in foto: Foto Roberto Monaldo / LaPresse24–07–2013 RomaPoliticaIl Presidente del Consiglio Enrico Letta e il ministro dell'Economia Fabrizio Saccomanni incontrano i dipendenti dell'Agenzia delle EntrateNella foto Protesta USB all'esternoPhoto Roberto Monaldo / LaPresse24–07–2013 Rome (Italy)The Prime Minister Enrico Letta and the Minister of Economy Fabrizio Saccomanni meets whit employees of the Inland RevenueIn the photo Protest USB

In un mio precedente articolo pubblicato l’anno scorso su questo giornale, “Taglio delle tasse? Non applaudite subito (se non siete ricchi)!”, avevo affrontato il tema dell’evasione fiscale in Italia, pari, secondo studi accreditati, all’incredibile cifra di 180 miliardi di euro annui, ovvero circa il 10% del PIL.

In quella sede, oltre a commentarne le inevitabili ripercussioni in termini di degrado dei servizi pubblici,  avevo anche indicato una serie di possibili rimedi “strutturali” che potrebbero aiutare a mitigare il grave problema (e, in prospettiva, rendere possibile un successivo abbassamento delle stesse tasse che, se fatto invece preventivamente, come mezzo e non come fine, diventa un rimedio peggiore del male).

In breve citavo gli incentivi all’uso delle carte e delle transazioni elettroniche, l’abbassamento della soglia del contante (il Governo Renzi ha fatto purtroppo il contrario), l’inasprimento delle pene per gli evasori (soprattutto detentive, quasi sconosciute in Italia) e la fine delle politiche basate, con periodica frequenza, sui condoni fiscali (che alimentano gli impulsi ad eludere il fisco, contando su un successivo e benevolo perdono).

Con queste semplici azioni lo Stato avrebbe di sicuro una platea più ampia di cittadini rispettosi della legge, più risorse da investire nei settori strategici e, vista la maggiore partecipazione nel pagarle, la possibilità concreta di riduzione delle imposte (soprattutto quelle sul lavoro e non sulle rendite o sulla casa, come il Governo Renzi ha purtroppo fatto).

La questione da porre, tuttavia, non dovrebbe essere discussa solo sul piano operativo ed economico in senso stretto, ma anche inevitabilmente su quello culturale.

Perché, infatti, tanta gente vuole sistematicamente evadere il pagamento delle tasse, riuscendo poi in questo intento?

Tale pulsione, becera e, senza giri di parole, tecnicamente delinquenziale, riguarda diverse fasce sociali e ampi strati della popolazione.

Dunque, la questione è: perché?

La risposta non è semplice, o per meglio dire articolata in quanto si compone di diverse sfaccettature, simili ma non identiche tra loro.

Tutti gli evasori condividono un senso di sfiducia, che sfocia in aperta contestazione, nei confronti dello Stato, visto come un’entità “corrotta” di cui idealmente non si fa parte e che freddamente mette le mani nei loro portafogli. L’attacco alle istituzioni è quasi sempre coperto da un retorico ed ingannevole alibi: se i servizi non sono all’altezza delle aspettative, è sostanzialmente accettabile non pagarli.

L’inganno è tuttavia evidente: più si evade il fisco e più allo Stato mancheranno proprio le risorse per migliorare la qualità dell’assistenza negli Ospedali, nelle scuole, nei mezzi di trasporto collettivi, nella forze di pubblica sicurezza.

Altro fattore comune che unisce la variegata schiera degli evasori è un senso di furbizia e sfacciata arroganza: le regole valgono per gli altri, che pagheranno per tutti, sopportando dunque un carico maggiore.

Ultimo elemento in comune a tutti questi cittadini è comunque una profonda, drammatica ingenuità: essi contribuiscono a rendere peggiore il paese in cui vivono e nel quale, quasi sempre, stanno dalla parte di chi è pronto a criticare lo Stato perché non ripara la strada sotto casa, non assume altri poliziotti per garantire la sua sicurezza, non ristruttura la scuola frequentata dal figlio oppure tiene magari il caro parente su una barella di una corsia di Ospedale, stracolmo fino all’inverosimile.

In altre parole, non fanno il loro dovere di cittadini e ne pagano tutte le conseguenze.

È proprio qui che emerge, tuttavia, un’insidiosa differenza basata sulla dissimile forza economica degli evasori. Pur vivendo in un paese complessivamente peggiore, il ricco, sia esso il libero professionista specializzato nel non emettere fattura ai suoi clienti o l’imprenditore che assume a nero i propri dipendenti o presenta bilanci falsi, può mandare il figlio alla scuola privata lì dove la pubblica vicino casa sia fatiscente, può curarsi nella clinica privata all’avanguardia senza attendere le liste di attesa in Ospedale, può girare in taxi senza immergersi nel caos tremendo di una metropolitana affollata.

Il povero, no. Salirà su un autobus senza fare il biglietto (a Napoli, ad esempio, il 35% del totale), ma ci salirà comunque, dopo averlo atteso tanto alla fermata. Non pagherà la multa per sosta vietata inflitta alla sua auto (sempre a Napoli addirittura l’80% delle contravvenzioni è disatteso), ma sarà comunque costretto a guidare in un centro cittadino intasato di traffico e con strade non asfaltate da anni.  Potrà infine non pagare la tassa sui rifiuti (a Napoli solo un cittadino su due lo fa!) ma vivrà probabilmente nella periferia più sporca e inquinata da un punto di vista ambientale.

Dunque l’evasione, in Italia, è un fenomeno di massa che trae origine da stati d’animo comuni, peggiora la qualità di vita di tutti, ma che colpisce paradossalmente meno chi evade somme più elevate, essendo in grado sfruttare la sua ricchezza per averne un tornaconto.

Chi evade meno (perché ha di meno) lo fa in modo inspiegabile in quanto privo della capacità di rifarsi dei problemi che egli stesso ha contribuito a creare.

A ben guardare, in ogni caso, ciò che appare gravemente latitante è la cultura del senso civico, basata sostanzialmente sul rispetto delle regole che ogni società deve darsi; ognuno dovrebbe percepire le tasse come uno strumento utile allo Stato per riequilibrare la ricchezza, troppo concentrata in poche mani se si pensa che il 10% della popolazione del nostro paese ne possiede il 50%.

In questo senso i cittadini dovrebbero sentirsi realmente orgogliosi di pagarle ed onorati di contribuire in questo modo alla costruzione di un paese migliore.

In un’epoca in cui si fanno manifestazioni di piazza sui temi più disparati, dall’orgoglio gay al family day, chi sa se, oltre ad insegnare questi concetti nelle scuole (cosa fondamentale ma incredibilmente non fatta in modo sistematico), una manifestazione contro il cancro dell’evasione fiscale servirebbe finalmente a smuovere le coscienze macchiate di un crimine odioso.