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Natalino Balasso, la rete e la pochezza culturale del nostro paese

In rete i suoi video spopolano e fanno numeri interessanti. Natalino Balasso e le sue parodie degli spot Trenitalia e Mercedes sono a buon titolo tra i personaggi web del momento. L'intervista è d'obbligo, le sue risposte fanno riflettere.

Natalino Balasso, la rete e la pochezza culturale del nostro paese.

E’ uno dei personaggi più in vista della rete, in questo momento, grazie alle sue pubblicità “rivedute e corrette”, che stanno spopolando sui social media. Le parodie degli spot Trenitalia e Mercedes, pubblicate nei giorni scorsi sul canale Youtube di Natalino Balasso (aka Anatoli Balasz) e diffuse attraverso i suoi profili Facebook e Twitter, stanno facendo migliaia di visualizzazioni e riscuotendo un grande successo. Acuto, sagace, irriverente, Balasso sta cavalcando le tematiche sociali del momento, facendo leva sul “diritto che l’arte dovrebbe sempre rivendicare, di critica della società“.

Debbo premettere che le risposte di Balasso hanno un po’ gelato la mia ingenua confidenza in un suo eventuale elogio della rete e dei suoi strumenti, ma la coerenza e la lucidità del personaggio stimolano in me nuove e più profonde considerazioni sul web e sul senso stesso della comunicazione e del marketing online. Troppi numeri, troppe classifiche, troppa importanza e attenzione a “like” e condivisioni. Spazio al suo pensiero, dunque.

D) Una bella idea, finalmente, quella di sfruttare la forza dei social media per proporre le tue nuove parodie pubblicitarie; come nasce questa idea?
R) Non c’è una strategia in questo. Uso la libertà della rete per esprimere i miei lavori artistici senza i legacci dei media convenzionali. “Parodie pubblicitarie” sminuisce a mio avviso quello che faccio quando esprimo certi concetti usando il linguaggio della pubblicità. Semplicemente sbugiardo la falsità di quel linguaggio che è lo specchio dell’ipocrisia di questa società. Sono conscio del fatto che molta gente guardi i miei video solo per farsi due risate, detta fuori dai denti, è tutto pubblico che non m’interessa, così come non m’interessava il pubblico della tv. Non sono un intrattenitore e se qualcuno capisce quello che faccio bene, se non lo capisce son problemi suoi.

D) Non pochi artisti della tua generazione cominciano a risentire del “sistema Zelig” e di una TV commerciale che sembrano premiare le giovani leve dei reality e talent show o, mi sembra di poter dedurre da quello che vedo, a proporre contratti a forfait con partecipazioni a spettacoli di ogni genere, pubblicità e comparsate varie. I nuovi canali online possono rappresentare un’alternativa o una leva per cambiare le forze in tavola?
R) In molti casi “artisti” mi sembra una parola grossa, tuttavia non sono così certo che la rete sia un’alternativa. Sicuramente non lo è in questo paese nel quale le pagine più ricercate son quelle della gente della tv. Credo che alla fin fine, se un paese è povero culturalmente, lo è in tutte le proprie espressioni, compresa la rete.

D) Molti artisti si stanno lanciando in rete, sui social, spendendosi in prima persona e ricevendo spesso qualche critica. Il 2011 è stato l’anno di Twitter, che a quanto pare tu usi per monologare, visto che non segui nessuno. Cosa ne pensi di questo canale? Perché non segui nessuno?
R) Ho un semplice link che automaticamente segnala uscite di video e di post su facebook o su youtube, quindi non uso twitter che per ora è più adatto a chi si connette dal telefono cellulare, strumento che io non adopero quasi mai.

