Grillo non vuole che il Pd voti Rodotà, ma che il Pd vada a pezzi. Ecco perché il Pd dovrebbe fare di Rodotà il "suo" candidato, ricordando a Grillo che Rodotà non è stato un precursore del grillismo, ma un esponente di primo livello della migliore sinistra italiana.

Certo, una scelta del genere arriverebbe dopo una serie di scivoloni che hanno già compromesso il futuro del partito, ma, in questo momento, appare l’unica via praticabile per riconciliarlo con la sua base e con i suoi elettori.

Ogni altra soluzione, che passasse attraverso uno scambio con Berlusconi, ammesso che trovasse  i voti necessari in parlamento, sarebbe davvero esiziale per  un partito ormai profondamente dilaniato ed in crisi di identità.

Il paese è cambiato, è cambiato profondamente, e questo molti dirigenti del Pd non l’hanno ancora capito. Le ultime elezioni hanno avuto un valore “costituente”, nel senso che hanno aperto la strada ad una nuova stagione della politica in Italia. C’è un rischio in questa fase convulsa, anche per responsabilità di Grillo e del suo giocare al tanto peggio tanto meglio, quello che insieme al vecchio quadro politico del paese vadano in frantumi anche le istituzioni repubblicane.

Ma proprio per preservare il valore e la continuità delle nostre istituzioni è necessario che le stesse recuperino credibilità agli occhi del paese. Come? Evitando di piegarle ai propri interessi di parte, alle ambizioni personali, alle esigenze di cortile.

Eleggere Rodotà alla Presidenza della Repubblica, a questo punto, significherebbe proprio questo: affidare l’alto ruolo di garante della Costituzione e dell’unità nazionale ad una personalità che, sia nella sua vita politica che in quella professionale, si è distinto sempre per la difesa strenua dei principi costituzionali, dei diritti, compreso quello ad un’informazione libera e plurale, per aver combattuto compromessi e corruzione, per essersi posto costantemente dalla parte dei più deboli.

Il paese chiede una svolta, un cambiamento vero. Sarebbe un tradimento della volontà popolare mandare sul Colle più alto una personalità grigia, stantia o, peggio ancora, espressione di lobby e poteri forti, frutto di compromessi al ribasso tra le espressioni più delegittimate del ceto politico italiano.