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«Diciamo no alle Olimpiadi del mattone». Con queste parole, durante una conferenza stampa del 21 settembre 2016, il sindaco di Roma, Virginia Raggi, bloccava definitivamente la candidatura della Capitale ai Giochi estivi del 2024. «Queste manifestazioni sono un assegno in bianco che firmano le città ospitanti: ciò lo dice l’Università di Oxford in uno studio. Le Olimpiadi sono un sogno che diventano incubo». Il Presidente del CONI, Giovanni Malagò, ha contrastato apertamente la scelta del primo cittadino, ed ha tenuto a precisare che i costi relativi all’organizzazione dell’evento dai cinque cerchi non siano così negativi: «Le Olimpiadi di Roma 1960 non hanno lasciato tutti questi debiti. C’è un rammarico enorme perché siamo uomini di sport, si doveva decidere con serenità se continuare a fare quello che stavamo facendo bene. E invece siamo stati fermati a corsa iniziati». Due volti, un solo tema: il fattore economico. Da una parte, il gruppo del «no» alle Olimpiadi e alle Paralimpiadi, in quanto creano squilibri finanziari molto profondi: sono più i soldi investiti nell’organizzazione che quelli guadagnati dalla stessa. Dall’altra, i promotori del «si», che sostengono una sicura entrata di ingenti capitali grazie a queste manifestazioni: per esempio, con uno sguardo al sociale, le entrate dell’evento avrebbero potuto migliorare i servizi e le infrastrutture in favore di una maggiore accessibilità per le persone con disabilità. La faccenda però è molto più complessa di quanto mostriamo in queste prime righe. Dunque, al fine di sbrogliare la matassa, capiamo quanto realmente costano le Olimpiadi.

RIO DE JANEIRO – Possiamo iniziare dal caso più recente, le Olimpiadi di Rio De Janeiro 2016. A conti fatti, la città brasiliana ha investito ben 11,1 miliardi di dollari, come riporta Lettera43. A questo punto, però, è bene comprendere da chi e com’è stato speso il denaro, e soprattutto da dove proveniva. Abbiamo tre attori principali: il Comitato organizzatore (2,1 miliardi di dollari), l’Autorità Pubblica Olimpica (APO; 1,9 miliardi) e il Governo federale (7,1 miliardi). Per il primo soggetto, i soldi provenivano da fondi privati e dalla vendita anticipata dei biglietti per la manifestazione: in particolare, il 52% del denaro è arrivato da investitori locali ed internazionali, il 25% dal Comitato Olimpico Internazionale (CIO) ed il resto da ticket e licenze. La spesa è stata rivolta principalmente al comparto amministrativo (26%), all’innovazione tecnologica (19%) e all’organizzazione delle cerimonie (10%). L’APO, invece, aveva a disposizione 700 milioni di dollari di soldi pubblici, il resto ricavato dai privati. La maggior parte dell’importo è stato speso per il villaggio olimpico di Barra (1 miliardo e 700 milioni), al fine di realizzare tutte le strutture olimpiche partendo da zero (come il centro per il tennis e il velodromo). Infine, il Governo federale aveva il 57% di soldi pubblici (4,1 miliardi), mentre il resto è stato pagato da contribuenti privati. Gli investimenti sono stati rivolti al potenziamento di alcuni servizi pubblici, come gli autobus, il porto di Maravilha, la rete metropolitana e tramviaria della capitale brasiliana. Secondo lo studio della Saïd Business School dell’Università di Oxford (ricerca che esclude i costi indiretti, come vedremo in seguito), le Olimpiadi hanno determinato un aumento dei costi del 51% rispetto alle previsioni iniziali. Inoltre, basandoci sui dati pubblicati dall’International Business Times, nel 2009, anno di candidatura alle Olimpiadi, la crescita del Brasile si attestava ad una media annua del +7,5%; all’indomani dei Giochi, invece, si aveva un profondo -5,4%: insomma, lo Stato brasiliano – finito in default – deve combattere un enorme deficit di conti pubblici. In questo contesto, però, bisogna anche considerare che tale manifestazione è arrivata due anni dopo i Mondiali di calcio che, sempre come riporta Lettera43, non hanno avuto effetti positivi sull’economia nazionale, con il PIL che è passato dal +0,1 del 2014 al -3,8% del 2015.

Virginia Raggi mostra la ricerca universitaria durante la conferenza stampa (credit photo: il corriere dello sport)in foto: Virginia Raggi mostra la ricerca universitaria durante la conferenza stampa (credit photo: il corriere dello sport)

