(Parigi). “Al di là di questa notte in piedi che non vuole addormentarsi qualcosa si leva all'orizzonte”. L’orizzonte è quel chiarore rossastro che persiste sopra i palazzi haussmaniani mentre il giallo dei lampioni già puntella migliaia di volti e di mani come in un sogno di Jean Jaurès. “Ribellarsi è giusto” diceva Jean-Paul Sartre ed i volti ed i corpi che si vedono assiepati un po’ ovunque a Place de la République sembrano restituire la giustizia intrinseca di quella frase. A dispetto dei tempi bui che corrono non sono certo visi e corpi impauriti, le mani anzi si levano silenziose per approvare o dissentire. I corpi disegnano geometrie inconsuete, a volte cerchi concentrici al centro dei quali sta la parola, il logos e quindi l’essenza stessa della cultura dell’Occidente. Alla chiamata alle bombe e agli armamenti e allo stato d'emergenza decretato dopo gli attentati si risponde con uno strumento senza eguali: la parola. Non dovrebbe essere così ma Place de la République, la piazza che era diventata il sacrario laico consacrato ai morti degli attentati del 13 Novembre – piazza funebre e austera coi suoi fiori secchi, le candele oramai sciolte e le scritte slavate di cordoglio – si sta trasformando in un esperimento politico senza precedenti su scala europea. La politica ritorna al suo luogo d’origine etico: la piazza – l’agorà – il luogo deputato in cui il demos ritorna ad esprimere la propria libertà fondamentale che è quella dell’agire politico.

“I nostri sogni non entrano nelle vostre urne” . Le parole di uno scrittore in incognito, poi quelle di un filosofo che ne condivide i preupposti politici, poi quello di uno studente o di un passante risuonano in una delle assemblee generali che ogni giorno dal 31 Marzo scorso scandiscono la vita del movimento Nuit Debout (Notte in piedi). Operai, precari, studenti, cittadini tutti si ritrovano ogni sera qui, a Place de la République a Parigi, in piedi, attorno, poi seduti in assemblea per raccontare ed ascoltare un mondo diverso o forse per crearlo ex novo dalle ceneri della violenza e della paura con una spontaneità e vitalità che ricorda gli esperimenti politici degli Indignados di Madrid, quelle di OccupyWallStreet ma anche le proteste in piedi di piazza Taksim a Istanbul quando era necessario il silenzio, la discrezione ma anche una dose di poesia  per fermare la brutalità e l’incomprensione delle autorità di fronte alla spontaneità del movimento di Gezi Park. Cosa vogliono i ragazzi della Nuit Debout? L’occupazione della piazza doveva protrarre ad oltranza la protesta contro la riforma del codice del lavoro El Khomry, il Job Act alla francese, ma poi il movimento s’è allargato, s’è fatto “confluenza di tutte le lotte” ed è diventato il contenitore di un movimento eterogeneo, vibrante che vuole riappropriarsi degli spazi che la politica ha occupato ed anestetizzato, vuole farsi luogo di discussione di una società diversa, più attenta a ciò che la circonda, all’ambiente cioé, ma anche ai diritti, alle minoranze e rispondere con la cultura e la discussione ad una società monolitica, militarizzata ed impaurita.

Prima c’era la notte dunque che incarnava il dubbio, il sonno della ragione che genera i mostri del terrore e del sangue versati sui selciati delle città d’Europa.  Nell’immaginario la notte copre il segreto, spaventa chi cerca di illuminarne i bassifondi fino a lavare via lo sporco che cola dallo scandalo della politica (quella dei Panama Papers, ovvero delle élites che si sottraggono alle regole). La notte che è iniziata a Parigi il 13 Novembre, e che si è protratta a Bruxelles il 22 Marzo, ha spalancato le porte dello stato d’emergenza che si è perpetrato ad libitum e che è diventato principio fondante di una Costituzione europea, proprio quella del paese che nel 1789 ha liberato il “citoyen” dagli orpelli dell’ancien régime, dal vassallaggio e dai retaggi del mondo feudale per riconsegnare il cittadino al suo essere cives di un mondo da trasformare ed edificare. A Place de la République lo zoon politikon ritorna prepotentemente sulla scena per trasformare il reale. E così nella notte si dipanano le ombre e l’oscurità si fa fucina d’idee, diventa fonderia dove forgiare nuovi edifici del pensiero e dell’azione che sorgeranno forse all’alba di un nuovo giorno.

