«Viaggiare deve comportare il sacrificio di un programma ordinato a favore  del caso, la rinuncia del quotidiano per lo straordinario». Hermann Hesse non aveva dubbi in proposito. Molti turisti contemporanei invece qualche dubbio  lo coltiverebbero e non si trovano sempre in linea con il pensiero dell’autore di “Siddharta”. Nonostante oggi si viaggi tantissimo, non tutti sono disposti a sacrificare per qualche giorno o settimana quella “zona di conforto” che si vuole mantenere in ogni situazione, anche lontani da casa. Il turismo contemporaneo è un turismo comodo per definizione, ben lontano dal viaggiare dei secoli passati. Gli inglesi sono in genere ben attenti a non contaminare troppo la lingua con termini stranieri.

Eppure… “to travel” deriva etimologicamente proprio dal francese “travailler” (lavorare) o – peggio ancora – dall’italiano travaglio. Tutto ciò significherà pure qualcosa, o no? Infatti, sino a due-trecento anni fa, il concetto del viaggiare per il piacere fine  a se stesso era una rarità. Commerci complicati, guerre più o meno sante, pellegrinaggi espiatori: mettersi in viaggio era qualcosa che molti si sarebbero risparmiati. Dalla fine del ‘600 in poi iniziano invece i grandi “tour” europei,  giri di piacere verso mete “esotiche”, che spesso erano costituite proprio da luoghi della nostra amena Penisola. Ecco far capolino l’anglofono termine “tourism”, che poi sempre dal francese deriva. “Tour”, giro. Il tour per eccellenza è da intendersi il viaggio a tappe, organizzato spesso nei dettagli, quello che gli appartenenti alle classi agiate europee si concedevano nei secoli passati per istruzione e formazione culturale ed esistenziale. Più o meno austeri britannici o sassoni, partivano per lunghi spostamenti verso luoghi goderecci e dal clima per loro equiparabile al subtropicale. Venezia, Napoli, Firenze… Un po’ come dire Sharm El Sheik, Bangkok o Santo Domingo ai giorni nostri.

New York directions

Ora il turismo è divenuto una vera e propria attività produttiva, con un giro d’affari di oltre cinquecento miliardi di dollari. Il viaggio a scopo ricreativo ha superato il viaggio per dovere e l’“industria turistica” rischia di divenire invasiva per territori e genti quasi alla pari di altre tipologie produttive. Negli ultimi tempi, fortunatamente, accanto al termine turismo hanno fatto la loro comparsa aggettivi rassicuranti, quali consapevole, responsabile, critico, sostenibile. Solo un’operazione di facciata? Non sempre. Effettivamente, si sta diffondendo tra i viaggiatori e gli operatori turistici una maggiore attenzione a valori e “input” un tempo marginali. Poco conta, a dire il vero, se a spingere a ciò siano valori ideali o mero calcolo imprenditoriale. Responsabilità e sostenibilità, nel turismo, possono significare tante cose. L’Associazione italiana del Turismo Responsabile ne dà questa definizione:  « E’ il turismo attuato secondo principi di giustizia sociale ed economica e nel pieno rispetto dell’ambiente e delle culture. Il turismo responsabile riconosce la centralità della comunità locale ospitante e il suo diritto a essere protagonista nello sviluppo turistico sostenibile e socialmente responsabile del proprio territorio. Opera favorendo la positiva interazione tra industria del turismo, comunità locali e viaggiatori ».

Si tratta in buona sostanza di essere consapevoli di quello che si sta facendo. Consapevoli sì, ma non biecamente programmatori dei propri spostamenti, perché “sapere trop

Viale simbolo del viaggiare

po quando si parte è fatale: la noia s’impadronisce presto del viaggiatore che conosce la sua rotta, proprio come un romanziere troppo sicuro della sua trama" (Paul Theroux, "In the ends of the earth"). Se si è coscienti del fatto che viaggiare ha degli inevitabili impatti ambientali, economici, sociali, i comportamenti e le scelte si modificano – in positivo- in maniera quasi automatica.  Il viaggio è del resto è un atto creativo, che nutre l’immaginazione.  Solo con questo tipo di approccio può scongiurarsi un serio rischio. Quello che la ricerca spesso spasmodica di un “altrove” incontaminato e fantastico possa sortire un effetto contrario a quello desiderato. Ovvero: dire definitivamente addio a quel po’ d’incontaminato e fantastico che rimane alla natura dell’uomo e della Terra del XXI secolo.

foto di Raffaele Basile – diritti riservati