LA RICERCA DELL’UNIVERSITÀ DI OXFORD – Visto che lo abbiamo tirato in ballo più volte, veniamo allo studio della Saïd Business School dell’Università di Oxford. La ricerca ha esaminato 19 delle 30 Olimpiadi organizzate tra il 1960 e il 2016, prendendo in esame le spese dirette sostenute dalla città ospitante, dal paese organizzatore o da investitori privati (costruzione dei siti per le gare, il villaggio olimpico, centro di trasmissione televisiva internazionale, centro stampa) ed i costi operativi sostenuti dai Comitati organizzatori (tecnologia, trasporto, manodopera, costi di gestione, sicurezza, cerimonie, servizi medici). Non sono state riportate invece le spese indirette per strade, ferrovie, aeroporti, ammodernamento di strutture alberghiere e altri investimenti, in quanto non direttamente legate ai Giochi. Le 11 edizioni assenti non sono state valutate in quanto non sono presenti stime affidabili su cui lavorare. I risultati diffusi dalla ricerca sono quanto mai preoccupanti: in generale, la crescita media dei costi per un Olimpiade supera il budget iniziale del 156%, ma per le edizioni estive aumenta del 176%. In soldoni, il costo medio dell’organizzazione di un Olimpiade si aggira in media ai 5,2 miliardi dollari per i Giochi estivi e ai 3,1 miliardi per le edizioni invernali. Tra i casi più eclatanti, troviamo Montreal 1976 (edizione estiva: 720% di aumento costi; 6,1 miliardi di dollari di spesa), Lake Placid 1980 (edizione invernale: 324%; 0,4 miliardi), Sochi 2014 (edizione invernale: 289%; 21,9 miliardi), Barcellona 1992 (edizione estiva: 266%; 9,7 miliardi) e Londra 2012 (edizione estiva: 76%; 15 miliardi). Tutto ciò non è passato inosservato, in quanto negli anni Novanta il Comitato Olimpico Internazionale ha attivato l’Olympic Games Knowledge Management Program, risultando efficace fino ad un certo punto: dopo la sua introduzione, lo sforamento dei costi per la manifestazione dai cinque cerchi è passato dal 166% al 51%. Certo è diminuita, ma dallo studio emerge che per organizzare un Olimpiade bisogna sempre mettere in conto dei costi aggiuntivi. Diverse però sono le interpretazioni che ne sono scaturite: da un lato abbiamo gli ottimisti, i quali ritengono che, tutto sommato, il costo di organizzazione sia rimasto stabile negli ultimi vent’anni, a patto che dall’analisi si escludano Londra 2012 e Sochi 2014; dall’altro i pessimisti, che sottolineano l’assenza dei costi infrastrutturali dalla ricerca, i quali avrebbero determinato percentuali e cifre molto più gravi di quelle presentate.

Yuriko Koike (credit photo: BBC)in foto: Yuriko Koike (credit photo: BBC)

SI PUÒ EVITARE? – Cosa ne possiamo dedurre? Alla presentazione dei dossier per i Giochi, le città ospitanti devono essere in grado di avanzare garanzie sufficienti sui costi per un Olimpiade. Serve precisare che il documento di candidatura è un accordo legalmente vincolante con cittadini, amministratori e CIO: sforare il costo previsto per l’organizzazione di una manifestazione di tale portata significherebbe solo creare danni economici e finanziari ad una città. Pertanto, ogni amministrazione comunale deve essere in grado di valutare prima lo stato di salute della propria sede e poi optare ad una possibile candidatura. Anche perché, una volta che il dossier viene depositato, i costi non si possono più trattare o rimpolpare: se viene definita una cifra, ma quest’ultima risulta essere inferiore alle aspettative, si produce un danno ingente a livello di implicazioni fiscali. Basti pensare al caso delle Olimpiadi di Atene 2004, che hanno determinato una profonda crisi finanziaria ed economica in Grecia, i cui effetti si patiscono ancora oggi. In Brasile, invece, il governatore di Rio de Janeiro ha dovuto dichiarare lo stato d’emergenza due mesi prima dell’inizio dei Giochi per ricevere ulteriori fondi, nonostante nell’anno della candidatura l’economia del paese fosse in buone condizioni. E ancora, nel 2005 Londra presentò un piano costi per le Olimpiadi del 2012 che risultò inadeguato e fu dunque rialzato di quasi il 100%. Anche Yuriko Koike, governatrice di Tokyo, il giorno dopo il «no» di Virginia Raggi, ha ammesso gli errori dei calcoli eseguiti dalla propria amministrazione in vista dei Giochi del 2020: in particolare, tali inesattezze riguardano lo stadio dell’architetto anglo-iracheno Zaha Hadid, lievitato a due miliardi e mezzo di dollari, il villaggio olimpico e l’allestimento delle “venues” permanenti, non ancora organizzate al meglio, ed i costi invisibili per trasporti, sicurezza, energia e tecnologia. «Se non tagliamo drasticamente le spese nei prossimi due anni rischiamo di uscire di strada. Possiamo sfiorare il tetto dei 30 miliardi di dollari (rispetto al budget iniziale di 7 miliardi e 300 mila dollari, ndr). Mettiamoci una mano sulla coscienza, non siamo onnipotenti e non possiamo spendere una cifra simile» afferma la governatrice giapponese. Insomma, se le fette delle Olimpiadi vengono tagliate erte, il costo passato in cassa sarà molto più pesante di quanto previsto.

NB: la realizzazione dell'articolo risale al novembre 2016. Eventuali aggiornamenti successivi a questa data non sono stati considerati.