Domenica si sono conclusi i 3 giorni di Macef, fiera dell’arredo, della decorazione d'interni, del regalo e del bijou.

Ci sono andata e come ogni anno sono entrata in modo trionfante, con la viva speranza di venire “folgorata”e di trovare il mood giusto.

Ho visitato moltissimi stand, cercando di catturare degli scorci interessanti: dalla cucina al giardino.

Nella sezione “Home Garden” ho trovato alcuni articoli intriganti, mentre l’area “Storie di cose sostenibili”, dedicata alla concezione della casa ecologica e ad "‘impatto zero", mi ha offerto qualche utile spunto.

Dello spazio espositivo “Opere d’arti” ho apprezzato i lavori, ispirati dall’home living, di artisti e designer di respiro internazionale.

Esempi di buon livello mi vengono offerti sia da designer appartenenti a brand di livello internazionale sia, in contrapposizione netta, dalle realtà artigianali. Entrambi si sono imposti e distinti per una marcata sensibilità all'uso di materiali naturali e di riciclo.

macef 2013

A parte questo, devo confessare di aver trovato tutto piuttosto standardizzato, massificato.

Il Macef, si sa, ha un’impostazione fieristica di tipo commerciale e quello che si troverà è ciò che il mercato richiede; nonostante questo, avevo delle aspettative che quest’anno, più che mai, sono state deluse.

La maggior parte degli stand era di impostazione classica, con sporadici accenti barocchi dell'opulenta Russia.

Il tricot troneggia un po' ovunque e la lavorazione a intrecci è il decoro più “gettonato” per cuscini, candele, tazze.

Delle aziende dislocate nei vari padiglioni, osservo con attenzione molti, anzi, troppi articoli dedicati ai più che assodati stili “shabby” e “ vintage/ industriale”,

privi di novità, non autentici e comunque visti e rivisti.

Qualche consolazione me l’hanno data gli stand nordici, con oggetti natalizi vivaci, curiosi, dal sapore caldo e  familiare, come le coloratissime casette per gli uccelli, in legno e metallo.

Scarso il design italiano.

Mi chiedo se la monotonia stilistica sia da attribuire a una carenza d’idee, oppure se il momento economico, critico e confuso, abbia suggerito alle aziende una filosofia più cauta.

Forse la paura di non ricevere consensi (e di conseguenza ordini) ha prevalso sul desiderio di innovare e di distinguersi…

E’ chiaro che una scelta più innovativa comporterebbe decisioni aziendali coraggiose, con conseguenti costi e rischi, ma questo allinearsi al mercato, secondo me, potrebbe rivelarsi rischioso e addirittura controproducente, perché “buttarsi nella massa” oggi, implica una lotta al prezzo insostenibile.

Anche se il mio essere idealista m’induce a pensare che si debba sempre fare ciò in cui si crede, a volte anche diventando impopolari, mi rendo conto che il rischio d’impresa non corrisponda al rischio individuale. Le scelte aziendali non riguardano solo l’imprenditore, ma coinvolgono tutti coloro che lavorano nell’azienda e per essa; in questo caso l’errore non è ammesso.

Io, sorella di un architetto e moglie di uno textile designer, non riesco proprio a rassegnarmi.

Spero che l’incerto sia presto sostituito dall'assunzione d’impegni ideali, concreti, che il made in Italy sia lasciato libero di sublimare, e ripeto a me stessa una frase di  H. G. Wells

“Ogni progresso è dovuto agli scontenti. Le persone contente non desiderano alcun cambiamento”.