.

Dell'immobilismo statale se ne approfitta continuamente il gruppo Riva che, dopo aver ottenuto due decreti legge ad hoc che hanno concesso all'azienda la prosecuzione dell'attività produttiva -e quindi inquinante- per 36 mesi, in seguito al sequestro preventivo penale del Gip di Taranto, con il quale vengono sottratti a Riva acciaio i "cespiti aziendali", ha annunciato la cessazione dell'attività in sette siti produttivi mandando a casa circa 1400 persone.

L'ennesimo ricatto di una azienda che scarica sui suoi dipendenti (e sullo Stato, che dovrà garantire la cassa integrazione) responsabilità non loro.

Intanto i sindacati sono già in subbuglio e cercano di tenere il piede in due scarpe scagliando diffida contro l'azienda per evitare i licenziamenti e chiedendo nel frattempo alla Procura che il provvedimento garantisca la continuità produttiva.

I lavoratori tarantini per ora potranno comunque stare tranquilli, non gli mancherà il pane, anzi, avranno anche il condimento, tanto tanto veleno. Il piatto è servito.