in foto: Joan Thiele e gli Etna

Molto probabilmente, una chiacchierata di quaranta minuti non basta per conoscere pienamente la dimensione artistica di Joan Thiele, giovane cantautrice emergente che da qualche giorno è impegnata, insieme agli Etna, in un tour estivo con il bus di Red Bull – uno sleeping pullman anni ‘60 che si trasforma in un vero e proprio palco. Questo viaggio arriva dopo il suo omonimo EP di debutto, pubblicato il 10 giugno, che ha raccolto un largo successo.

Com'è nata la collaborazione con gli Etna e l'opportunità di Red Bull?

"Gli Etna li ho conosciuti all'incirca tre anni fa a Milano. Dovevo esibirmi in un locale e lì vicino ho visto un ragazzo (uno di loro) che, seduto per terra, suonava delle pentole e dei barattoli. Ne sono rimasta abbastanza colpita. Dopo di che, la band si è fermata ad ascoltare il mio concertino e ci siamo conosciuti. Mi hanno invitato a Catania ed è nato l'amore. Per quanto riguarda Red Bull, è un partner micidiale e pazzesco, soprattutto perché hai a che fare con persone che hanno passione per la musica e per l'arte in generale, non è una cosa che ti capita tutti i giorni. La nostra collaborazione è nata nei Red Bull Studios di New York, e questo rapporto nel tempo si è sempre più consolidato. Il Tour Bus è un evento emozionante, un bus anni '60 il cui interno è tutto in legno. È una bella sensazione".

È molto suggestivo…

"Si, non ti capitano tutti i giorni queste cose. È un bel team, e mi sento veramente molto fortunata ad avere questa possibilità. Soprattutto, ti permette di viaggiare".

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Opportunità che è nata anche grazie al tuo omonimo EP. Ci puoi raccontare qualcosa riguardo questa creatura musicale?

"È una raccolta di brani meno e più recenti dei miei ultimi due/tre anni. È nato dopo che iniziai ad esibirmi dal vivo, verso i 18/19 anni. Suonavo in giro, ma non avevo mai registrato niente, se non dei provini. Questo EP lo vedo come un'uscita in punta di piedi: mi piaceva l'idea di raccontare storie e, a livello personale, interiore ed intimo, è un modo per affrontare il passato, di vivere un nuovo inizio. Ci sono vari racconti, sensazioni ed esperienze. Si tratta di un progetto molto naturale".

Immagino che sia difficile raccontarsi e mettersi in gioco …

"Esatto. A volte ragioni su quanto può essere strano raccontare cose così intime. Però poi non ci pensi e lo fai, e va bene così".

Dall'EP hai estratto i singoli Save Me e Taxi Driver. Come mai hai scelto di far rappresentare la tua prima immagine a questi due brani?

"Save Me rappresenta il concetto di cui parlavo prima, di questo distacco personale dal passato, anche se faccio molta fatica a raccontarlo, perché è una questione molto intima, difficile da spiegare. Questo singolo, in quel momento, rappresentava un cambiamento ed una richiesta di aiuto che ognuno di noi può rivolgere solo a se stesso: ovunque la risposta è ‘se non lo puoi fare tu, non lo può fare nessun altro'. Per quanto riguarda Taxi Driver, ammetto che non era nei piani. L'EP era praticamente finito, e non era previsto il suo inserimento. Ma è piaciuto molto, alla fine è stato spontaneo collocarlo all'interno del lavoro. L'ho scritto quando ero con Red Bull a New York: continuavo a prendere taxi e, visto che i viaggi nel traffico erano lunghissimi, ho conosciuto diversi autisti. Mi sono resa conto fin dall'inizio che li pedinavo, facendo cinquemila domande a tutti. Ho avuto anche un incontro abbastanza toccante, uno di loro mi ha raccontato la sua vita ed i suoi sacrifici. Mi piaceva l'idea di narrare la figura di un tassista e, più in generale, di un qualcuno che fa un determinato lavoro ed è abituato a vivere certe situazioni. Così mi sono messo di fianco a lui, ad ascoltarlo: l'autista del taxi sente un sacco di storie, e per una volta volevo essere io a prestare attenzione. In un certo senso, rappresenta ciò che sto facendo adesso: viaggiare tanto e riportare ciò che vivo e vedo. Bisogna comunque tenere conto che il singolo non è l'unica cosa a rappresentarti, ci sono tante altre opere. Non me la sento di dire ‘Io sono questa cosa qui e basta', anche perché ogni giorno c'è una crescita: trovi il brano più acustico, più prodotto, più elettronico. Il mio EP è un lavoro abbastanza contaminato".

