Eri sul pianerottolo di un condominio dove c'erano tante porte quante targhette appese su ognuna di esse. Più precisamente eri davanti ad una di queste. Sulla targhetta c'era scritto un nome e un cognome. Decidesti di entrare e la trovasti già aperta, senza nessuna mandata di chiave. Eri rimasta sul ciglio e con mezzo movimento della testa, quasi come per ambientarti, subito adocchiasti due chiavi. Le avevi prese con molta facilità e ne avevi letto l'etichette. Su di una c'era scritto "sensibilità", sull'altra "riflessione".
Giorni dopo, non ricordavi se avevi messo in borsa queste chiavi. Ogni tanto, ti dimenticavi se le avevi con te o se le avevi lasciate chissà dove. Sta di fatto che queste due chiavi apparivano a tua portata di mano ogni volta che le volevi usare. Ne avevi fatto un mazzo unico.
Tornasti in quella stanza. Lungo le pareti, c'era un'altra porta ed eri incuriosita dal contenuto che custodiva. Così, ti eri chiesta semmai quelle due chiavi potessero servire ad aprire quella porta. Ti eri avvicinata e notasti che la serratura prevedeva l'uso di due chiavi. Avevi fatto subito un rapido calcolo, le avevi inserite e la porta si era aperta all'istante.

S'era spalancato un mondo avanti a te e ci potevi saltellare di qua e di là in piena libertà. Ti eri ambientata immediatamente e alla perfezione, come se vivessi lì da quando eri nata. Andavi lungo i torrenti, giù nelle gole profonde e scure, in alto sulle montagne più innevate. Chissà perché, poi, non ti eri mai chiesta, che con quelle due chiavi, avresti potuto conoscere tutto quel mondo. Poi, notasti che, verso i confini di quel mondo, c'erano altre porte, una per ogni ambiente diverso, e che la serratura prevedeva sempre l'uso di quelle due chiavi insieme alla conoscenza dell'ambiente circostante della porta in questione. Le due chiavi erano le uniche capaci di aprire tutte le porte esistenti che da lì in poi avevi incontrato.
Ad un certo punto, però, il padrone di quel mondo, sentì che c'era qualcuno che viaggiava lungo ogni direzione e si sentì affascinato dalla velocità con cui ti eri ambientata, dall'incredibile tua forza, dal tuo infallibile intuito e dalla capacità di capire come era fatto ogni habitat, saperlo rispettare, accudire, capire.
Il padrone, un giorno, si rese conto che la tua presenza lo turbava. Si sentiva, in qualche modo, violato da cotanta bellezza. Così, entrò in confusione e non seppe più distinguere che ruolo potevi avere: se potevi aiutarlo a togliere le erbacce quando serviva, arginare i fiumi nelle giornate di pioggia intensa, far fiorire nuovi fiori nel prato più grande della campagna che si estendeva prima delle montagne innevate. Allora, ben presto, la tua presenza era importante quanto sconvolgente per il padrone che non aveva mai trovato in nessun altro le tue capacità.
Era arrivato ad un punto in cui iniziava a non sapere più come gestire la situazione.
Un giorno, si era messo tutto il tempo ad osservarti, mentre tu facevi passeggiate lunghissime attraversando i vari habitat. Si avvicinava anche a te, cercando di farsi notare tentando di avere la tua compagnia perché, quel giorno, benché da qualche parte fuori quel mondo c'era qualcuno che conosceva, lui voleva essere allietato dalla tua presenza. Però, successe quello che lui non voleva. Ti aveva visto scostante, arrabbiata, fredda e scocciata della sua ombra. Si era reso conto dello sbaglio commesso al calar del sole mentre cercava di dormire. Così, il giorno dopo, cercò di essere meno invadente, ma sfortuna volle che aveva bisogno di te, perché non sapeva come fare per aggiustare un sentiero nella foresta.
Per tutto il resto della settimana, il padrone, visse con il dubbio di essere stato troppo oppressivo e dipendente della tua presenza. Aveva paura. Tanta paura, al punto che voleva farti capire che aveva sbagliato. Ma intanto, tu, quelle chiavi le avevi sempre con te ed entravi ed uscivi a tuo piacimento.
Successivamente, il padrone riuscì a farsi capire. Aveva deciso di non sottrarti quelle chiavi, ma di affidartele dicendoti di usarle ogni volta che volevi, così da poter fare un giro in quel mondo, ogni volta che volevi. Ti pregava solo di essere sincera, spontanea, sana nei suoi confronti e nei confronti dei vari habitat che componevano quel mondo, dalla terra più arida a quella più umida. Ti chiedeva di essere un buon orecchio e una buona lingua, ogni volta che uno degli habitat si smuoveva e prendeva vita.
Da quel giorno, anche il padrone si sentì pronto per accoglierti quando ci potevi essere e, in altrettanta maniera sana, ad aspettarti quando non ci potevi essere. Sapeva che ti voleva bene, perché da quando eri entrata la prima volta nel suo mondo, si era sentito compreso perché ogni habitat riusciva ad essere in equilibrio con gli altri, se uno era più curato dell'altro, se era più in ombra dell'altro e se aveva deciso di tagliare l'erba in una certa maniera, alla sua maniera.
Da lì in poi, iniziò il vero rapporto tra te e lui.
"Sta solo a noi riuscire a creare un nostro giardino in comune, a cavallo tra i nostri due mondi, e accudirlo nel modo che riteniamo più opportuno, giorno dopo giorno".