D) Torniamo alle parodie pubblicitarie. E’ evidente che utilizzi i brand per fare satira politica e sociale, non temi azioni da parte delle aziende? Oppure oramai in questo sistema vale talmente il “purchè se ne parli” da non farti temere nulla?
R) Non mi piace molto la satira e non credo di fare satira. Parlo a noi dei nostri paradossi, dei nostri automatismi culturali, di come accettiamo le aberrazioni che noi stessi costruiamo. Qualcuno se ne accorge, qualcuno no. Voglio sperare che esista ancora il diritto che l’arte dovrebbe sempre rivendicare, di critica della società. Un altro aspetto che tutti ignorano o fingono di ignorare è che io, più che le aziende, critico noi e il nostro atteggiamento bovino nei confronti di questa roba che si chiama mercato e che in realtà è solo sfruttamento dei deboli.

D) Nella tua carriera di artista hai recitato in trasmissioni di grande successo a carattere nazionale (personalmente ho imparato a conoscerti e ad apprezzarti con Sportacus, su Odeon TV alla fine degli anni ’80). Come vedi la scena televisiva odierna per la comicità? Ora che Zelig è stato affiancato da decine di ribalte più o meno analoghe, c’è più spazio per i talenti veri o siamo di fronte a un “sistema” che premia soprattutto matricole a buon mercato?
R) Devo dire che non capisco il paradigma. Non m’interessa parlare di Zelig o di altre trasmissioni, la tv non è il mio mestiere, non mi stancherò mai di ripeterlo, faccio teatro da 30 anni e ho partecipato a qualche trasmissione televisiva apparendo per qualche minuto, ci sono politici che appaiono in tv molto più di me, queste domande è bene rivolgerle a loro. La comicità in tv mi sembra triste, ma forse lo è sempre stata, l’unica cosa che mi sembra viva è il teatro. Ma, diciamolo pure, nemmeno nella fortunata stagione dei Comici dell’Arte nel ’500 c’è mai stato un numero così nutrito di comici, è evidente che non tutti sono bravi e il meccanismo televisivo che ricerca ogni anno gente nuova non fa che deprimere il livello dei contenuti artistici.

D) Grazie e complimenti per questa ulteriore prova di classe e originalità, sperando che gente come te possa prima o poi sconfiggere questa brutta TV e seguire l’esempio di “Servizio Pubblico”, rendendosi indipendente ed autoproducendosi. Come vedi uno scenario di questo genere?
R) Farei dei distinguo ben precisi. “Servizio pubblico” è ancora una trasmissione televisiva. Invece che farsi in Rai si fa sulla piattaforma Sky e su tv private. Il fatto che venga trasmessa in streaming non arricchisce la rete, la impoverisce, perché rovescia sulla rete i soliti meccanismi televisivi. Cosa me ne faccio di cercare contenuti su internet se poi devo guardare Santoro che intervista Brunetta? Inoltre si tratta di un prodotto che non c’entra nulla coi prodotti “poveri” della rete, ha un budget milionario e usa gli stessi identici meccanismi che usava in tv. Credo che la sua destinazione sarà tornare in una grossa rete, oppure crescere su Sky. Non vedo voglia di cercare nuovi linguaggi, sono molto pessimista su questa presunta svolta, vedo gli stessi linguaggi, per guardare un filmato mi devo sorbire la solita merda pubblicitaria che c’è in tv. Non c’è futuro per la rete, non c’è un futuro diverso, sarà una televisione interattiva, con pagine sempre più piene di immagini e pulsanti che somigliano sempre più a giochini per bambini scemi. Se tu intitoli un video “Guardate come mi trombo mia sorella” farai una marea di visualizzazioni e anche i social network stanno semplificando il linguaggio visivo. Tutto si risolve in numeri e classifiche, chi ha più “mi piace”, chi ha più “amici”, chi fa più spettatori. Si stanno verificando le più fantasmagoriche visioni di Stefano Benni, quando negli anni ’80 descriveva un mondo in cui nei telegiornali veniva comunicato il “livello di preoccupazione” della gente che si esprimeva attraverso un numero. La rete non è un mondo virtuale, purtroppo è reale e risente della nostra pochezza culturale.

Approfondimenti: claudio gagliardini

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