in foto: Nelson Martinico, al secolo Giuseppe Elio Ligotti, autore del romanzo storico "Le pergamene di Sertorio" (Edizioni Spartaco)

Chiusa la parentesi da giovane promessa del pallone e appese le scarpette al chiodo, si è prestato a fare mille mestieri per mantenersi agli studi universitari: camionista, barman, elettricista, persino suonatore di fisarmonica in un quintetto folk sardo-siculo. E poi stuntman in un paio di spaghetti-western, negli storici stabilimenti De Paolis a Cinecittà. Di qui lo pseudonimo Nelson Martinico, con cui Giuseppe Elio Ligotti, insegnante di Latino e greco per trentatré anni, ora in pensione, firma il suo romanzo fresco di stampa, "Le pergamene di Sertorio", pubblicato a maggio 2017 da Edizioni Spartaco.

«Ricordo i miei ruzzoloni da cavallo nel film "Un uomo chiamato Apocalisse Joe" di Leopoldo Savona (1970)…».

Dietro i baffi folti e il sorriso sornione, Nelson non nasconde l'ironia bonaria di chi le radici siciliane le porta nel cuore. Ma è Roma la città dove è nato e vive tuttora.

«Sono nato nella Capitale nel giugno del 1946. Ho gli stessi anni della Repubblica italiana. Non so se questo mi torni a titolo di merito o a marchio di persona segnata dai tanti misteri della Repubblica, in particolare quelli tragici».

Certo che da stuntman a prof di Latino e greco il passo è grande. Ed è cominciato tutto con Sertorio…

«È cominciato tutto dall'esame di Storia romana, il mio primo esame universitario. Il professore mi stroncò dicendomi: "Vedo il suo libretto intonso. Mai scelta fu più sbagliata. Cosa credeva? Di conseguire un risultato brillante senza aver frequentato le mie lezioni? Se vuole sapere il mio parere, lei ha sbagliato facoltà. No, Lettere non fa per lei. Men che meno Lettere classiche. Se lo lasci dire da uno che ha fiuto. Lei non ha la stoffa né dell’umanista né del filologo né del letterato né semplicemente dell’insegnante. Posso darle 24. Non di più. E si ricordi: Sertorio non era quel personaggio meraviglioso che lei ha decantato. Era un rinnegato. Accetta?"».

Insomma, non fu buona la prima…

«Invece sì, accettai il 24. Ma Sertorio, pensai fra me e me, non era affatto un rinnegato. Il professore scrisse. Firmò. Mi diede il libretto. Senza guardarmi. Io lo presi. Me ne uscii. Senza salutare. Era il luglio del 1966. Avrei potuto scegliere un complementare facile. E invece no. Partenza alla Sertorio: lancia in resta. Storia romana. Non frequentai una sola lezione dell’esimio professore da Catania. Ero impegnato a fare la comparsa negli stabilimenti De Paolis sulla Tiburtina. Per arrotondare e mantenermi agli studi. Ma ho festeggiato i miei venti anni preparandomi a fondo sulla materia».

E studiando sul Mommsen…

«Sì, Mommsen. Quel suo giudizio di Sertorio: uno dei più grandi uomini, se non il più grande, che Roma avesse…  prodotto. Plutarco poi, in una delle sue Vite parallele, ne fa un paladino della democrazia. Gliel’ho ricordato al professorone. Non era d’accordo: né con Mommsen né con Plutarco, ancor meno col sottoscritto. Lui era per la tradizione, per la storiografia ufficiale, senatoria, che fa di Sertorio un sovversivo. Probabilmente ha visto in me un giovane controcorrente, un “sertoriano”. Capì che conoscevo la storia romana, ma volle umiliarmi. Mi diede 24 convinto che l'avrei rifiutato. Aprire con un 24 a Lettere non è proprio il massimo. Ma io non gliela diedi vinta. Accettai il voto. E pensai tra me e me: "Ti prometto, anzi ti giuro, che questo 24 resterà il voto più basso della mia carriera universitaria. Non sarò mai un letterato? Ne riparleremo dopo il centodieci e lode. Parola di un seguace di Sertorio. Sul quale, ti assicuro, io scriverò un romanzo storico". Ecco, questa fu la scintilla. A casa dovetti spiegare che “24” equivaleva a “8”. Nonna propose di festeggiare. Ma mio padre non la bevve. "A mia ventiquattro mi pare picca"».

Ma perché proprio Sertorio?

«Sertorio appartiene a quella categoria di personaggi rivoluzionari che sanno di dover combattere contro un destino più forte di loro, ineluttabile. E di non potersi esimere dal farlo. Benché già sappiano di essere condannati alla sconfitta. Solitamente muoiono a causa di un tradimento. La storia è piena di questi esempi, in tutti i tempi e sotto diverse latitudini. Sono questi i personaggi che mi hanno sempre affascinato. Magnanimi, tragici, shakespeariani. Nel caso di Sertorio coltissimi: oratore e soldato di prima categoria. Personaggio attualissimo: non voleva abbattere Roma, ma la corruzione che in Roma si annidava. La mia fonte principale non poteva che essere Plutarco. In Sertorio ho riversato quanto di meglio e di disperatamente cavalleresco e irregolare possa caratterizzare la natura degli uomini colti ma fuori dai canoni».

Tutti conoscono il gladiatore Spartaco che nel I secolo a.C. si oppose a Roma. Non tutti sanno che non fu il solo. Sempre nel I secolo a.C. Quinto Sertorio, homo novus appartenente all'ordine equestre, oratore e soldato nominato governatore dell'Hispania, osò sfidare Roma per combattere la corruzione e il malaffare che infestavano la Repubblica. Osannato ancora oggi nella penisola iberica come un leader assoluto portatore di libertà e riscatto, grazie al romanzo “Le pergamene di Sertorio. Il romano che sfidò Roma” di Nelson Martinico (Edizioni Spartaco), anche in Italia potrà essere conosciuto come il combattente che fece della giustizia il suo gladio, della speranza di cambiare il suo scudo, della guerriglia l'arma micidiale per sterminare intere legioni. Per saperne di più clicca qui.