in foto: Foto Roberto Monaldo / LaPresse
30–09–2016 Roma
Politica
La7 – Trasmissione tv "Si o No"
Nella foto Matteo Renzi
Photo Roberto Monaldo / LaPresse
30–09–2016 Rome (Italy)
Tv program "Si o No"
In the photo Matteo Renzi

Circa 2 anni fa scrissi un articolo per questo giornale (L’incredibile ambiguità di chi blocca le riforme) in cui esprimevo un giudizio sostanzialmente favorevole al processo di riforme proposto da Matteo Renzi.

Lo facevo basandomi più sui principi ispiratori di fondo che su un’approvazione totale e incondizionata delle concrete soluzioni in discussione, non manchevoli di aspetti anche controversi.

Chi può sostenere, infatti, che un bicameralismo perfetto sia assolutamente indispensabile all’esoso funzionamento della macchina dello Stato? E chi può ancora affermare razionalmente che una qualsivoglia legge elettorale (sapendo bene che non ne esiste una perfetta) possa permettersi il lusso di non assicurare sempre un sicuro vincitore, senza il quale forze politiche presentatesi l’una contro l’altra siano poi obbligate a governare insieme, disorientando i cittadini e creando le premesse per una facile e distruttiva  antipolitica?

Certo, nel dettaglio, si sarebbe potuto fare molto di meglio.

Proporre forse l’abolizione completa del Senato piuttosto che mantenerlo in piedi come camera “inferiore”, da attribuire a Sindaci e Consiglieri Regionali eletti per fare altro, senza originale immunità e la cui produttività e utilità (nonché il costo) sarà molto incerta.

Varare poi una legge elettorale che assicuri un vincitore e un Governo stabile, ma senza alterare troppo la volontà effettiva degli elettori, con il rischio di assegnare una maggioranza parlamentare (55% dei seggi) ad un partito vincitore al ballottaggio ma capace di raccogliere al primo turno una percentuale di voti anche relativamente modesta e lontana dalla maggioranza assoluta (si immagini, ad esempio, un ballottaggio tra due partiti nessuno dei quali abbia superato il 25% – 30%, cosa realistica se si leggono i sondaggi attuali).

Insomma, le riforme avrebbero potuto assumere un carattere più semplice da un lato (monocameralismo) e meno plebiscitario dall’altro (un Governo stabile e una maggioranza di seggi alla Camera non accessibili a partiti che non sfiorano nemmeno lontanamente la maggioranza reale degli elettori).

Ciò premesso, nonostante queste importanti critiche, ancor oggi le ragioni di un’importante riforma costituzionale ed elettorale sono del tutto presenti.

Tuttavia, dal tempo in cui furono inizialmente proposte, le condizioni politiche sono pesantemente cambiate per una serie di ragioni importanti di cui è bene valutarne attentamente almeno due, al fine di esprimere un giudizio finale con cui recarsi al voto referendario del prossimo 4 Dicembre.

La prima consiste nel metodo portato avanti dal Governo nell’iter parlamentare di proposta riformatrice: dopo aver costantemente ripetuto il concetto, giusto, secondo cui le riforme della Costituzione si scrivono  “assieme”, assicurando alle stesse il sostegno della maggior parte del Parlamento e dopo aver per questo pagato un duro prezzo per la campagna mediatica ostile al cosiddetto “patto del Nazareno”, si è giunti all’approvazione finale da parte dei soli partiti che sostengono Renzi (PD, NCD e ultimi fuoriusciti da Forza Italia come il gruppo di Denis Verdini), con possibili defezioni anche nella stessa maggioranza.

Il passo indietro di Forza Italia, ritorsione contro il mancato coinvolgimento nella scelta del nuovo Presidente della Repubblica (Silvio Berlusconi di certo non gradì l’indicazione unilaterale di Sergio Mattarella), non è stata presa minimamente in considerazione.

Al di là delle motivazioni tattiche, strumentali e non sempre “nobilmente” politiche dell’ex Cavaliere, occorreva comunque prendere atto formalmente che, con quella scelta, le riforme sarebbero rimaste come volontà del solo Governo ed, in quanto tali, imposte forzatamente all’intera opposizione contestante (oltre a Forza Italia, il M5S, la Lega Nord, Sinistra Italiana e Fratelli d’Italia).

Inutile dire che solo in regimi autoritari un Governo impone unilateralmente al Paese una riforma sostanziale della Costituzione, senza il consenso dell’opposizione o di una sua parte significativa; si tratta dunque di una scelta errata e allo stesso tempo pericolosa in quanto portatrice di un precedente imitabile in futuro.

La seconda ragione per la quale il giudizio finale diviene purtroppo sostanzialmente negativo riguarda il clima politico in cui il referendum si tiene e le inevitabili conseguenze che una sua approvazione potrebbero comportare.

