Quattro giorni di marcia zaino in spalla potrebbero essere “pesanti”. Potrebbero. Se però lo scenario dei passi fatti è stato la zona circostante il lago di Bolsena, in provincia di Viterbo, l’esperienza è di quelle che conduce mente e fisico più alla leggerezza che alla “pesantezza”.

I sentieri escursionistici che circumnavigano il lago si susseguono tra gli antichi basolati della francigena e le agevoli mulattiere. Proseguono talvolta lungo le minuscole spiagge vulcaniche e talaltra tra i vitigni. Altre volte ancora c'è da percorrere amene viuezze che si inerpicano a ridosso dei centri abitati tra antiche “pietre” sacre e profane.

Il lago di Bolsena è il lago vulcanico più grande d’Europa. Già questa è una "rivelazione", quando si decide di visitarlo. Un lago in cui c'è già sentore del vicino mare della costa tirrenica laziale e toscana. I pescatori d’acqua dolce che ancora riescono a vivere di pesca ( volere è potere, o no?) si spostano  a bordo delle caratteristiche barche con i remi asimmetrici. Pare furono le antiche genti etrusche a inventare queste singolari imbarcazioni. Il remo posteriore funge anche da timone. Si può scorgere di tanto in tanto una di queste barchette,  lontane parenti delle gondole veneziane,  spostarsi lentamente sul lago. Perfetto è il trait d'union  tra la linearità arcuata dei remi in acqua e le linee arrotondate degli scenografici promontori. Questi ultimi si protendono lussureggianti nell'acqua,  quasi a voler sfiorare con la propria vegetazione la terra dei due isolotti di Bisentina e Martana, che si trovano in posizione centrale.

Nel percorrere con la dovuta lentezza queste sponde, si può riuscire a cogliere la misticità dei luoghi a prescindere dalle proprie convinzioni in merito all’ eterno. La religiosità cristiana aleggia di sicuro, visto che una parte del tracciato escursionistico ricalca la via Francigena dei pellegrini cristiani diretti a Roma.

Ma vi è anche una spiritualità meno esteriore e più intima che pervade questa terra. Forse definibile -chissà –  come una sorta di misticismo più  "laico", meno paludato e sacramentale. Quello delle popolazioni etrusche che hanno a lungo vissuto da queste parti. Le pietre delle loro necropoli, sparse lungo il tragitto in posizioni spesso incantate, rendono bene l’idea di un popolo che non ci ha lasciato opere di rilievo, escluse quelle cimiteriali.  La spiritualità etrusca sembra infatti che non avesse bisogno della maestosità per trovare la realizzazione del sé più profondo e del contatto con la "Madre Terra".

Avventurarsi da queste parti con mezzi di trasporto non invasivi   ( ad esempio, gambe e piedi)  conduce allora a sentirsi  “pellegrini” nel significato relativista e secolare al quale fa riferimento la più remota etimologia latina del termine, quell'andare per ager , ovvero per campi,  con il ritmo naturale della propria camminata. Sospesi tra acqua, terra e cielo.

testo e foto di Raffaele Basile