La ripresa del dibattito politico dopo la pausa estiva è tutta polarizzata sulla riforma elettorale, che sembra essere diventata la priorità dell’anomala maggioranza che sostiene il governo Monti.

Nell’illusione, probabilmente, che cancellare il famigerato Porcellum possa bastare a salvare dal preannunciato naufragio le pattuglie parlamentari investite dallo tsunami dell’antipolitica.

In realtà la disaffezione dei cittadini dai partiti ha radici più profonde, si è progressivamente insinuata nel corpo elettorale e certamente si è aggravata a seguito dell’esplodere della crisi economico-finanziaria che ha investito il mondo intero e delle misure di rigore adottate nell’ultimo anno. La mancanza di leadership credibili ci ha costretti a salire sulla scialuppa di salvataggio del governo tecnico per evitare l’inabissamento. Un governo a tempo, oltre il quale però non si intravede alcun approdo sicuro.

E così il Parlamento riapre le porte e si riunisce oggi il Comitato ristretto della Commissione Affari costituzionali per discutere dei disegni di legge in materia elettorale. L’accordo tra destra, sinistra e centro, frutto di complesse alchimie, è dato per imminente, ma il risultato dei reiterati patteggiamenti tra le forze politiche della maggioranza rischia di essere un ibrido in grado di destabilizzare ulteriormente il nostro Paese portando alla deriva le nostre istituzioni: un premio di maggioranza tra il dieci e il quindici per cento al partito più suffragato, un sistema a due velocità che reintroduce, ma solo parzialmente, il voto di preferenza, affiancato da listini bloccati con cui assegnare un terzo o addirittura la metà dei seggi.

Occorre assicurare la presenza di un certo numero di «parlamentari di alto livello», ha detto il capogruppo del Pdl alla Camera Fabrizio Cicchitto. Un’affermazione risibile, degna della migliore tradizione comica italiana, eppure fatta in tono terribilmente serio, che nasconde il chiaro intento di costruire una zattera riservata più influenti parlamentari uscenti, alle élites dei tanto vituperati partiti: perché l’alto livello sarà certificato dalle segreterie dei partiti e non già dagli elettori, espressione della sovranità popolare.

I sondaggi elettorali d’agosto, intanto, fanno del Movimento Cinque Stelle la seconda forza politica in pectore del nostro Paese, con il 20,9 % dei consensi. Solo il 3,9 % in meno del Pd, dato come primo partito, e due punti al di sopra del Pdl (sondaggio Ipsos del 10 agosto). Ogni alchimia legislativa potrebbe quindi risultare inutile o comunque insufficiente a garantire la sopravvivenza dell’attuale classe dirigente, ed anzi tale riforma – se andasse in porto – non farebbe che accrescere l’insofferenza diffusa e l’idiosincrasia verso gli attuali partiti. Un matrimonio all’italiana che rischia di trasformarsi in una beffa, come nell’omonimo film del 1964 di Vittorio De Sica (1901-1974) trasposizione sul grande schermo della commedia degli inganni di Eduardo.

La riforma elettorale, in ogni caso, non rappresenta l’elisir delle democrazie. Anzi.

Il premio di maggioranza evoca sinistri ricordi, la sciagurata legge Acerbo voluta nel 1923 da Benito Mussolini che garantiva alla lista che avesse superato a livello nazionale il 25 % dei voti validi i 2/3 dei seggi della Camera dei deputati. Una legge che mise la pietra tombale sullo Stato liberale in forte crisi da ormai un decennio, consegnando l’Italia al fascismo. Secondo lo storico Giovanni Sabbatucci, un caso classico di «suicidio di un’assemblea rappresentativa», poiché consegnò nelle mani del Duce una maggioranza parlamentare «che gli avrebbe consentito di introdurre, senza violare la legalità formale, le innovazioni più traumatiche e più lesive della legalità statuaria sostanziale, compresa quella che consisteva nello svuotare di senso le procedure elettorali», grazie all’ampio successo ottenuto dal Listone Mussolini, demagogicamente messo su “al di fuori, al di sopra, e contro i partiti”.

E la precedente legge elettorale, voluta nel 1919 dal Governo Orlando con la reintroduzione del proporzionale e la previsione di due tipi di liste (bloccate e aperte), giovò ai socialisti e ai popolari che l’avevano sostenuta ma determinò una situazione di ingovernabilità insormontabile gettando le premesse della Marcia su Roma.

Oggi si parla di premi di maggioranza sicuramente più modesti, ma a suggerire parallelismi con età passate sono l’immobilismo e la convinzione delle forze politiche tradizionali di uscire indenni dall’occhio ciclone grazie a semplici operazioni di maquillage orchestrate per trarne vantaggi personali o di partito ma che non mutano la sostanza delle cose. Favorendo, al contrario, spinte demagogiche e populiste che trovano alimento proprio nella debolezza delle istituzioni e dei suoi non troppo alti rappresentanti.