Se non fosse che Filippo Facci scrive su una testata che apprezzo pochissimo, lo leggerei probabilmente più spesso e non mi perderei alcuni suoi pezzi apprezzabilissimi come questo (Coi grillini non si deve parlare) scoperto casualmente su Facebook. Raccomandandovi la lettura dell’originale, vi propongo solo l’incipit e la conclusione

Con i grillini non si parla, non si deve parlare, o perlomeno io non voglio parlarci: è inutile, improduttivo, danneggia l'autostima, è umiliante per le proprie esperienze di vita oltreché scolastiche. In cuor mio penso che tutte le persone civili dovrebbero fare altrettanto: rifiutare, ossia, di adeguarsi a un'asticella posizionata sempre più in basso. […] C'è da parlarne [di politica vera] eccome: col sindaco e con lo statista, col mio benzinaio e col giardiniere, col collega stimato e con l'avversario rispettato: ma, per il resto, il mondo cambia troppo in fretta per discuterne addirittura con un grillino saccente, presupponente, ignorante e buttato lì per caso. Con i grillini non si parla, non si deve parlare, preferisco ricordare il mondo per migliore di quello che è.

Io sono d’accordo con Facci e nel tempo l’ho scritto e detto più volte, anche se in forma assai meno graffiante. Ricordo per esempio gli esordi pentastellati, prima delle elezioni politiche; la classica mossa del grillino col quale cercavi di parlare di politica era apostrofarti con la domanda “Ma perché, tu per chi hai votato?”; se rispondevi – qualunque risposta – cadevi nella trappola retorica dello sdegno verso qualunque partito colpevole di avere ridotto l’Italia in queste condizioni, colpevole della mala politica, colpevole di tutto. C’era uno schema molto semplice più o meno così riassumibile

  • cittadino ingenuo: Bla bla… (discorso politico qualunque)
  • grillino indignato: Ma perché, scusa, tu per ci hai votato?
  • cit.: Per il partito tale (qualunque)
  • grill.: Ah! Ma allora è evidente! È il partito che ci ha condotti a questa situazione, di cosa ti lamenti?
  • cit.: Beh, no, dai, il mio partito ha fatto questo e quello…
  • grill.: Non è vero, sono tutti uguali. Anche il tuo partito (sottolineatura di cose che non hanno funzionato, di esponenti indagati, di altro negativo).

Oggi, che i grillini hanno dato prove penose nel governo di alcune città, che hanno un discreto numero di indagati, che posso presentare un bilancio nullo delle loro attività parlamentari, che mostrano spaccature evidenti dentro il Movimento, che hanno abbandonato ogni pretesa di streaming e trasparenza, che hanno cambiato idea su quasi qualunque argomento, la strategia è cambiato nella forma, anche se non nella sostanza; se fai uno di questi appunti al grillino medio la risposta rituale in genere è “Ah, sì, ma il PD?”. Non concludete nulla: “Ah, sì, ma il PD?”; avete degli indagati: “Ah, sì, ma il PD?”; siete divisi: “Ah, sì, ma il PD?”. Ovviamente ci sono variazioni che rientrano nel canone ma consentono di restare nella strategia fondamentale di non affrontare mai (assolutamente mai) i temi politici fondamentali. Una variazione tipica è benaltrista (“Lascia perdere, i problemi dei cittadini sono ben altri!”) e l’altra è complottista (“La verità è che ci temono e non vogliono lasciarci governare”). Tutto fa brodo per sviare, distogliere l’attenzione, non entrare nel merito. Il terrore del grillino di entrare nel merito e rispondere con argomenti pertinenti è che non ci capisce nulla. Ogni argomentazione di merito è troppo complessa per la sua capacità intellettiva (che pertanto tende a una lettura ipersemplificata della realtà) e troppo elaborata semanticamente per le sue competenze linguistiche, spesso minate da quello che si chiama “analfabetismo funzionale”. Questo secondo problema non è meno grave del precedente: se non hai parole per esprimerti non hai neppure capacità di pensiero elaborato. Con tutte le dovute eccezioni, quindi, il profilo sociologico medio del grillino risulta essere culturalmente povero, scarsamente informato ma molto molto indignato e altrettanto manipolabile di chi fa dell’indignazione il suo (pseudo)programma. Il M5S ha dato rappresentanza politica a coloro che non si sentivano rappresentati perché impolitici o antipolitici (per la differenza fra questi termini si veda QUI), e per questa stessa ragione i fallimenti 5 Stelle, l’inedia politica, il programma evanescente, l’impresentabilità dei loro esponenti, il centralismo autoritario, il partito-azienda e tutto quanto criticato loro, tutto questo, semplicemente, gli rimbalza – come dicono a Roma.

La piccineria dialettica e l’incapacità totale sfugge a chi non ha competenze e non brilla per capacità d’analisi; la necessità di costruire politiche vere, mediando con altre forze politiche, viene rifiutata da chi ipersemplifica e generalizza lo slogan del “tutti ladri (tranne noi)” anche se non conduce da alcuna parte; gli avvisi di garanzia, le firme false in Sicilia non sono lette nella loro verità politica, oltre che giuridica, e scatta immediatamente il senso identitario – fortissimo in questo popolo – che fa difendere dalla (presunta) aggressione subita anziché far discutere nel merito in maniera autocritica; e l’autoritarismo di Grillo appare ai più come benevola protezione del Padre che come insopportabile repressione democratica. I grillini, così differenti uno dall’altro, con componenti di simil-sinistra e di destra, non fanno analisi e non hanno bisogno di democrazia. I loro bisogni sono di legittimazione del mal di pancia di una situazione in certa parte vera: incertezza del futuro, mercato del lavoro precario, incapacità decennale della politica di parlare loro. Il mal di pancia è sterile denuncia, piuttosto generica, indifferenziata, irriducibile, indisponibile. Il Movimento rappresenta questo livello che, oltre a essere prepolitico è anche pre-logico, pre-argomentativo. Le parole dell’indignazione prepolitica sono poche e stereotipate, laddove le parole della politica sono necessariamente articolate, variabili e in un certo senso ambigue (in questo significato); i comportamenti dell’indignazione prepolitica sono necessariamente violenti e immediati, laddove la costruzione del consenso politico deve attraversare il lungo cammino della mediazione, dell’ascolto, della riflessione.

Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti, e solo un lungo periodo di lavoro e di sviluppo potrà ridimensionare questa percentuale di voti consegnati al nulla. Servono politiche strutturali che cambino, in meglio, le condizioni degli italiani; servono politiche culturali e dell’istruzione per far diminuire in maniera significativa l’analfabetismo funzionale; servono politiche istituzionali capaci di migliorare la qualità della politica e dell’amministrazione pubblica. Servono, insomma, molte cose importanti che abbiamo più e più volte dimostrato – come italiani – di non volere. Non di non saper fare, proprio di non volere. Non vogliamo un’amministrazione che funzioni a prescindere, una politica insensibile a chi “tiene famiglia”, un sindacato con una visione di futuro, una scuola meritocratica. Ma tutto questo è un altro complicato discorso… Nel frattempo sono d’accordo con Facci e, per quanto mi riguarda e sempre salvo eccezioni, già da tempo non parlo proprio con alcun grillino medio: saccente, esaltato, ignorante, bufalaro, che parla per slogan, che crede nelle scie chimiche, che protesta perché il Presidente del consiglio non è stato eletto dal popolo, che insulta tutto e tutti, sostanzialmente violenti, fascistelli digitali inconsapevoli, odiatori degli avversari, omologati di merda (cit. da Maledetti vi amerò, di cui vi regalo un pezzo fondamentale).