Una crescita che passa attraverso la componente del viaggio. Quant'è rilevante per la tua vita ed attività artistica?

"E' fondamentale, sia a New York sia a venti chilometri da casa. Il conoscere nuove persone, che magari hanno molta più esperienza di te, è un qualcosa che ti fa crescere, impari a confrontarti, ti dà qualcosa di nuovo".

Come potresti definire la figura del cantautore nell'attuale panorama musicale italiano, che spesso confluisce in un mondo commerciale?

"Il cantautore è quello che ti racconta qualcosa. Puoi parlare di una dimensione intima ed interiore, che non riveleresti in generale. In questo caso però, dipende da cosa intendiamo per commerciale".

La classica figura del cantautore è un po' scomparsa, a favore di nuovi artisti che scrivono per mantenere una certa notorietà commerciale. 

"Lì allora dipende dall'intenzione. Ovviamente, ci sono figure che sono più interessate al discorso dell'immagine, ma questo è presente in qualsiasi campo lavorativo. Se vogliamo parlare solo di prodotti, possono durare poco, perché se non hai nulla da dire, magari non hai lunga vita. Invece se hai un messaggio e questa cosa diventa commerciale, il discorso cambia. E' inutile negare che oggi l'immagine non sia importante, però se manca il contenuto, è difficile costruire un percorso. Le cose devono avere un senso. Se una cosa non è effettivamente sincera, il fruitore coglie la finzione".

Joan Thiele
in foto: Joan Thiele

In sintesi: se sei naturale, si sente; se vuoi essere finto, si sente. L'ascoltatore se ne accorge. 

"Si, ma a prescindere dal genere. Se una cosa è sincera, funziona, commerciale o meno che sia. Bisogna anche considerare che stiamo utilizzando un termine molto vasto".

Inizialmente hai spopolato con la cover di Hotline Bling, un pezzo di Drake. Nella scena musicale attuale vi è un forte dibattito su come interpretare un brano di un altro artista, in quanto il rischio di copiarlo o storpiarlo è dietro l'angolo. A tuo avviso, qual è la chiave giusta?

"La reinterpretazione è importante. Prendiamo come esempio James Blake: con Limit to your love di Leslie Feist ha avuto un approccio molto interessante, ha trasformato un brano nel suo stile. Dalle cover si può imparare qualcosa, ma deve avere sempre un senso. Blake è il mio riferimento: è un artista particolare, underground, e con il singolo di Feist ha creato qualcosa di diverso. Poi, ovviamente, l'originale è sempre l'originale. Ma aveva un senso".

Come mai la decisione di cantare in inglese?

"Non l'ho deciso, è successo. Ho sempre ascoltato più musica internazionale, si può dire che è uno studio. Non escludo l'italiano, ma in questo momento preferisco cantare in inglese, è una lingua che ti permette di comunicare con più persone. Non è un percorso semplice, ti vai a confrontare con artisti di un certo tipo. Bisogna anche superare l'idea che un italiano non possa cantare in inglese, alla fine è fattibile. Certo, dipende poi come lo fai. Personalmente, è una cosa naturale".

Cosa c'è nel futuro di Joan?

"Sono già in modalità scrittura e recording. Ho già un po' di cose. A settembre mi metterò all'opera".