Guardando sulla mappa della piazza si capisce perché il movimento Nuit Debout vorrebbe ricostruire una società in vitro ma con presupposti diversi. Intanto c’è la piazza, la piazza che accoglie, che abbraccia idealmente chiunque si voglia accomodare al suo interno per ascoltare. Poi c’è una televisione autogestita, con  tanto di studio televisivo, riflettori e telecamere per raccontare un’altra realtà, non quella incalzante e preoccupata dei media mainstream che nutrono lo spettatore con il cibo della paura. C’è una radio, che vuole dare voce a chi non ha voce ma con un tono e con delle parole completamente diverse, senza dettare i tempi né provocare censure, ci sono le librerie, le cantine, c’è un pronto soccorso. C’è in tutto questo un capovolgimento dei parametri sociali e politici. Il noi diventa inclusivo e si sostituisce all’arroganza tipica della politica di mestiere, che decide le sorti senza tener conto della volontà dei cittadini, e delle strutture gerarchizzate e cristallizzate della società che camminano da sole senza persone. Il messaggio che si vuol far passare prende la strada della parola, ma anche del video, del messaggio audio, passa attraverso gli artisti, i poeti, i creativi che partecipano al laboratorio politico permanente che è Place de la République. C’è l’assemblea, c’è la parola e dunque c’è anche la libertà di espressione. Al microfono piazzato su una specie di palco (che palco non è e questo forse è simbolicamente interessante, nessuno deve emergere) si alternano operai, sindacalisti, anarchici, animalisti, artisti, musicisti, attori, scrittori, filosofi, cittadini semplicemente stufi. La parola è dunque variegata, sfumata e rappresenta tutti i colori della società. Quando un musulmano prende la parola e dice “Pace su tutti voi” e tutti alzano le mani in segno di condivisione capisci che il movimento vuole investire tutta la società e non diventare fenomeno di nicchia.

Ma cosa diventerà? Sopravviverà? Quello che colpisce, come ha sottolineato saggiamente Gael Brustier, ricercatore e membro dell’Osservatorio delle radicalità politiche Jean Jaurès, è la forma di orizzontalità del movimento. Nuit Debout in effetti non solo non ha un leader ma non vuole, almeno inizialmente, trasformarsi in qualcosa di definito a livello politico. E’ lo specchio infatti di una società dinamica, in movimento, che vuole resistere alla massificazione e alla retorica dell’anti-terrorismo che ci vorrebbe tutti rinchiusi alla ricerca dell’ennesimo nemico che si nasconde in mezzo a noi.  Nella sua orizzontalità è come se volesse riproporre l’annoso quesito posto da John Holloway e poi ripreso in epoca no global e più tardi da diversi movimenti di contestazione del 2011: “Si può cambiare il mondo senza prendere il potere?”. La sua forza è infatti la refratterietà rispetto alla visione classica dei partiti sistemici che guarda caso non vedono di buon occhio le sue forme di organizzazione e autogestione dal basso che in qualche modo mettono in discussione strutture partitiche oramai desuete. La sindaca di Parigi Anne Hidalgo, pur socialista, accusando i manifestanti di voler “privatizzare la piazza” ha sancito inoltre la cesura tra mondo politico anche della sinistra parlamentare e questi nuovi movimenti di contestazione. Paradossale infatti considerare “privato” un movimento pubblico di cittadini ed invece chiudere gli occhi sulle privatizzazioni di un’intera città ad opera delle multinazionali.

Dicevamo della società in vitro, una società certo utopica ma che può dare segnali precisi sulle direzioni che si vorrebbe prendere. Commissione sulla poesia, cantine popolari, mense per i poveri, attenzione pet l’ambiente, accoglienza dei migranti. La lotta dei ragazzi della Nuit Debout diventa lotta contro tutte le forme d’emarginazione, di sfruttamento, di esclusione. Un nuovo ’68? Forse no, perché come ha sottolineato Daniel Cohn-Bendit, che di quella stagione fu protagonista, questa volta c’è un rifiuto completo di qualunque ideologia, un rifiuto dei sistemi e dei partiti in blocco ed in questo c’è una ragione di forza. I suoi punti deboli sono endemici: la violenza di certi gruppi che cercano ripetutamente lo scontro giustificando la repressione poliziesca, il rinchiudersi in un mondo autistico, la dispersione non costruttiva. Ma l’orizzontalismo, la spontaneità e la traversalità che lo contraddistinguono per ora sembrano preservarlo. Punti che gli hanno permesso di varcare le soglie della Ville Lumière per espandersi a macchia d’olio. Non solo Parigi infatti, ma anche Lione, Marsiglia, Bordeaux e poi Bruxelles, Berlino, Madrid. Tutti di notte, tutti i piedi per sognare e forse costruire un mondo migliore.

@marco_cesario