Matteo Renzi, dopo aver perso in modo pesante le recenti elezioni comunali (Roma, Napoli e Torino andate rispettivamente ai grillini e alla coalizione di sinistra guidata da Luigi De Magistris) e dopo aver clamorosamente disperso il consenso iniziale di cui godeva (40% alle elezioni europee di due anni fa), è alla disperata ricerca di una rivincita con cui tentare di restare al potere; basti pensare al flop del Jobs Act, capace di ridurre i diritti fondamentali dei lavoratori senza produrre un gran numero di posti di lavoro (il cui modesto aumento è dovuto agli sgravi fiscali pian piano in esaurimento), all’eliminazione dell’Imu sulla prima casa anche ai ceti più ricchi della società (con conseguente necessità di riduzione dei costi per coprire i mancati introiti fiscali), alla riforma della scuola che ha oggettivamente suscitato un notevole malcontento soprattutto nel Sud Italia (dove molti docenti sono stati costretti a costosi trasferimenti al Nord), alla riforma delle pensioni in cui si propone un’uscita “anticipata” di circa 3 anni solo a fronte di un debito da contrarre con le banche o alla patetica riproposizione della costosissima costruzione del ponte sullo stretto di Messina, pur in presenza di una rete ferroviaria a dir poco fatiscente in tutto il mezzogiorno, con tratti da vero terzo mondo sulle linee dei pendolari nelle periferie della grandi città.

Tutto ciò per non parlare della disinvoltura con cui il Partito Democratico ha gestito in questi anni questioni di moralità pubblica dopo gli scandali delle banche (che hanno coinvolto stretti familiari di autorevoli ministri) nonché la vicinanza sempre ribadita ai propositi di Confindustria e alle iniziative di imprenditori come Sergio Marchionne, vero stratega italiano di un capitalismo “duro”, improntato sulla riduzione dei costi della mano d’opera (e inevitabile peggioramento delle condizioni lavorative degli operai) per una forsennata e insensata rincorsa alle nuove potenze produttrici come la Cina.

Il Presidente del Consiglio, a cui non mancano furbizia e capacità di interpretare gli umori del paese,  sa bene che quella delle riforme è l’ultima carta grossa che può cercare di sfruttare: la base elettorale della sinistra lo ha da tempo abbandonato scegliendo l’astensione o sostenendo ingenuamente una forza demagogica e populista come il Movimento 5 Stelle, la cui forza, nonostante i clamorosi errori commessi alla prima grande esperienza amministrativa (della Sindaca Virginia Raggi a Roma), rappresenta il fallimento più grande di un giovane politico come lui al quale gli italiani, anche quelli che inizialmente non lo trovavano adeguato, avevano necessariamente rivolto la propria attenzione.

Da questo punto di vista è facile immaginare che la vittoria del SI il 4 Dicembre sarebbe astutamente sfruttata e strumentalizzata per rinascere politicamente, facendo credere che il popolo è con lui e con la sua visione neo-liberista della società, molto simile a quella che, diversi anni prima, Silvio Berlusconi aveva proposto, mancando il risultato su alcuni temi perché troppo preso dai sui conflitti di interesse, problemi giudiziari e affari personali.

Ce la sentiamo di correre il rischio di questo prevedibile scenario?

All’urgenza di riformare le Istituzioni vogliamo davvero sacrificare quella di lottare per un’Italia migliore, in cui la distanza tra ricchi e poveri  non sia destinata ad aumentare sempre, in cui una disoccupazione all’11% non sia combattuta con la riduzione dei diritti di chi lavora, in cui il Sud non vanga abbandonato a se stesso, in cui la politica non sia sempre in mano ai soliti noti, capaci più di altri di camuffarsi per sfuggire alle maglie di una sbandierata rottamazione, i cui esiti sono stati del tutto tattici e hanno riguardato quasi esclusivamente chi nel PD proveniva da una tradizione di sinistra?

Il No, c’è da scommettere, sarà ugualmente strumentalizzato: diranno che chi fa questa scelta vuole lasciare tutto come oggi: si tratta, come detto prima, di un falso clamoroso.

Semplicemente il No al prossimo Referendum impedirà a chi ha volontariamente calpestato la tradizione di sinistra di passare alla storia come “padre costituente” e di sfruttare furbescamente questo incredibile successo per imporre al popolo italiano una visione liberista della società che ha dimostrato ampiamente i suoi tragici fallimenti.

D’altro canto, Renzi stesso lo aveva capito prima di tutti affermando, in tempi non sospetti, che con un’eventuale sconfitta al Referendum avrebbe abbandonato la vita politica: le riforme servivano all’Italia ma, prima di essa, servivano a lui per ottenere la finale consacrazione politica.

E’ un regalo che, purtroppo, non possiamo permetterci di fargli.