Un ragazzo scompare e non dà notizie di sé da mesi: l'unico familiare rimastogli, alla domanda "Perché non ne denunci la scomparsa?", risponde candidamente: "E se lo trovano?".
"Cavolo", direte voi…
E sì, succede anche questo, nella cara famiglia tradizionale, quella che ci viene raccontata come nucleo sociale primario dal quale nascono rapporti di vero e saldo Amore, che vede tutti uniti dai genitori ai fratelli, per finire con i cugini e le cugine di ogni grado; quella del cenone di Capodanno e degli anniversari di matrimonio festeggiati alla grande, insieme a tutti tutti "perché ci vogliamo tanto bene".
Il ragazzo di cui ho detto è solo uno dei tanti esempi di abbandono da parte dei "parenti prossimi": lasciato al suo destino per non essere "presente a se stesso" al punto tale da far fare bella figura in pubblico e soprattutto da non disturbare la quiete altrui con le proprie paranoie e problemi di natura psichica.
In Italia, circa 17 milioni di adulti soffrono di disturbi mentali. E no, il ragazzo di cui vi dicevo – amaramente – non è affatto "solo".
E' da tempo che volevo scrivere di questo argomento ed è stato il caso ad avermi offerto la spinta per farlo adesso. Non ne abbiate a male, non sono contro il familiare di "Paul" (lo chiamerò così per tutelare la sua privacy), anzi. Se da un lato, qualcosa in me respinge il comportamento di questa persona che arriva a temere il ritorno del ragazzo, qualora ne denunciasse la scomparsa, dall'altro c'è qualcos'altro che mi spinge a riflettere per capire in quale inferno possa vivere una famiglia, quando uno dei componenti si ammala e di malattia psichiatrica.
Un inferno fatto di solitudine, paura, tristezza, impotenza, silenzio, mentre tutt'intorno girano rabbia, mancanza di coscienza, rifiuto delle terapie, tentativi di suicidio e/o di omicidio, altro silenzio, violenza, urla, dolore.

Ho pensato ai tanti figli dei malati psichiatrici (piccoli e grandi) ed alle mille difficoltà e traumi che devono affrontare nella vita, per vincere l'imbarazzo, la rabbia, la paura, per realizzare il desiderio di essere amati come tutti gli altri, soprattutto da un genitore. Tempo fa, allo sportello dell'Associazione IN ROSA ho incontrato una giovane donna, che durante il colloquio ebbe a raccontarmi la storia drammatica vissuta nella sua famiglia, quando si manifestò la malattia della madre (giovanissima, peraltro): ricordava nitidamente episodi e vicende di alcuni anni prima, quando aveva soltanto dieci anni; i litigi con il padre, le urla, i pianti, le frasi sconnesse e la testa battuta contro il muro fino a farsi uscire sangue dalla fronte e dal naso. Sua madre era schizofrenica e la legge 180/78 che metteva fine ai "manicomi", prescrive cure a condizione che tale sia la volontà del paziente e solo nel caso in cui lo stesso metta in serio pericolo la propria vita e l'incolumità di altri, il cd. "ricovero coatto" in strutture pubbliche. Degenze a tempo determinato.
Le medicine sputate, gli occhi fuori dalle orbite, le allucinazioni, i deliri, le "voci", le notti insonni. L'accettazione delle cure per poi rifiutarle ancora; l'ennesimo tentativo di suicidio. Un nuovo ricovero e poi la storia ricominciava, per la madre di "Luisa" (altro nome di fantasia – ndr); le case di cura private che costavano e costano (e queste persone necessitano di cure costanti) non tutti possono permettersele ed un malato psichiatrico grave in casa diventa un problema pure per i vicini, se abiti in un condominio: le urla a tutte le ore del giorno e della notte; gli sguardi, i "consigli" ed i rimproveri sottovoce nelle rare occasioni d'incontro negli spazi comuni

"tenetelo/a stretto/a: se dovesse sfuggirvi…" "La prossima volta che lo/la sento gridare di notte chiamo i carabinieri! Al mattino si va a lavorare e qui non si dorme!!!"

Provate a pensarci, provate ad immaginare il senso di impotenza di un familiare, di fronte ad una malattia dalla quale è difficile (forse impossibile, per tanti!) guarire; provate a pensare alla situazione di stress più elevato in cui vi siete trovati e triplicatene, centuplicatene l'intensità. Ogni giorno, ogni ora, ogni istante della vostra vita insieme ad una persona che amate e che non riuscite ad aiutare perché lo stato delle cose non è d'aiuto, perché i familiari ed i malati vengono lasciati soli al proprio destino, a causa di un meccanismo che non va, proprio non va, come non andavano i manicomi. E poi… La vostra vita sociale, il vostro lavoro… Tutto complicato, perché c'è lei/lui e voi non potete permettervi nemmeno una badante, figuriamoci un'infermiera specializzata.
"Luisa" non riusciva a dimenticare le urla di sua madre, che l'hanno accompagnata sin da piccola, insieme alle bestemmie, alle lacrime di disperazione, ai momenti di lucidità nei quali timidamente si inseriva, per ricevere le coccole più dolci del mondo da una madre tanto amata e per la quale ancora combatteva e cambiava pannoloni.
Forse dovremmo riflettere un po' tutti, su quanto accade intorno a noi ogni giorno, dietro le mura delle nostre belle case; forse dovremmo alzare un po' la voce e chiedere il rispetto dei diritti di persone ammalate lasciate al proprio destino da una legge e da un sistema inefficiente e forse dovremmo pensare e ripensare ancora alle parole del parente di "Paul", alla sua decisione di non denunciarne la scomparsa, per il terrore che possa rientrare in casa e che tutto possa ricominciare. Dall'esterno lo giudichiamo come un essere privo di umanità e pensiamo a tutte le conseguenze del suo gesto (la sottoscritta per prima!). Dall'interno non lo giustifichiamo, ma se ci riflettiamo bene e ci inoltriamo in questo inferno fatto di pillole e suicidi (perché sono tanti a tentarlo e purtroppo riuscirci), forse, potremmo arrivare a comprenderne lontanamente le ragioni.

Il mio pensiero, però, vola verso "Paul" e tutti gli ammalati soli al mondo, lasciati a vagare per le strade senza sostegno e cure.
Senza Amore.

Trova la tua casa, ragazzo. Che il vento possa condurti a casa.